L’arte (non) è un’isola. Una panoramica di opere… insulari

Lockdown e distanziamento sociale ci hanno fatto riapprezzare il senso di comunità. Resta però il fatto che tanti artisti, nel corso degli anni, hanno ragionato sul concetto di isola. Eccone alcuni

Riccardo Benassi, Piramide di vetro antiproiettile per l’isola di San Paolo, di proprietà della Famiglia Beretta, 2009
Riccardo Benassi, Piramide di vetro antiproiettile per l’isola di San Paolo, di proprietà della Famiglia Beretta, 2009

Lontani da tutto e da tutti, separati dal mondo, distanti dagli altri e dall’altro. Sentimenti che molti di noi hanno provato a causa della pandemia tanto da descrivere questi stati d’animo come una sorta di esilio, letteralmente l’essere fuori dalla (propria) terra. Se citando Hemingway via John Donne possiamo ancora affermare che “nessun uomo è un’isola”, ciò non toglie che l’idea del distacco dal continente possa, in casi specifici, fungere da attivatore di energia creativa. Isolamento o separatezza infatti possono non essere sempre sinonimi di difficoltà o disagio, anzi, una delle figure ricorrenti che associamo al termine isola è la cosiddetta “isola felice”.

Superstudio, Supersuperficie, L'isola felice, 1971
Superstudio, Supersuperficie, L’isola felice, 1971

LE ISOLE DI SUPERSTUDIO E THE PLAY

Questa visione in ambito artistico porta alla mente una delle declinazioni della Supersuperficie (1971) di Superstudio, in cui elementi tipici della vita domestica come un guardaroba, un asse da stiro, mobili e tappeti sono allestiti all’aperto circondati da uno spazio algido e vuoto. La metafora di un ambiente galleggiante, nel quale si trovano condizioni che sarebbero impossibili al di fuori.
A proposito di galleggiamenti, di immagine in immagine, non è difficile finire alla zattera a forma di freccia con cui il gruppo giapponese The Play attraversa il fiume Yodo nella prefettura di Kyoto proprio sul finire degli Anni Sessanta.

ARCIPELAGHI E MIGRANTI

Cosa succede quando l’oggetto dell’attenzione si allarga fino all’arcipelago? In questo caso l’azione può spingere sull’accentuazione dei confini, dei limiti geografici tra terra e acqua, espandendoli come fossero carichi di un’aura. Nel maggio del 1983 Christo & Jeanne Claude completano Surrounded Islands, circondando per due settimane diversi atolli della Biscayne Bay a Miami con larghe falde di tessuto rosa shocking. La frontiera come luogo del collegamento, possibilità di unione, marcatore di contatto.
Significato che è possibile ribaltare se la figura del migrante, ovvero di chi si sposta verso nuove sedi, prende la forma di un’intera isola invece che di una persona o di un popolo. “Chili Moon Town”, nella descrizione degli artisti Anna Galtarossa e Daniel Gonzalez, che l’hanno creata nel 2007 a Città del Messico, “is a utopian floating city of dreams that knows no boundaries. It was born as a free city without frontiers. Its citizens do not migrate; the city itself migrates, carrying the dreams of people”. L’isola come mezzo per fuggire non tanto dalla realtà quanto dalle logiche che la regolano e impediscono l’insorgere di un pensiero alternativo.

Anna Galtarossa & Daniel Gonzalez, Chili Moon Town Tour, Lago Chapultepec, Città del Messico, 2007
Anna Galtarossa & Daniel Gonzalez, Chili Moon Town Tour, Lago Chapultepec, Città del Messico, 2007

L’ISOLA VIRTUALE DI CAO FEI E QUELLA ANTIPROIETTILE DI RICCARDO BENASSI

Un interstizio di possibilità che valica i contorni del reale per attestarsi come spazio libero, anche per ospitare operazioni artistiche. Era lo scopo principale di RMB City, piattaforma creata al largo delle coste virtuali di Second Life nel 2009 dall’artista cinese Cao Fei.
O, infine, quando l’isola viene riportata forzatamente, seppur a scopo protettivo, al suo statuto di marginalità, come nel progetto di Riccardo Benassi Piramide di vetro antiproiettile per l’isola di San Paolo, di proprietà della Famiglia Beretta (2009), tornato alla luce di recente nella mostra Hidden Displays 1975-2020 al MAMbo di Bologna.

– Claudio Musso

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #63
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Autori Superstudio, Cao Fei, Anna Galtarossa, Christo e Jeanne-Claude, Daniel Gonzalez, Riccardo Benassi
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Claudio Musso
Critico d'arte e curatore indipendente, la sua attività di ricerca pone particolare attenzione al rapporto tra arte visiva, linguaggio e comunicazione, all'arte urbana e alle nuove tecnologie nel panorama artistico. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Archeologia e Storia dell’arte presso l'Università di Bologna, ateneo dove aveva precedentemente conseguito la laurea triennale e specialistica. Attualmente è docente di Fenomenologia delle arti contemporanee e di Teoria della percezione e psicologia della forma presso l’Accademia G. Carrara di Belle Arti di Bergamo dove ricopre il ruolo di Coordinatore del corso di Pittura, insegna inoltre Linguaggio della visione presso Spazio Labo’ a Bologna. Tra il 2007 e il 2011 ha collaborato con il MAMbo - Museo d'Arte Moderna di Bologna per la ricerca scientifica e per l'organizzazione di conferenze e incontri. Ha partecipato in qualità di curatore e di membro di giuria a festival internazionali (LPM - Live Performers Meeting, Roma – Minsk; roBOt - Digital Paths into Music and Arts, Bologna) ed è stato invitato come relatore a convegni e conferenze in Italia e all’estero (tra le altre AVANCA | CINEMA International Conference Cinema, Art, Technology - Cineclub Avanca, Portogallo; VIII MAGIS – International Film Studies Spring School - Università di Udine, Gorizia; Artscapes - An Interdisciplinary Conference on Art and Urban Scapes - University of Kent, Canterbury). Dal 2004 al 2011 è stato collaboratore di Exibart.com e Exibart.onpaper, dove dal 2008 dirigeva la rubrica visualia. Prende parte al network Digicult e collabora con il magazine di cultura digitale Digimag. Scrive regolarmente per Artribune. Ha pubblicato numerosi articoli, testi critici e saggi, il più recente si intitola Dalla strada al computer e viceversa (Libri Aparte, Bergamo 2017).