24/7. Una mostra a Londra alla Somerset House racconta la cultura non-stop

La Somerset House di Londra presenta una mostra collettiva che riflette sulla società iperconnessa e sempre accesa. Oltre 50 artisti internazionali per un percorso che copre le 24 ore, dall’alba al tramonto.

Image courtesy of Douglas Coupland, Slogans for the 21stCentury, and Maria Francesca Moccia _ EyeEm, via Getty Images
Image courtesy of Douglas Coupland, Slogans for the 21stCentury, and Maria Francesca Moccia _ EyeEm, via Getty Images

Oltre cinquanta opere, firmate da decine di artisti internazionali, per riflettere sull’avvento della società dell’always on. Una cultura caratterizzata da iperlavoro, perpetua reperibilità e connessione ininterrotta, in cui tutti “sentiamo la pressione a produrre e a consumare 24 ore su 24”. È questo l’obiettivo della collettiva 24/7. A wake-up call for our non-stop world, curata da Sarah Cook alla Somerset House di Londra e visitabile fino al 23 febbraio 2020. Un progetto ambizioso e puntuale – ispirato dal libro 24/7: Late Capitalism and the Ends of Sleepdi Jonathan Crary (2014) – capace di generare profonda empatia negli spettatori attraverso la rappresentazione, a volte diretta e più spesso metaforica, di stati psicologici ed emozionali tipici dell’esistenza contemporanea. Mettendo in evidenza come il progresso nelle società capitalistiche abbia gradualmente cancellato i confini tra giorno e notte, attività e riposo, lavoro e divertimento e, infine, uomo e macchina.

UN PERCORSO IN CINQUE PARTI 

Il percorso espositivo guida i visitatori dalla luce fredda della luna al rosseggiare intenso del tramonto grazie all’intervento della famosa light designer Lucy Carter, dividendo lo spazio in cinque zone principali. La prima sezione, Day and Night: The Wreckage of the Day, parte addirittura dalla Rivoluzione Industriale, il momento storico in cui questo processo di accelerazione sembra iniziare, e lo fa con un dipinto di Joseph Wright del 1782: un paesaggio notturno che include sullo sfondo una fabbrica di cotone nel Derbyshire, con le sue finestre sempre illuminate per permettere agli operai di lavorare su turnazione, 24 ore al giorno. A poca distanza, con un salto di un paio di secoli, c’è l’evocativo e ironico Bett di Roman Signer (1996), un video che mostra l’artista addormentato nel suo letto mentre un elicottero telecomandato si aggira minaccioso e frenetico sopra la sua testa.  Nella seconda sezione, Activity and Rest: Sleep//Attentiveness spicca la grande installazione di Tatsuo Miyajima, Life Palace (Tea Room)(2013), che invita gli spettatori a rompere il ciclo dell’iperproduttività utilizzando una camera isolata per la meditazione, accompagnati da una tazza di tè. 

DALLA SORVEGLIANZA ALL’IPERLAVORO

The Human and The Machine: Surveillance//Control//Acceleration è invece il capitolo dedicato al delicato tema della sorveglianza e del controllo: la dipendenza da device e software rende la nostra esistenza tracciabile in ogni minuto, generando problemi di privacy e sicurezza personale. Ce ne parla ad esempio l’opera New Work from Tracking Transience di Hasan Elahi (2018) una specie di database in progress che raccoglie dati personali e testimonianza fotografiche relative alla vita quotidiana dell’artista, un progetto nato molti anni fa quando Elahi venne inserito per errore in una lista di sospettati dopo gli attentati dell’11 settembre.  Nella quarta sezione, intitolata Work and Leisure: Work//The Commons è esposta una delle opere più famose e potenti di Harun Farocki, Workers Leaving the Factory in Eleven Decades (2006), installazione multicanale che mette insieme spezzoni di film che ritraggono sempre la stessa scena, un gruppo di lavoratori che esce dalla fabbrica, in epoche e setting differenti.  The Individual and The Collective: Reset chiude il percorso attorno all’installazione dello studio di design di Montreal Daily Tous Les Jours, che chiede agli spettatori di unirsi a un coro collettivo che mormora, senza mai cantarla, la melodia di un brano immortale come Halleluja di Leonard Cohen, in una specie di rituale di liberazione infuso di speranza. Tra gli oltre cinquanta artisti selezionati, infine, segnaliamo l’unica presenza italiana: i romani NONE Collective partecipano con l’installazione J3RR1 (2018) che consiste in una “tortura programmata” la cui vittima è un semplice computer. La macchina viene sottoposta a uno stress continuo e ininterrotto, 24 ore su 24, che ne testa i limiti e la resistenza. La misurazione dei “parametri vitali” del computer (le informazioni relative all’uso di processore, ram e disco) durante questa azione produce dati che vengono poi tradotti in impulsi sonori e luminosi, rendendo così la macchina capace di generare una reazione visibile alla violenza subita.

– Valentina Tanni

www.somersethouse.org.uk

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Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016, Lubiana 2017). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Attualmente insegna Digital Art al Politecnico di Milano. Dal 2011 collabora con Artribune.