Massimiliano Gioni racconta la mostra di Diego Marcon a Milano (e altre cose)

Il Teatro Gerolamo fa da cornice al lavoro di Diego Marcon. Ma come è nata la mostra? E quali sono gli obiettivi della Fondazione Nicola Trussardi, promotrice dell’evento? Ne abbiamo parlato con il curatore Massimiliano Gioni

La Fondazione Nicola Trussardi ha presentato al Teatro Gerolamo di Milano la prima antologica di Diego Marcon (Busto Arsizio, 1985), tra i più interessanti artisti italiani del momento. Marcon è noto per il realismo ottenuto creando ammalianti pupazzi: spesso bambini o altre misteriose creature sospese tra umano e post-umano. Massimiliano Gioni, che, oltre a essere il direttore artistico del New Museum a New York, è il maestro di cerimonie della Fondazione, ha inserito i suoi lavori negli spazi di un teatro costruito oltre 150 anni fa nel centro di Milano. L’effetto è davvero speciale perché in Dramoletti i lavori e il luogo i cui sono esposti risultano un’opera unica e inscindibile. Ne abbiamo parlato con Gioni.

Portrait of Massimiliano Gioni. Photo Marco De Scalzi

Portrait of Massimiliano Gioni. Photo Marco De Scalzi

INTERVISTA A MASSIMILIANO GIONI

Con Dramoletti siamo di fronte a una serie di opere potenti. Ma chi ha scelto il Teatro Gerolamo per presentarle, l’artista o il curatore?
Per ogni mostra il processo è un po’ diverso: a volte partiamo dall’artista, altre volte dal luogo. In questo caso è venuto prima il teatro perché era da molti anni che puntavamo al Teatro Gerolamo. È un luogo davvero speciale, un teatro che sembra essersi ristretto per magia, e poi è una capsula del tempo, che conserva ricordi degli spettacoli di marionette dei Fratelli Colla ma anche di tante stagioni leggendarie della cultura milanese, da Paolo Grassi a Umberto Simonetta a tanti altri. Da tempo volevamo farci una mostra, ma il teatro ha una sua programmazione e non riuscivamo mai a trovare l’incastro. Quando si è presentata l’opportunità, abbiamo invitato Marcon, il cui lavoro ci sembrava perfetto per questo luogo, con la sua riflessione sull’infanzia, su marionette e “mostri”. E poi c’erano anche altre belle coincidenze, perfette per celebrare anche il ventesimo anniversario della Fondazione.

Ovvero?
Marcon aveva 18 anni quando abbiamo iniziato a fare mostre a Milano e quindi ci è piaciuto festeggiare con un artista cresciuto insieme alla Fondazione e allo stesso tempo ancora abbastanza giovane da poter continuare a fare grandi cose. In fondo proprio l’anno scorso a Milano si celebravano Maurizio Cattelan all’HangarBicocca e Elmgreen & Dragset alla Fondazione Prada, mentre Anri Sala era alla Bourse di Pinault: tutto questo è successo vent’anni dopo che li avevamo mostrati a Milano. E se non sbaglio dieci degli artisti che abbiamo presentato in questi ultimi anni hanno poi rappresentato le loro nazioni alla Biennale di Venezia. Con Marcon continuiamo a fare “scouting”, per così dire.

Quanto conta oggi la dinamica comunicazionale in cui l’opera viene inserita al di là del valore dell’opera stessa?
Arte e comunicazione sono da sempre in dialogo. In fondo molti dei ritratti che oggi ammiriamo come grandi opere d’arte erano di fatto strumenti da spedire ad amanti o mariti: jpg ante litteram, forse. Così come moltissimi affreschi e grandi quadri a tema mitologico o biblico erano strumenti di propaganda. Quindi non ci siamo inventati molto. Rispetto al lavoro della Fondazione abbiamo sempre pensato che una strategia “mordi e fuggi” fosse più in linea con il presente: è un’idea di istituzione nomade, con un’identità flessibile, più in linea con i tempi, con un approccio più sostenibile perché non invita a costruire nuovi edifici ma a trasformare l’uso di ciò che esiste. Abbiamo poi sempre pensato che gli strumenti di comunicazione potessero diventare un altro luogo dove disseminare arte: l’identità della Fondazione è sempre stata svelta, capace di usare la comunicazione come un canale per veicolare contenuti artistici.

Diego Marcon, Il Malatino, 2017. Courtesy the Artist and Sadie Coles HQ, London

Diego Marcon, Il Malatino, 2017. Courtesy the Artist and Sadie Coles HQ, London

ESSERE CURATORI IN ITALIA E ALL’ESTERO

Come si sta evolvendo il ruolo del curatore, e il tuo in particolare?
Non so se posso parlare a nome della categoria e poi tutto dipende molto dal luogo in cui si lavora. Quello che facciamo a Milano con la Fondazione è diverso da quello che faccio al New Museum. Di sicuro in America abbiamo attraversato un paio d’anni complessi, non solo per la pandemia o per gli effetti ‒ salutari e sacrosanti ‒ del movimento Black Lives Matter, ma perché c’è stata una crisi di credibilità delle istituzioni che ha prodotto molte discussioni complicate in seno ai musei. Detto questo, io credo fermamente che i musei siano palestre di complessità, luoghi dove impariamo a convivere con ciò che non capiamo: è inevitabile che certe conversazioni difficili comincino proprio nei musei e chissà che ci insegnino a migliorare la vita anche al di fuori degli stessi. Il lavoro della Fondazione con il suo desiderio di riscoprire o aprire luoghi dimenticati o simbolici, è lì a ricordarci che arte e vita sono legate indissolubilmente e che le idee più interessanti si sviluppano proprio quando i confini tra museo, arte e vita si fanno più porosi e complessi.
 
Diego Marcon è un artista “italiano”. Tu sei un curatore “italiano”. Dietro di voi una fondazione privata “italiana”. In tempi di retorica identitaria, cosa significa per te essere “italiano”?
Bella domanda… Io mi sento ancora italiano, anche dopo più di vent’anni passati all’estero; sarà l’accento che non se ne va o il fatto che ogni giorno lavoro con la Fondazione o che ho fatto molte delle mie mostre preferite in Italia, con la Fondazione o con la Biennale di Venezia. Per quanto l’Italia abbia pericolose tendenze al conformismo, mi sembra sempre un luogo che ha familiarità con la complessità. Anche se continuiamo purtroppo a essere una società ancora molto maschilista e gerontocratica, ho sempre avuto l’impressione che l’Italia sia un Paese capace di una sensibilità e un’empatia che a volte non trovo in America. Certo, se vivo a New York è anche per la velocità e perché questa è una città ancora molto aperta al nuovo e alla diversità. Ahimè forse parlo a vanvera e come vedi sono indeciso. Sono un cervello in prestito, non propriamente in fuga. E comunque in Italia ho avuto la fortuna di lavorare con persone sintonizzate su simili idee e velocità. Di sicuro ti posso dire che quello che si fa in Italia con la Fondazione o con la Biennale, in America richiederebbe mesi o addirittura anni di lavoro. C’è una velocità e forse anche un savoir faire che è ancora molto speciale. O forse da italiani abbiamo un rapporto più familiare con il caos.

Aldo Premoli

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Aldo Premoli

Aldo Premoli

Milanese di nascita, dopo un lungo periodo trascorso in Sicilia ora risiede a Cernobbio. Lunghi periodi li trascorre a New York, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio e…

Scopri di più