Da palazzo storico a campo di battaglia per fantasmi: succede con un’installazione a Venezia, l’intervista 

Fino al 25 ottobre 2026 rituali antichi, tecnologie di sorveglianza e memorie coloniali attraversano l’installazione dell’artista indonesiana Natasha Tontey all’Ateneo Veneto. Ci siamo fatti raccontare da lei il suo lavoro

La prima sensazione entrando nell’installazione di Natasha Tontey (Minahasa, 1989) non è quella di osservare un’opera d’arte, ma semmai quella di essere trascinati dentro un organismo alterato. I soffitti seicenteschi dell’Ateneo Veneto immersi nel rosso. Anatomie instabili che sembrano emergere contemporaneamente da un rituale sciamanico e da un film distopico di serie B. Tecnologie di sorveglianza, mitologie indigene e memorie della Guerra Fredda che si sovrappongono fino a diventare indistinguibili. Con The Phantom Combatants and the Metabolism of Disobedient Organs, commissionata da LAS Art Foundation e Amos Rex durante Biennale Arte 2026, l’artista indonesiana realizza una delle installazioni più stratificate e perturbanti oggi visibili a Venezia.

Natasha Tontey, The Phantom Combatants and the Metabolism of Disobedient Organs, 2026. Video still (detail). Commissioned by LAS Art Foundation and Amos Rex. © 2026 Natasha Tontey. Courtesy the artist
Natasha Tontey, The Phantom Combatants and the Metabolism of Disobedient Organs, 2026. Video still (detail). Commissioned by LAS Art Foundation and Amos Rex. © 2026 Natasha Tontey. Courtesy the artist

Natasha Tontey tra Guerra Fredda, rituali e sorveglianza

Il progetto prende avvio dalla figura di Len Karamoy, combattente del movimento Permesta attivo nel Nord Sulawesi tra il 1957 e il 1961 contro il governo centralizzato indonesiano, all’interno di un conflitto segnato dal coinvolgimento americano e dalle tensioni della Guerra Fredda. Ma Tontey non cerca mai una ricostruzione storica lineare. Nel suo lavoro la storia si comporta più come una contaminazione che come un archivio. Le identità si moltiplicano. I corpi perdono compattezza. Il rituale entra in collisione con l’immaginario sintetico. La spiritualità indigena si intreccia con le immagini militari e con le tecnologie della sorveglianza. Ciò che emerge non è soltanto una riflessione politica sull’Indonesia. Diventa piuttosto un discorso più inquieto sul modo in cui i sistemi di potere continuano a modellare i corpi, le immagini e perfino ciò che una società decide di considerare reale.

L’approdo di Natasha Tontey a Venezia

Con The Phantom Combatants, Natasha Tontey ha realizzato una delle opere più radicali all’interno della costellazione di mostre che attraversano Venezia nel 2026. Non perché parli semplicemente di colonialismo o identità, ma perché trasforma questi temi in un organismo instabile, difficile da addomesticare. Dentro la sua installazione, la storia non appare mai conclusa. Continua invece a mutare attraverso nuovi corpi, nuove immagini e nuovi sistemi di potere. Come se i fantasmi della Guerra Fredda non fossero mai davvero scomparsi, ma avessero semplicemente cambiato estetica.

Natasha Tontey, The Phantom Combatants and the Metabolism of Disobedient Organs, 2026. Installation view at Ateneo Veneto, Venice, Italy. Commissioned by LAS Art Foundation and Amos Rex. © 2026 Natasha Tontey. Photo Jacopo La Forgia
Natasha Tontey, The Phantom Combatants and the Metabolism of Disobedient Organs, 2026. Installation view at Ateneo Veneto, Venice, Italy. Commissioned by LAS Art Foundation and Amos Rex. © 2026 Natasha Tontey. Photo Jacopo La Forgia

Intervista a Natasha Tontey

I corpi nel tuo lavoro sono eccessivi, ibridi, quasi mostruosi. Sono corpi liberati oppure corpi che rivelano come il potere continui a inscriversi nella carne?
Per me il corpo non è mai innocente. È già attraversato da sistemi. Religione, propaganda, desiderio, violenza, colonialismo. Tutto entra nel corpo. Molte persone guardano queste anatomie e vedono qualcosa di grottesco o fantastico. Ma per me sono corpi realistici. Corpi che hanno assorbito troppe strutture contemporaneamente. In Indonesia esistono ancora molti fantasmi politici. La differenza è che oggi non appaiono più come figure storiche. Entrano nei media, nella pubblicità, nell’estetica del fitness, nei modelli di mascolinità, perfino nelle idee di efficienza. Mi interessa il momento in cui il corpo smette di funzionare come identità stabile. Quando diventa quasi una sorta di interfaccia corrotta.

Nel progetto, Len Karamoy smette di essere soltanto una figura storica e diventa una presenza collettiva, quasi mitologica. Cosa accade quando la storia entra nella finzione?
Per me la finzione non è l’opposto della verità. A volte è il contrario: è il luogo in cui la verità sopravvive più a lungo. Molti archivi ufficiali in Indonesia sono stati costruiti attraverso cancellazioni, soprattutto durante e dopo la Guerra Fredda. Alcune storie continuano a esistere soltanto in forme incomplete: voci, rituali, racconti familiari, superstizioni. Len Karamoy continuava ad apparire durante la mia ricerca proprio in quel modo. Non come una figura completamente documentabile, ma come qualcosa che continuava a ritornare. Mi interessano queste presenze instabili. Quasi organismi narrativi. Forse anche i fantasmi sono tecnologie politiche.

Natasha Tontey, The Phantom Combatants and the Metabolism of Disobedient Organs, 2026
Natasha Tontey, The Phantom Combatants and the Metabolism of Disobedient Organs, 2026

Natasha Tontey tra tradizione indonesiana e sguardi aperti al mondo

Il tuo lavoro affronta continuamente il rapporto tra colonialismo, intervento americano e costruzione dell’identità indonesiana. Stai cercando di recuperare narrazioni rimaste fuori dalle prospettive occidentali?
Sì, ma non credo che il problema sia soltanto l’Occidente. Anche le narrazioni nazionali possono trasformarsi in strutture molto aggressive. Permesta è stata spesso raccontata soltanto attraverso la geopolitica della CIA e della Guerra Fredda. Ma parlando con le comunità locali emergono altre dimensioni: spirituali, territoriali, corporee. Provengo dalla cultura Minahasa, che è già un territorio fortemente ibrido: animismo, cristianesimo, colonialismo olandese e giapponese, primi contatti con portoghesi e spagnoli, militarizzazione moderna e regime autoritario. Tutto convive nello stesso spazio culturale. Molte persone cercano identità pure. Io sono più interessata alle identità contaminate.

Nel tuo lavoro rituale, tecnologia e immaginario militare convivono costantemente. La tecnologia appare quasi come un nuovo sistema spirituale.
Perché in parte lo è già. Le tecnologie contemporanee non producono semplicemente immagini. Producono realtà condivise. Perfino le immagini militari e gli strumenti di sorveglianza funzionano quasi come macchine spirituali. Producono invisibilità e visibilità. Decidono ciò che esiste. Ma mi interessa anche la possibilità di hackerare quei sistemi. Molte forme di conoscenza indigena sono state considerate primitive semplicemente perché non producevano dati secondo standard occidentali. Eppure, possedevano altri sistemi di percezione. Forse il problema non è la tecnologia in sé. Il problema è chi decide cosa viene considerato reale.

Natasha Tontey, The Phantom Combatants and the Metabolism of Disobedient Organs, 2026. Installation view at Ateneo Veneto, Venice, Italy. Commissioned by LAS Art Foundation and Amos Rex. © 2026 Natasha Tontey. Photo Jacopo La Forgia
Natasha Tontey, The Phantom Combatants and the Metabolism of Disobedient Organs, 2026. Installation view at Ateneo Veneto, Venice, Italy. Commissioned by LAS Art Foundation and Amos Rex. © 2026 Natasha Tontey. Photo Jacopo La Forgia

Il lavoro di Natasha Tontey a Venezia

Presentare questo lavoro all’interno dell’Ateneo Veneto crea una forte tensione tra cosmologie indigene e architettura storica europea. Era una tensione intenzionale?
Assolutamente. Per me lo spazio non è mai neutrale. L’Ateneo Veneto porta con sé secoli di storia europea legata all’autorità culturale, religiosa e accademica. Volevo inserire queste presenze alterate e questi rituali dentro quel sistema architettonico. Quasi come una forma di infiltrazione. Perfino il soffitto del Cycle of Purgatory genera qualcosa di ambiguo. A un certo punto diventa impossibile capire se i corpi stiano emergendo dal passato oppure dal futuro.
Mi interessa quando le opere producono una sensazione di disorientamento. Quando la percezione smette di essere stabile.

Questa Biennale è attraversata da tensioni geopolitiche, proteste e discussioni sulla rappresentazione globale. Hai paura che il tuo lavoro venga letto soltanto attraverso una lente politica?
Quel rischio esiste sempre. Ma penso anche che oggi il problema non sia la presenza della politica nell’arte. Il problema nasce quando la politica diventa troppo facilmente consumabile. Molte opere contemporanee si esauriscono troppo rapidamente dentro una posizione. Io sono più interessata a creare attrito. Non voglio che il pubblico si senta moralmente al sicuro. Mi interessa quella sensazione più ambigua, quando qualcosa appare seducente e disturbante allo stesso tempo. Quando non è più chiaro se si stia guardando un rituale, un videogioco, un archivio storico oppure un’allucinazione collettiva. Forse è proprio lì che la complessità può ancora sopravvivere.

Antonino La Vela

Venezia // fino al 25 ottobre 2026
Natasha Tontey. The Phantom Combatants
ATENEO VENETO DI SCIENZE, LETTERE ED ARTI – Campo San Fantin, 1897
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