Uno dei musei più unici e particolari di Milano è pieno di opere che non sono belle

Nella casa museo Boschi Di Stefano il percorso espositivo naviga “la crisi del bello” grazie a una ricca collezione di opere del Novecento che ha da subito cercato nuovi modi di guardare l’arte

La Casa Museo Boschi Di Stefanoè un luogo unico. Antonio Boschi (Novara, 1896 – Milano, 1988) e Marieda Di Stefano (Milano, 1901 – 1968) hanno raccolto nel corso della loro vita insieme una straordinaria collezione d’arte del Novecento, donata al Comune di Milano da Boschi nel 1974 e nel 1988. Nelle sale del loro appartamento, al secondo piano della palazzina di Via Jan, progettata da Piero Portaluppi alla fine degli Anni Venti, sono oggi esposte circa trecento opere, tra cui capolavori di Mario Sironi, Arturo Martini, Giorgio De Chirico, Giorgio Morandi, Renato Birolli, Lucio Fontana e Piero Manzoni.

Camera degli ospiti, Casa museo Boschi Di Stefano. Copyright Comune di Milano, Casa museo Boschi Di Stefano
Camera degli ospiti, Casa museo Boschi Di Stefano. Copyright Comune di Milano, Casa museo Boschi Di Stefano

Quando il “bello” non basta più

Non tutto ciò che incontriamo nella Fondazione Boschi Di Stefano è “bello”. E proprio per questo funziona. Le opere che abitano questo spazio testimoniano un passaggio decisivo: quello in cui il bello perde il suo ruolo di misura universale e l’esperienza estetica si apre a forme più instabili, ambigue, talvolta disturbanti. È la soglia inaugurata dalle avanguardie del Novecento, dove l’arte smette di rassicurare lo sguardo e comincia a metterlo in crisi. Con le avanguardie del Novecento, la categoria di “bello” entra in crisi in modo irreversibile. Non si tratta semplicemente di una negazione, ma di una perdita di centralità: il bello smette di essere il criterio dominante attraverso cui comprendere l’opera. Accanto ad esso emergono altre tonalità dell’esperienza estetica – il perturbante, il grottesco, l’assurdo – che rendono l’arte irriducibile a un’unica misura.

La collezione della Fondazione Boschi Di Stefano a Milano

In questo senso, attraversare la Fondazione Boschi Di Stefano significa fare esperienza diretta di questa trasformazione. Le opere non si lasciano più ricondurre a un’idea condivisa di armonia, ma aprono a una pluralità di registri che mettono in tensione lo sguardo. I tagli spaziali di Lucio Fontana, le sospensioni metafisiche di Giorgio de Chirico, le densità materiche del Novecento italiano non chiedono di essere “belle”: chiedono di essere vissute. È proprio questa coesistenza a rendere la Fondazione un dispositivo critico oltre che espositivo. Qui la rottura operata dalle avanguardie non appare come un episodio storico concluso, ma come una frattura ancora attiva: il bello non scompare, ma perde il suo monopolio, lasciando spazio a un’estetica più ampia, instabile e stratificata.

La Boschi Di Stefano è più di un museo

La Fondazione Boschi Di Stefano non chiede uno sguardo esaustivo, né una fruizione totalizzante: non si tratta di vedere tutto, ma di fermarsi. L’invito è a sostare su alcune opere, non per importanza ma per suggestione, seguendo un percorso che è prima di tutto filosofico. Perché è nella singola opera che si apre la possibilità di incontrare un pensiero, un tempo, uno sguardo sul mondo.

Il “bello” tra tensione e sottrazione

Tra le stanze della Fondazione questa trasformazione prende forma attraverso poetiche profondamente diverse. In Mario Sironi il bello si irrigidisce in una monumentalità severa, quasi opaca, lontana da ogni compiacimento; nelle sculture di Arturo Martini si incrina in una dimensione arcaica e inquieta, dove la forma sembra trattenere una tensione irrisolta. Con Giorgio Morandi, invece, l’estetico si ritrae fino a farsi minimo, sospeso, sottraendosi a ogni evidenza spettacolare. E nelle tele di Renato Birolli il colore si libera definitivamente da ogni obbligo mimetico, aprendo a una pittura che non chiede più di essere “bella”, ma di essere attraversata.

Uno sguardo aperto e sempre nuovo

In questo senso, le opere della Fondazione Boschi Di Stefano non si organizzano secondo gerarchie rigide, né si lasciano ridurre a un sistema di valori stabile. Non c’è un’opera più importante o più significativa di un’altra: ciascuna partecipa a costruire un campo di relazioni che si rinnova nello sguardo di chi attraversa la casa. Anche una selezione parziale diventa allora occasione per mettere a fuoco un’idea più ampia: questo spazio non offre una lettura definitiva del Novecento, ma la possibilità di uno sguardo sempre mobile, capace di riattivarsi a ogni visita. Tornarvi significa, ogni volta, intraprendere un percorso diverso, in cui le opere non smettono di trasformarsi insieme a chi le osserva.

Simone Orioli

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