Politica per immagini. Gianluigi Colin a Parma

Palazzo del Governatore, Parma ‒ fino al 1° dicembre 2019. Un forte impegno civile, diversi linguaggi artistici e uno stretto legame con i quotidiani cartacei. Gianluigi Colin espone i suoi lavori e chiede per loro la compagnia degli artisti a lui più cari, in modo da accendere una sorta di “paesaggio astrale” di opere e riflessioni.

Che Gianluigi Colin (Pordenone, 1956) abbia a lungo gravitato attorno al mondo del giornalismo è evidente fin dalla prima opera che ci si trova davanti una volta varcata la soglia del primo piano di Palazzo del Governatore. Sul lato lungo di fronte all’ingresso si staglia infatti, enorme, la riproduzione delle onde di un mare, ed è realizzata “con pigmenti naturali su carta da giornale, manipolata e fatta aderire a una stratificazione di fogli di carta”, come recita la didascalia. Sembra un esercizio estetico, di grande efficacia peraltro, ma proseguendo la lettura della stessa didascalia si scopre che Il mare di Alan non è un’immagine che evoca un paesaggio naturale o lo sfondo di una vacanza: si tratta invece di un dettaglio della fotografia del bimbo siriano di tre anni, Alan Kurdi, annegato nel tentativo di arrivare all’isola di Kos e trovato senza vita, nel 2015, su una spiaggia della Turchia. Una fotografia tagliata, censurata, nella quale ciò che conta è proprio l’assenza. Basta questo – l’incipit, secondo l’artista e il curatore – per comprendere quanto le opere di Colin siano “politiche”, quanto affrontino, soprattutto attraverso il medium del quotidiano, gli aspetti della vita sociale italiana e internazionale.
L’impegno civile dell’artista friulano si basa tuttavia su una profonda conoscenza della corretta composizione dell’immagine, sul sapiente uso del gioco degli accostamenti e sullo stretto legame con l’informazione quotidiana su carta: non a caso Colin è stato per molti anni art director de Il Corriere della Sera e attualmente si occupa delle cover de La Lettura; grazie a ciò ha da sempre intrattenuto costanti rapporti di collaborazione con altri artisti a lui contemporanei.

Gianluigi Colin, Le mie donne, 2019

Gianluigi Colin, Le mie donne, 2019

LE COSTELLAZIONI

Le quattro parti della mostra – curata da Arturo Carlo Quintavalle che, oltre ad aver tenuto per decenni le redini della Storia dell’arte nell’Università di Parma, coinvolgendo anche l’artista-intellettuale nell’attività didattica, scrive per le testate appena citate – approfondiscono temi specifici, a partire da Presente storico, dove l’incontro dell’arte contemporanea con i capolavori del passato si manifesta ad esempio nelle serie I disastri della guerra o A proposito di Piero e in opere di Jannis Kounellis e Mimmo Paladino, solo per fare due nomi: sì, perché la mostra non è una monografica e i lavori del protagonista sono affiancati a quelli di amici, artisti, fotografi e poeti incontrati da Colin durante la sua carriera, o che ne hanno segnato il pensiero. Si è trattato, fondamentalmente, di “unire insieme, a confronto, coloro che davvero sono la famiglia di ogni intellettuale, le persone con le quali si è percorso un pezzo di strada”, scrive Quintavalle nel catalogo che, ça va sans dire, è proposto in forma di quotidiano e distribuito gratuitamente.

Gianluigi Colin, Da Andrea Mantegna, Il Cristo morto; Freddy Alborta, Che Guevara morto, 1997

Gianluigi Colin, Da Andrea Mantegna, Il Cristo morto; Freddy Alborta, Che Guevara morto, 1997

UN GIOIELLO DI FUMO E I SUDARI

Se dipinti, installazioni, fotografie provengono spesso dagli studi degli stessi artisti, la location obbliga a stabilire una relazione anche con un’altra opera inamovibile: la Scultura d’ombra che Claudio Parmiggiani realizzò nel 2010 in una piccola sala al secondo piano del palazzo in occasione della sua retrospettiva. Costellazioni familiari è una mostra molto vasta, e il piano superiore – la sezione è intitolata Impronte dal presente – ospita un gran numero di esemplari appartenenti alla serie Sudari, opere astratte e concettuali ottenute dai panni di tessuto utilizzati per pulire le rotative dei quotidiani: “Autentici ‘stracci di parole’: il grado zero di ogni forma di scrittura”. Troppi, forse: la mostra estesa su entrambi i piani del vasto palazzo cade talvolta in alcune ripetizioni che danno l’impressione – un peccato, considerando l’interesse e l’alto livello generale dell’esposizione – di esser lì solo per “riempire lo spazio”.

Marta Santacatterina

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Marta Santacatterina

Marta Santacatterina

Giornalista pubblicista e dottore di ricerca in Storia dell'arte, collabora con varie testate dei settori arte e food, ricoprendo anche mansioni di caporedattrice. Scrive per “Artribune” fin dalla prima uscita della rivista, nel 2011. Lavora tanto, troppo, eppure trova sempre…

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