Enrico Castellani, il ricordo di Ludovico Pratesi

A poche ore dalla scomparsa di Enrico Castellani, Ludovico Pratesi affida ad Artribune un ricordo dell’artista

Enrico Castellani, Velleno, 1970. Photo Aurelio Amendola
Enrico Castellani, Velleno, 1970. Photo Aurelio Amendola

Un uomo intero. Così mi sento di definire Enrico Castellani, che ho frequentato poco, a differenza di alcuni colleghi (penso soprattutto ad Adachiara Zevi, ma non solo) ma del quale ho un ricordo molto nitido, che risale ad alcuni anni fa. Ero salito su un aereo per Torino, andavo nella città sabauda per Artissima, e mi ritrovai davanti il volto intenso e scolpito di Castellani, uomo di pochissime parole e gesti ancora più rari. Uno sguardo attento e preciso, ugualmente penetrante ma più severo di quello di Roman Opalka, che ho avuto la fortuna di frequentare negli ultimi anni della sua vita, mentre preparavo il dialogo tra un suo dipinto e le Cortigiane di Vittore Carpaccio al Museo Correr di Venezia. Se Opalka sorrideva, Castellani sembrava inaccessibile come una fortezza medievale, protetta da mura possenti e inespugnabili. Entrambi avevano scelto un rigore concettuale e formale senza concessioni, in una vita intesa come un viaggio privato all’interno della loro arte. Fermi, concentrati, indomabili. Premiati dalla critica e dal mercato proprio per questa loro capacità di evolvere all’interno del loro fare, senza mai tradire se stessi. Festina Lente, dicevano i latini. Prendemmo un taxi insieme dall’aeroporto verso la città, mi disse di andarlo a trovare a Celleno Antica, il piccolo paese della Tuscia dove si era ritirato da anni, ricevendo pochissime visite. Oggi rimpiango di non aver mai raccolto l’invito e aver mancato l’occasione di entrare nel mondo austero e solitario di uno degli ultimi giganti del Novecento.
Ciao Enrico, il tuo silenzio risuona solenne e assoluto nel chiasso assordante di questi anni sgomenti e caotici.

Ludovico Pratesi

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