A Palazzo Reale una mostra dedicata a Dürer propone una lettura aperta e attiva del maestro della pittura tedesca: un artista che ha mostrato la sintesi fra la tradizione nordica e quella italiana, definendo una propria versione di Rinascimento e aprendo a varie strade. A iniziare dalla creazione del suo “brand”.

È un’ampia esposizione-tributo quella dedicata ad Albrecht Dürer (Norimberga, 1471-1528) a Palazzo Reale di Milano, curata da Bernard Aikema insieme a Andrew John. La mostra, pensata in sei sezioni tematiche, s’avvale di un corpus di 130 opere provenienti da 40 musei, che nell’accostamento continuo con altri maestri coevi a Dürer illustrano magnificamente esperienze coincidenti e lo svilupparsi di nuovi stili nati proprio dall’incontro tra nord e sud Europa.
Di questi transiti italiani, Venezia rappresenta per Dürer la meta del destino dove l’artista soggiornò a partire dal primo viaggio del 1494 e del successivo del 1505 al seguito dei quali realizzò vari capolavori pittorici e ottenne riconoscimento per le straordinarie capacità nel realizzare le sue celebri stampe, che la mostra ha il merito di evidenziare nei suoi rapporti con l’arte italiana e in particolare con le incisioni rinascimentali di Mantegna, che furono per il Dürer un tramite indispensabile per accostarsi al gusto dell’antico.
Lungo l’intenso percorso si possono ammirare anche le opere dei connazionali Cranach, Altdorfer, Baldung Grien, Burgkmair e Schongauer, a testimonianza di quanto il tardo Quattrocento fosse per gli artisti tedeschi un periodo di grande mobilità e confronto con i colleghi italiani come Bellini, Giorgione, Tiziano, da Vinci e Solario, presenti in mostra con opere importanti.

Albrecht Dürer, La Melancolia (Melencolia I), 1514. Londra, National Gallery. Courtesy Otto Schafer Stiftung der Stadt Schweinfurt
Albrecht Dürer, La Melancolia (Melencolia I), 1514. Londra, National Gallery. Courtesy Otto Schafer Stiftung der Stadt Schweinfurt

IL FATTORE BRAND

Non è solo una questione di apprendimento, recupero e traduzioni di stili: nella sua personale osservazione della geometria, dell’architettura, dello studio delle proporzioni e della rivisitazione del classico, Dürer imprime sempre il suo personalissimo sguardo. Ne proviene un’altra osservazione sull’artista che attentamente voleva affermare il suo ruolo di “autore”, a partire dal suo famoso monogramma che accompagna le stampe e i quadri: un vero e proprio brand che trasforma le incisioni in strumenti di comunicazione della sua firma estremamente loquaci grazie alla loro facile circolazione. Ma anche i vari autoritratti, disseminati in tutta la carriera di Dürer, a iniziare da un piccolo disegno dell’autore appena quattordicenne così come in importanti prove quali La Festa del Rosario datata 1507, il maestoso dipinto esposto in mostra nel quale il pittore si autoritrae con lo “sguardo in camera”, spiccando nel gruppo con la sua sgargiante veste rosa e nera.
Ecco che alle sezioni ufficiali pensate dai curatori si potrebbero accostare altrettanti sotto-percorsi tematici: ne è un esempio la serie di incisioni e disegni equestri dove i maestri italiani e tedeschi sperimentarono nello studio anatomico e simbolico del cavallo l’analisi e l’applicazione di una tecnica che ne restituisce volumetrie e valenze espressive. Merita in tal senso di soffermarsi a osservare la bellezza del disegno del Cavaliere realizzato da Dürer nel 1513, proveniente dalla Biblioteca Ambrosiana, che anticipa la celebre stampa Il Cavaliere, Morte e il Diavolo, affiancato qui in un bell’esemplare, che, insieme alla Melencolia, rappresenta forse il picco più alto dell’arte incisoria della storia tutta.

Albrecht Dürer, Ritratto a mezzo busto di una giovane veneziana, 1505. Vienna, Kunsthistorisches Museum. Photo © KHM Museumsverband
Albrecht Dürer, Ritratto a mezzo busto di una giovane veneziana, 1505. Vienna, Kunsthistorisches Museum. Photo © KHM Museumsverband

UN RINASCIMENTO MOBILE

Dürer è poi affratellato con altri pittori allorché definisce un’immagine della natura che ha sorprendenti affinità con quella espressa da Lotto e Giorgione. Per la prima volta attorno a quegli Anni ’10 del Cinquecento le figure protagoniste dei quadri come eroi, santi e guerrieri non sono più centrali ma elementi tra gli elementi, immerse nella totalità dell’ambiente; gli spunti naturali, oggettivi e meticolosamente riportati, intrigano l’occhio dell’artista molto più che la vita dei Santi e le gesta degli eroi, in una concezione che si potrebbe definire già romantica, così come testimoniato dai monti acquerellati di Trento e di Arco.
Tutto questo si riflette nel suo modo nordico, lenticolare, ma venetizzato, di raccontare l’esperienza dello sguardo, e anche il senso del viaggio che la mostra di Palazzo Reale offre nel suo tracciato chiaro e affasciante di questo Rinascimento mobilissimo, fatto di scambi e di interconnessioni, che vedono proprio in Dürer uno dei più sommi interpreti.

Riccardo Conti

Evento correlato
Nome eventoDürer e il Rinascimento tedesco
Vernissage20/02/2018 su invito
Duratadal 20/02/2018 al 24/06/2018
AutoreAlbrecht Dürer
CuratoreBernard Aikema
Generearte antica
Spazio espositivoPALAZZO REALE
IndirizzoPiazza Del Duomo 12 - Milano - Lombardia
Editore24 ORE CULTURA
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Riccardo Conti
Riccardo Conti (Como, 1979; vive a Milano), critico d’arte e pubblicista, si occupa principalmente di cultura visiva e linguaggi come video e moda. Collabora con riviste come Vogue Italia, Domus, Mousse, Vice e i-D Italy, ha curato diverse mostre per gallerie e spazi privati ed è autore di alcuni format televisivi riguardanti arti visive e cultura contemporanea. Ha insegnato presso l’Accademia di Belle Arti di Brera e la facoltà di Architettura del Politecnico di Milano e ha tenuto seminari presso altre università e istituzioni quali NABA, IULM e KHIO di Oslo. Attualmente è docente di Visual Culture presso le sedi IED di Milano e Torino.

1 COMMENT

  1. Dire che con il Dürer è stato raggiunto il picco più alto di tutta la storia dell’arte incisoria, al di là che La Morte, il Cavaliere e il Diavolo o Melancholia siano capolavori assoluti, significa non considerare nella giusta luce l’opera incisoria del Rembrandt, il quale è stato a parer mio il più grande innovatore e magistrale interprete dell’arte calcografica, e non solo dei suoi tempi, tenendo presente che la tecnica dell’acquaforte ai tempi del Dürer che si servì del bulino per l’incisione su legno o xilografia, era inesistente, che fu invece inventata proprio da Rembrandt e altri maestri olandesi nella prima metà del Seicento per ottenere una maggiore gamma di variazioni chiaroscurali con effetti più morbidi sul modello pittorico .

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