Un docufilm assegna due nuove opere a Raffaello, ma gli studiosi le contestano e segnalano l’esclusione di dipinti basilari. Sullo sfondo il tema (affascinante e ancora irrisolto) dell’esordio dell’artista.

L’inquadratura coglie un particolare sul manto di un santo, è un monogramma: “sì, è R.V., ovvero Raphael Urbinas!”. Il conduttore del documentario Raffaello, il genio sensibile (Sydonia, 2020, 90’) non ha dubbi; con una grossa lente in mano si dice emozionato di avere sotto gli occhi “le prime tracce di Raffaello”. Ma lo stendardo processionale, con una scena di crocifissione e santi, della confraternita del Corpus Domini di Gubbio, non è riuscito ad andare oltre un’attribuzione di ambito locale. Tra i pochi che l’hanno giudicato c’è Tom Henry, già autore e co-curatore di progetti internazionali dedicati a Raffaello, tra cui la grande monografica del 2005 alla National Gallery di Londra; con una mail ribadisce quanto espresse in una scheda dedicata all’opera in questione: “Le firme di Raffaello sugli orli sono alquanto diverse, ma il punto fondamentale è che il monogramma sembra leggersi VBA[ldus], in riferimento al nome del Santo” (ovvero il patrono di Gubbio e il soggetto del gonfalone stesso).

LO STENDARDO IGNORATO

Un altro stendardo, rovinato dalle continue processioni per il potere “taumaturgico” dei suoi santi, è invece escluso dal film; lo stendardo della Santissima Trinità di Città di Castello, dove miracolosamente è ancora rimasto. Oggi è nella pinacoteca della città, e sarà perno della mostra Raffaello giovane e il suo sguardo (posticipata a marzo 2021), curata da Laura Teza e Marica Mercalli, che ricordano come anche per questa opera non ci sono fonti dirette ma due disegni preparatori, custoditi presso l’Ashmolean Museum di Oxford e il British Museum, a sigillare la mano del giovane pittore. Claudio Strinati non ha visto il film ma si dice stupito dell’esclusione; nella sua monografia raffaellesca ne aveva ricordato il ruolo centrale: “Qual è dunque il se stesso di Raffaello, quando l’urbinate comincia a mettere la testa fuori dalle certezze della bottega paterna? La risposta è forse nell’opera cruciale che Raffaello esegue per Città di Castello, il cosiddetto ‘Stendardo’, opera determinante su cui la storiografia è rimasta incerta nel corso del tempo”.

Anonimo, Cristo con la croce e santi Ubaldo e Francesco, Gubbio, Chiesa di San Giuliano, su concessione della Diocesi di Gubbio
Anonimo, Cristo con la croce e santi Ubaldo e Francesco, Gubbio, Chiesa di San Giuliano, su concessione della Diocesi di Gubbio

L’ESORDIO DA MAGISTER DI RAFFAELLO

Il documentario non include lo “stendardo” anche perché, pur muovendosi in varie località dell’Umbria, a Città di Castello non fa tappa. Eppure è qui la prima documentazione ufficiale di Raffaello, registrata negli archivi comunali con la data del 10 dicembre 1500, quando il giovane (all’epoca 17enne) è già citato come “magister” in un contratto per una pala d’altare per la chiesa di Sant’Agostino.
Cristina Acidini, in procinto di pubblicare una monografia su Raffaello, nota come l’opera, dedicata a San Nicola da Tolentino e oggi dispersa in frammenti (venduti dai frati per ricostruire la chiesa dopo un forte sisma) dimostri già “elementi innovativi nell’iconografia. Anche dai frammenti infatti si capisce che le tre corone sono sfalsate in altezza per manifestare la gerarchia dei donatori, da Dio alla Madonna a Sant’Agostino, con l’effetto di movimentare la spazialità della scena. La qualità dei dipinti raggiunge un alto livello, specie nei due angeli intensamente espressivi con bei capelli ondulati, dallo spiccato carattere umbro”. Ma di questi primi passi, come degli straordinari disegni preparatori, nel film non c’è traccia.

IL ‘CENTONE’ DI PERUGIA

Francesco Federico Mancini, ordinario di Storia dell’arte moderna all’Università di Perugia e membro del comitato scientifico della Galleria Nazionale dell’Umbria, segnala come il documentario sia “pieno di errori e di clamorose ingenuità”. Tra questi inserisce l’attribuzione a Raffaello di un affresco raffigurante una Crocifissione, nell’oratorio perugino di Sant’Agostino, che il conduttore del documentario data attorno all’anno 1500, con un giudizio ancora una volta lapidario: “Ciò che emerge dalla chiesa di Sant’Agostino è il primo capolavoro di questo genio della pittura”.
Mancini ribatte con dati “strutturali”: “L’affresco dell’Oratorio di Sant’Agostino fu avvicinato a Raffaello negli Anni Novanta ma successivi approfondimenti hanno dimostrato come questa pittura non può essere datata al 1498-1500 perché la porzione di muro sulla quale fu realizzata non era pronta prima del 1507, inoltre la pala d’altare che si trovava al centro dell’affresco e ne costituiva parte integrante è datata 1510”. E affonda un colpo severo: “Quanto allo stile, l’affresco è un centone di molteplici influenze e sembra essere il tipico prodotto di un pittore di seconda o terza linea”.

Raffaello, studio preparatorio Stendardo SS. Trinità, Oxford, Ashmolean Museum
Raffaello, studio preparatorio Stendardo SS. Trinità, Oxford, Ashmolean Museum

PINTORICCHIO E RAFFAELLO

Altro motivo di dibattito è l’approdo di Raffaello in terra umbra, che il film associa a Pintoricchio (in una non documentata esperienza nel cantiere del Duomo di Spoleto), eludendo in un sol colpo la tradizione vasariana dell’apprendistato presso il Perugino e il ruolo che Luca Signorelli (amico del padre e in ottimi rapporti con il Duca Guidobaldo di Urbino) ebbe nella probabile introduzione del giovane nella cerchia dei suoi committenti.
La straordinaria conferma di una collaborazione è invece in un documento presentato solo lo scorso anno da Maria Rita Silvestrelli: un contratto risalente al 1502 relativo a una pala d’altare per la chiesa di Santa Maria della Pietà di Umbertide. La storica dell’arte, e autrice con Pietro Scarpellini della più importante monografia su Pintoricchio, ribadisce sia questa l’occasione in cui “si profila il momento della collaborazione diretta con Raffaello”. Nel contratto Pintoricchio è pagato in pane, vino e carne ed è autorizzato a lavorare con “famuli e soci”: custoditi al Louvre ci sono due splendidi disegni di Raffaello realizzati a punta d’argento e si sono rivelati studi preparatori per la pala in questione, ovvero l’Incoronazione della Vergine, oggi nella Pinacoteca Vaticana.

LA CASA DELLO “SPOSALIZIO”

L’ultima prova della formazione giovanile di Raffaello prima di partire alla volta di Firenze e quindi per la sommità delle vette romane è lo Sposalizio della Vergine del 1504, concepito per la cappella di San Giuseppe nella chiesa di San Francesco, a Città di Castello. È una tappa ineludibile che il documentario presenta nella sede odierna di Brera, ma senza specificare il contesto di origine.
Corrado Rosini, autore dei più compiuti studi sull’arte a Città di Castello, ha individuato negli Anni Sessanta l’esatto perimetro della cornice da cui i soldati cisalpini estrassero il quadro, nel lontano 1798: “Tralasciare il contesto originario di un’opera d’arte inficia ogni tipo di racconto. Al tempo di Raffaello la chiesa di San Francesco era il luogo del consiglio cittadino, già luogo di sepoltura dei Vitelli, noti condottieri e mecenati della città. Nonostante le modificazioni settecentesche, la chiesa conserva esternamente tutti gli elementi per ricostruire l’aspetto originario”.
Negli stilemi della devozione di Perugino, nella ricchezza dei costumi di Pintoricchio, nel dinamismo di Signorelli, Raffaello ha sicuramente forgiato i suoi inizi, ma il tema della sua formazione è tutt’altro che risolto. L’augurio è quello di tornare a visitare le opere e con esse i luoghi del suo passaggio, anche laddove il suo segno sia stato soltanto imitato, quasi sempre invano. Il film è invece online sulla piattaforma Rai Play.

Giuseppe Sterparelli

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Autore Raffaello
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Giuseppe Sterparelli
Curatore indipendente e documentarista. Attento a uno storytelling che nasca sempre da fonti reali, ha diretto vari progetti culturali nel campo delle arti visive, della musica e della poesia contemporanea. Laureato in DAMS a Bologna, ha collaborato con l’Università italiana per stranieri, UCLA e Trinity College Dublino. Ha raccontato Luca Signorelli, Alberto Burri e Nuvolo (per il canale Sky Arte HD), visti dalla prospettiva di un comune ambiente di origine: l’Alta Valle del Tevere, al confine tra Umbria e Toscana.