Non tutti sono al corrente del fatto che, anche in Piemonte, nel Cuneese, è esistito un campo di concentramento. Il Museo della Memoria allestito nell’ex chiesa secentesca di Sant’Anna vuole mantenere vivo il ricordo delle vittime

La storia degli ebrei che dopo l’8 settembre 1943 scavalcarono le Alpi Marittime partendo da Saint Martin Vésubie, nell’entroterra nizzardo, per raggiungere in territorio italiano Entracque, Valdieri e Borgo San Dalmazzo nel tentativo di sfuggire, spesso invano, all’occupazione tedesca è stata raccontata dal premio Nobel per la letteratura Jean-Marie Le Clézio nel romanzo Stella Errante (Il Saggiatore, 1992). Le Clézio, nato a Nizza nel 1940, discendente di una famiglia bretone che era riparata nelle isole mauritane per sfuggire al terrore rivoluzionario, conosce bene l’erranza. Dalla Gran Bretagna alla Tailandia, dal Messico alla Cina, lui stesso ha sperimentato questa condizione di vita.
La vicenda degli ebrei di Saint Martin Vésubie è rimasta a lungo impressa nella memoria degli abitanti di Borgo San Dalmazzo, cittadina alle porte di Cuneo, almeno nei più anziani, testimoni di quell’evento. Già nel 1996 il Comune aveva ricordato i tragici mesi del 1943-1944 nel Memoriale della Deportazione. Alcuni vagoni merci a fianco della stazione ferroviaria raccontano ai visitatori che Borgo San Dalmazzo fu uno dei quattro campi di concentramento italiani assieme a Fossoli, Trieste e Bolzano e che da qui partirono treni con destinazione finale Auschwitz.

Borgo San Dalmazzo (CN). L'ex chiesa di Sant'Anna ospita Memo 4345
Borgo San Dalmazzo (CN). L’ex chiesa di Sant’Anna ospita Memo 4345

IL MUSEO DELLA MEMORIA A BORGO SAN DALMAZZO

Ora questo percorso di ricostruzione degli eventi si completa con l’inaugurazione, avvenuta lo scorso settembre, di MEMO4345 Museo della Memoria nell’ex chiesa secentesca di Sant’Anna, a pochi metri dal Memoriale della Deportazione. Un allestimento multimediale ideato dallo Studio Kuadra, con il contributo di fondi europei, della Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo per il restauro dell’edificio religioso e stanziamenti comunali.
I contenuti informativi del nuovo spazio museale si devono in larga parte alla dottoressa Adriana Muncinelli che, in decenni di ricerca negli archivi di tutta Europa, attraverso la raccolta di testimonianze dirette di sopravvissuti e di parenti ha ricostruito e dato un nome ai 357 deportati, di cui 334 erano stranieri e provenivano dal confine francese.
Fino all’armistizio del settembre 1943, il territorio di Nizza e del suo entroterra montagnoso erano sotto il controllo dell’Esercito Italiano. Un luogo relativamente sicuro per molti ebrei che vi erano affluiti non solo dalle zone della Francia occupate direttamente dai nazisti ma anche da altre parti d’Europa. Molti di loro erano stati concentrati dagli italiani a Saint Martin, nell’alta valle della Vésubie. Come racconta Esther, la stella errante di Le Clézio, la piccola comunità di ebrei conduceva una vita apparentemente sicura nel piccolo paese di montagna, ma lo sbando delle truppe italiane e l’imminente arrivo di quelle germaniche cambia radicalmente le prospettive. L’unica salvezza sono gli alti colli del Ciriegia e delle Finestre che conducono in Italia, vista come terra sicura per poter fuggire poi verso la Svizzera, l’Italia centro-meridionale o addirittura Israele, come faranno Esther e la madre. Personaggi letterari che rappresentano in modo veritiero la storia di quella parte di fuggiaschi che nella realtà riuscirono a scampare alla deportazione, vuoi perché precedettero l’arrivo delle truppe tedesche nel Cuneese vuoi perché protetti e aiutati dagli abitanti locali. E a MEMO4345 si rende onore a quei “giusti” come don Raimondo Viale, il prete ribelle di Borgo San Dalmazzo a cui Nuto Revelli dedicò un libro. Viale fu un uomo di chiesa insofferente alle gerarchie tanto da essere poi sospeso a divinis, e, al pari di Perlasca e di Schindler, salvò centinaia di ebrei. Per questa ragione fu insignito dell’onorificenza di Giusto d’Israele.

Borgo San Dalmazzo (CN). L'ex chiesa di Sant'Anna ospita Memo 4345
Borgo San Dalmazzo (CN). L’ex chiesa di Sant’Anna ospita Memo 4345

UN MUSEO PER RICORDARE

L’allestimento nella chiesa di Sant’Anna ha come punto focale Ombre nella memoria (2011), un altare laico (l’edificio è sconsacrato dalla fine degli Anni Novanta) costituito dall’opera di Enrico Tealdi che invita a riannodare quel filo quasi invisibile che ci lega al passato. E il passato sono i nomi di circa 180 deportati di cui, agendo su uno schermo interattivo, si scoprono i volti, i luoghi di origine, le date di nascita, i percorsi spesso interminabili fra un Paese europeo e l’altro, le vie di fuga. Molti di loro erano nati nell’Europa centrale e orientale, in Polonia, Germania, Ungheria, Slovacchia, Romania, Ucraina, Russia; altri in Grecia, Croazia, Francia e Belgio. Le ricerche di Adriana Muncinelli hanno coinvolto un numero ancora più ampio di persone, ossia la quasi totalità di quei circa 800 stranieri che avevano oltrepassato le montagne e che per ordine del capitano delle SS Müller dovevano essere internati. Un’enorme mole di lavoro che è confluita nel volume Oltre il nome scritto con Elena Fallo, ristampato recentemente in edizione aggiornata da Le Château Edizioni.
Il 21 novembre del 1943 parte da Borgo San Dalmazzo il primo convoglio destinato a Drancy, il grande campo di concentramento alle porte di Parigi, e poi ad Auschwitz, dove i 331 ebrei provenienti dal Piemonte entrano il 7 dicembre 1943. Ne sopravvivranno 39. I visitatori di MEMO4345 possono seguire sette video narrazioni dedicate alla storia dei Dreifuss, Schonbrunn, Gallant, Zylber, Greve, Judkowski, Schustermann deportati in quei giorni dalla località cuneese. Nel 2018 Jean Zylber è giunto con la moglie Nicole a Borgo San Dalmazzo per conoscere il luogo da dove i suoi genitori partirono per l’ultimo viaggio.
Nell’abside una frase di Walter Benjamin ricorda che “è più difficile onorare la memoria dei senza nome che non quella degli uomini famosi”.

Dario Bragaglia

www.memo4345.it

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Dario Bragaglia
Dario Bragaglia si è laureato con Gianni Rondolino in Storia e critica del cinema con una tesi sul rapporto fra Dashiell Hammett e Raymond Chandler e gli studios hollywoodiani. Dal 2000 al 2020 è stato Responsabile delle acquisizioni documentarie e delle collezioni per le Biblioteche civiche torinesi. È stato professore a contratto della Facoltà di Lettere e Filosofia - Università degli studi di Torino (Diploma Universitario Conservazione Beni Culturali). Giornalista pubblicista dal 1992, scrive per La Stampa e altre testate nazionali.