C’era un Banksy a Napoli, precisamente in piazza dei Girolamini. Ora è sotto teca, e ha perso gran parte della sua poesia. “Merito” di Agostino o’ Pazzo. Ecco la storia.

A piazza dei Girolamini a Napoli c’era uno stencil. Riproduceva un’immagine a grandezza naturale di Sant’Agnese. Con lo sguardo rivolto al cielo, una bomba sulla mano sinistra in luogo dell’agnellino e una pistola sopra la testa. A fianco, un’edicoletta in legno sgangherata con un’immagine di madonna con bambino; più giù, volti e crocifissi di cristi di varia fattura. Sul lato destro dello stencil un magazzino di cianfrusaglie, dove primeggiavano statuette di paladini. A volte un secchio di plastica azzurro calato dal piano superiore arrivava all’altezza della mano destra della santa, come se lo sorreggesse.
La disposizione degli oggetti e delle immagini davano un quadro perfetto della casualità. Una concatenazione spontanea delle cose, come se il caso fosse lì da sempre. Tutto l’insieme era un’installazione post-dadaista, senza concetto. Selvaggia, e per questo unica. Nel cuore di Napoli, la santa era in buona compagnia. Per secoli ostaggio sacro delle penombre delle chiese, aveva trovato finalmente la libertà in quella piazza. Come gli angeli caduti di Wenders del Cielo sopra Berlino, che desideravano ardentemente vivere le sensazioni e gli umori degli umani, la pura e casta Sant’Agnese scesa dal cielo era finalmente tra gli accidenti della strada. Una santa mediterraneizzata, che assaporava i suoni e le grida del sud. La sua apparizione, fatta di sensualità e ironica violenza, configurava un luogo, segnava una dimora materiale, dove tutti potevano sostare e fruirla libera senza cornici.

Il magazzino di cianfrusaglie è diventato un locale fast-food e i proprietari hanno ben pensato che quella casta santa andava “protetta”, come si fa con altre cose – donne o oggetti che siano.

La sua fragilità era anche la sua forza: per quasi sei anni nessuno aveva osato violarla o cancellarla. Due anni fa qualcuno ne aveva pure fatto una riproduzione su tela, messa un po’ di lato con altri objet-trouvé, ma subito disparu.
Da alcuni mesi l’icona è stata rimessa in clausura: una possente cornice di metallo la ingabbia come una cintura di castità, con tanto di targa didascalica che interferisce con lo stencil, dove campeggia il nome dell’autore e del nuovo “protettore”: Opera di Banksy, custodita dalla Pizzeria del Presidente e Agostino o’ Pazzo. Il magazzino di cianfrusaglie è diventato un locale fast-food e i proprietari hanno ben pensato che quella casta santa andava “protetta”, come si fa con altre cose – donne o oggetti che siano. Il gesto dei pizzaioli non è dissimile da altre manifestazioni di feticizzazione e privatizzazione di segni della street art.
Uscita dall’oscurità delle chiese, uscita dalla malinconia sacra, la castità vi ritorna come segno, come firma, come merce e valore. Adesso ha un protettore e un nome. È entrata a far parte dei segni del consumo: una pizza, una birra, uno sguardo a Banksy. Sotto cornice ritorna nella malinconia. Questa volta profana.

– Marcello Faletra

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #37
Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua 
inserzione sul prossimo Artribune

Dati correlati
Autore Banksy
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Marcello Faletra
Marcello Faletra è saggista, artista e autore di numerosi articoli e saggi prevalentemente incentrati sulla critica d’arte, l’estetica e la teoria critica dell’immagine. Tra le sue pubblicazioni: “Dissonanze del tempo. Elementi di archeologia dell’arte contemporanea” (Solfanelli, 2009); “Graffiti. Poetiche della rivolta” (Postmedia Books, 2015), “Memoria ribelle. Breve storia della Comune di Terrasini e Radio Aut nel ’77” (Navarra, 2017), “Camp, postcamp e altri feticci” in “Feticcio” (Grenelle 2017); “Nomi in rivolta: il demone del graffitismo” in “Sporcare i muri”, a cura di Alessandro Dal Lago e Serena Giordano, Derive/Approdi 2018; “Mostri in cornice”, Aut Aut, n° 380 (2018); “Hyperpolis. Architettura e capitale” - con Serge Latouche (Meltemi 2019). È redattore di “Cyberzone” ed editorialista di “Artribune”. Insegna Fenomenologia dell’immagine e Estetica dei New Media all’Accademia di Belle Arti di Palermo.

6 COMMENTS

  1. Purtroppo è una vicenda veramente triste. Si è passati da una “tutela” cittadina ad un’azione privata priva di ogni valore conservativo (anzi… la mancanza di aerazione favorirà più precoci sviluppi di muffe!), nel totale! Violata la StreetArt, violata l’arte e il bene comune

  2. Insomma, non va mai bene nulla.
    Se non fosse stata messa sotto protezione e si fosse rovinata: “ecco l’incuria all’opera”…
    Se è stata incorniciata per poterla preservare meglio: “ecco l’arrivo delle muffe”…
    Del resto, Banksy sa bene i rischi che corrono le sue opere lasciate sui muri per le strade delle città e delle periferie, sono opere date in adozione al grande pubblico, e non progettate per quello ristretto delle gallerie e dei Musei…

  3. Si Bansky ne aveva realizzati due di murales in stile Street Art, ma uno è stato distrutto perché nn proteggere un’opera di pellegrinaggio artistico ad esempio io che vivo a Sorrento nn sono mai riuscito a vederla azzzz ma un giorno lo farò

  4. Vetrinetta assurda, è vero. Comunque il magazzino di cianfrusaglie è sempre su via Tribunali e la Pizzeria dal Presidente non è esattamente un fast food.
    Per fortuna, poco più sopra c’è un’altra Sant’Agnese senza protezione, nascosta ai voraci divoratori di margherite…

  5. Forse si gnora che inizialmente i “Banksy” nel centro storico di Napoli
    fossero 2; l’opera più sfortunata, che riproduceva graficamente quella
    scultorea del Bernini “Estasi della Beata Ludovica Albertoni” (e non,
    come erroneamente affermato da molti, l’ “Estasi di S.Teresa”), è
    scomparsa nel giro di qualche anno, “crossata” (ricoperta nel gergo
    writer n.d.) dal “throw-up” (un graffito semplice e veloce n.d.) di un
    writer campano (noto come HES), subito pentitosi di ciò che aveva
    (inconsapevolmente dice lui) fatto. Resta da chiedersi, quindi, cosa si
    auspichi, se la inevitabile consunzione delle suddette opere di “street
    art” (così come probabilmente previsto dagli stessi “street artist”) o
    la salvaguardia e la protezione delle stesse da parte di istituzioni ed
    enti pubblici – operazioni a volte opportunistiche e torbide, come nel
    caso della mostra bolognese del 2016 targata Genius Bononiae, che più
    che proteggere le opere, di alcune di esse se ne appropriava tout court,
    sottraendole al loro spazio espositivo naturale e di conseguenza a una
    fruizione libera. Certo, può far storcere il naso, anche quando si
    propenda per la seconda opzione, che la tutela venga realizzata in
    maniera un po’ autarchica dai proprietari di una pizzeria, piuttosto che
    dalla Soprintendenza delle Belle Arti o dall’ Assessorato alla Cultura
    partenopei, ma a volte è bene concentrarsi sul risultato e mostrarsi più
    indulgenti sulle sue modalità di attuazione.

    https://uploads.disquscdn.com/images/8f441439573f795f809651f0f36c4cd9c9c1e1ee49b499a135bbc2ca08a9f693.jpg https://uploads.disquscdn.com/images/03abde8517db43e7f881a89cb36e920098b9303f799e725e49853638614fc8af.jpg Paolo Maddaloni

Comments are closed.