La mostra alle Scuderie – che riaprirà il 2 giugno dopo la chiusura prevista dal decreto per contenere il Coronavirus – è un vero e proprio omaggio a Raffaello a cinquecento anni dalla morte. Un percorso a ritroso nella carriera dell’artista, che non sempre risulta efficace.

La mostra su Raffaello (Urbino, 1483 – Roma, 1520) alle Scuderie del Quirinale assolve, al più alto livello estetico e scientifico, il compito che le è stato assegnato: quello di celebrare il sommo Urbinate nel cinquecentenario della morte. Non una mostra che cambia il nostro modo di vedere Raffaello o che apporta sostanziali novità, perché non sono questi i propositi della rassegna: piuttosto, il sontuoso atto d’amore e riconoscenza di un intero Paese nei confronti di uno dei maestri che maggiormente hanno contribuito alla definizione di un’arte italiana e che più in profondità hanno influenzato lo sviluppo della pittura negli ultimi cinque secoli, nella Penisola e al di fuori di essa.
Illustrare la grandezza di Raffaello, dunque, e nel contempo metterne in luce la complessità: intesa come la versatilità di un genio che non fu solo pittore, ma anche architetto, antiquario, dispensatore di invenzioni per arazzi e stampe; e come la sofisticata ricerca della perfezione che approda a risultati di apparente facilità, senza essere facili affatto. Una studiata spontaneità che immediatamente rimanda alla “sprezzatura” di cui parla Baldassar Castiglione, che di Raffaello fu grande amico; e che in mostra può essere adeguatamente esperita attraverso la ricca selezione di disegni esposti. Colpiscono soprattutto i rifinitissimi studi di singole figure (particolarmente belli quelli prestati dalla Regina d’Inghilterra): autentiche epifanie di cosa sia la perfezione, e di come la perfezione possa non essere né algida, né noiosa.

Baldassarre Castiglione, Lettera a Leone X, 1519, inchiostro su carta. Mantova, Archivio di Stato. Photo Archivio di Stato, Mantova - Per concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo
Baldassarre Castiglione, Lettera a Leone X, 1519, inchiostro su carta. Mantova, Archivio di Stato. Photo Archivio di Stato, Mantova – Per concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo

UNA MOSTRA CELEBRATIVA

Trattandosi, come si diceva, di una mostra celebrativa, i riflettori sono tutti puntati su Raffaello: mentre non mancano le sculture antiche, così importanti per la messa a punto del classicismo raffaellesco, non sono presenti opere di altri artisti del Quattro e del Cinquecento, se non di quelli che hanno veicolato invenzioni del maestro (sono esposte, ad esempio, numerose incisioni di Marcantonio Raimondi). Mancano quindi opere di coloro che hanno influenzato la formazione del Sanzio, e di quelli con cui egli si è confrontato nello svolgersi della sua carriera; mancano quasi del tutto (e questa è forse l’assenza più sorprendente) opere dei principali esponenti della celebre bottega dell’Urbinate, e in generale al ruolo di assistenti e discepoli nella fase tarda della produzione raffaellesca è assegnato un peso oltremodo ridotto.
Di grande impatto è l’avvio della mostra, che prende le mosse dal decesso di Raffaello, come si conviene a una rassegna allestita per il quinto centenario della scomparsa dell’artista. La riproduzione in scala 1:1 dell’edicola con il sepolcro del Sanzio all’interno del Pantheon, realizzata da Factum Arte, è impressionante sia per la sua monumentalità che per l’accuratezza dell’esecuzione. Segue una sezione dedicata al progetto cui Raffaello stava lavorando quando lo colse la morte, ovvero quello di una resurrezione della Roma classica attraverso la restituzione grafica degli antichi monumenti in rovina. Si tratta di uno dei momenti più interessanti per il pubblico, che di solito conosce poco o per nulla questo aspetto dell’attività raffaellesca, e di una delle sezioni più riuscite della mostra: attorno all’autografo di Baldassar Castiglione della celebre lettera sulle antichità di Roma indirizzata da Raffaello a Leone X – testimonianza fondamentale della concezione della tutela in Età Moderna – si dispongono manoscritti e testi a stampa, e soprattutto i meravigliosi ritratti raffaelleschi dei protagonisti di questa vicenda, quello di Castiglione proveniente dal Louvre, con l’indimenticabile sguardo ceruleo dell’effigiato, e il Leone X degli Uffizi, opulenta sinfonia di rossi, ancora più smagliante dopo il recente restauro, che proprio non poteva mancare in mostra (al di là delle modalità che hanno portato allo scontro tra il direttore e il comitato scientifico delle gallerie fiorentine).

Raffaello, Ritratto di donna detta “La Velata”, 1512-13 ca., olio su tela. Firenze, Gallerie degli Uffizi, Galleria Palatina. Photo Gabinetto fotografico delle Gallerie degli Uffizi - Su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo
Raffaello, Ritratto di donna detta “La Velata”, 1512-13 ca., olio su tela. Firenze, Gallerie degli Uffizi, Galleria Palatina. Photo Gabinetto fotografico delle Gallerie degli Uffizi – Su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo

UN PERCORSO A RITROSO

Dopo l’avvio il percorso espositivo procede a ritroso, come i gamberi di fronte a un pericolo; e già nell’intitolazione e nei manifesti della mostra, con le date di Raffaello bizzarramente invertite (1520-1483), si vuole dare conto di questa scelta. Che non convince: più che costituire una chiave di lettura originale, questa impostazione sembra rispondere al proposito di distinguersi in qualche modo in un panorama espositivo dove (le Scuderie docent) abbondano le monografiche strutturate secondo la consueta litania: nascita, formazione, periodo giovanile, maturità ecc.
Una scelta non necessaria, insomma: si poteva iniziare con la morte di Raffaello e la sua tomba, affrontare il tema dei progetti lasciati incompiuti (i rilievi di natura antiquaria) e le opere della produzione ultima, e poi cominciare con la narrazione tradizionale, che ha il non piccolo pregio di essere quella più facile da seguire.
C’è da dire comunque che lo spettatore segue bene il percorso anche così à rebours, sia perché i pannelli sono chiari, sia perché le vicende si svolgono in un arco di tempo limitato (una dozzina d’anni, dall’arrivo di Raffaello a Roma nel 1508 al 1520) e in un unico luogo, l’Urbe. Il visitatore ha così modo di assistere a un linguaggio raffaellesco che via via si spoglia di contorsioni ed enfasi drammatica (che denunciano il confronto con Michelangelo e aprono al Manierismo) e “approda” alla cristallina pacatezza dei primi affreschi nelle Stanze Vaticane.
Il problema più grosso è semmai un altro: in questo modo si privilegia la fase romana di Raffaello a tal punto che i periodi precedenti – gli anni a Firenze (1504-1508) e la formazione tra Perugia, Città di Castello e Siena – non occupano che le due sale conclusive, e hanno il sapore di mere appendici di una rassegna che si sarebbe potuta intitolare Raffaello a Roma.

Raffaello, Studi per la Disputa del Sacramento e un sonetto, 1509-11 ca., penna e inchiostro. Londra, The British Museum, department of Prints and Drawings © The Trustees of the British Museum
Raffaello, Studi per la Disputa del Sacramento e un sonetto, 1509-11 ca., penna e inchiostro. Londra, The British Museum, department of Prints and Drawings © The Trustees of the British Museum

IL PROBLEMA DELLE OPERE INAMOVIBILI

Infine, accanto a questi aspetti problematici, occorre menzionarne un altro, che è comune alla gran parte delle rassegne monografiche dedicate ad artisti del passato: il fatto che le loro opere inamovibili, a cominciare dagli affreschi, non possono essere esposte in mostra. A volte le esposizioni fanno finta di niente (viene in mente la rassegna su Lorenzo Lotto, allestita sempre alle Scuderie nel 2011, dove si passavano sotto silenzio capolavori basilari dell’artista come gli affreschi di Trescore o le tarsie di Santa Maria Maggiore a Bergamo); in questo caso non si sceglie certo di rimuovere o sottovalutare il problema, e abbondano i disegni preparatori e in generale i riferimenti agli affreschi dell’Urbinate. Per forza di cose, tuttavia, emerge dal percorso espositivo un Raffaello celebrato innanzitutto come pittore da cavalletto, quando invece ad assicurargli l’immortalità, già presso i contemporanei, furono in primo luogo gli affreschi delle Stanze Vaticane, delle Logge, della Farnesina.
Gli aspetti problematici qui evidenziati non inficiano tuttavia il pregio di una rassegna che, forte della solidità scientifica dei suoi curatori (Marzia Faietti e Matteo Lafranconi), di un allestimento elegante e funzionale e di una selezione di opere da capogiro, rappresenta un omaggio di assoluto valore a Raffaello, che l’artista stesso, commosso, gradirebbe.

‒ Fabrizio Federici

Evento correlato
Nome eventoRaffaello 1520–1483
Vernissage02/06/2020 no
Duratadal 02/06/2020 al 30/08/2020
Autore Raffaello
CuratoriMarzia Faietti, Matteo Lafranconi
Generearte antica
Spazio espositivoSCUDERIE DEL QUIRINALE
IndirizzoVia XXIV Maggio 16 - Roma - Lazio
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Fabrizio Federici
Fabrizio Federici (1978) ha compiuto studi di storia dell’arte all’Università di Pisa e alla Scuola Normale Superiore, dove ha conseguito il diploma di perfezionamento discutendo una tesi sul collezionista seicentesco Francesco Gualdi e il suo inedito trattato Delle memorie sepolcrali. I suoi interessi comprendono temi di storia sociale dell’arte (mecenatismo, collezionismo), l’arte a Roma e in Toscana nel XVII secolo, la storia dell’erudizione e dell’antiquaria, la fortuna del Medioevo, l’antico e i luoghi dell’archeologia nella società contemporanea. È autore, con J. Garms, del volume "Tombs of illustrious italians at Rome". L’album di disegni RCIN 970334 della Royal Library di Windsor (“Bollettino d’Arte”, volume speciale), Firenze, Olschki 2010. Dal 2008 al 2012 è stato coordinatore del progetto “Osservatorio Mostre e Musei” della Scuola Normale.