Arte, neuroscienze e nuove tecnologie: le sfide comuni di ambiti differenti che si intrecciano

In che modo la ricerca sui meccanismi della percezione estetica può aiutarci a comprendere il funzionamento del cervello umano? L’abbiamo chiesto a Alice Chirico, docente di Psicotecnologie per il Benessere presso il Corso di Laurea Specialistica in Psicologia del Benessere all’Università Cattolica di Milano.

Progetto Prometeus
Progetto Prometeus

Ripercorrendo i diversi approcci utilizzati dalle neuroscienze applicate al mondo dell’arte si nota come storicamente i metodi si differenzino largamente tra di loro adottando strumenti sempre più elaborati. L’avanzamento tecnologico e metodologico non ha però spostato il focus da una domanda essenziale: quanto saperne di più sulla percezione estetica può aiutare a comprendere il funzionamento del cervello umano?  Ce lo spiega Alice Chirico, Docente di Psicotecnologie per il Benessere presso l’omonimo Corso di Laurea Specialistica e assegnista di ricerca in Psicologia Generale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. La sua ricerca riguarda soprattutto lo studio delle esperienze complesse elicitate dall’arte e tramite la Realtà Virtuale (RV).

Scienza e arte è un connubio da sempre naturale. Come si spiega il bisogno di associare la bellezza alla scienza, o meglio, di comprendere la bellezza anche per mezzo della scienza?

Credo che questo bisogno sia nato progressivamente, dopo esserci accorti che scienza e arte non sono così lontane come si tende a credere. Sono in realtà due facce della stessa medaglia, entrambe raccontano la vita e l’uomo nelle loro componenti più essenziali. Mentre la scienza ci guida con un metodo condiviso e rigoroso che sembra non lasciar spazio all’incertezza, l’arte abbraccia questa incertezza e ne fa il motore costante di creazione e scoperta. Si siamo resi conto che entrambe sono essenziali per comprendere l’uomo e il mondo e che non sono in opposizione ma in sinergia. Tuttavia, ingabbiare l’arte con la scienza o viceversa, non è la strada.

In che modo, quindi, arte e scienza possono integrarsi?

Spesso ci dimentichiamo che la scienza è essa stessa un’arte e una co-costruzione condivisa da una comunità o più piccole comunità di riferimento. Non esauriremo mai la complessità del reale, né con l’una né con l’altra. L’uomo ha sempre avuto bisogno di “bellezza”. Probabilmente oggi, studiarne gli elementi fondanti attraverso le lenti della scienza, ci permette di sentirci tutti più in grado di produrla e di goderne, secondo una logica anche più democratica e di uguaglianza.

“La neuroestetica esiste per capire qualcosa di più su come funziona il cervello, non per dire cosa sia la bellezza, che è un’esperienza astratta”, ha affermato il neurobiologo Semir Zeki. Perché secondo lei chi si occupa di arte non dovrebbe escludere i risultati delle neuroscienze o delle scienze in generale?

Penso che le neuroscienze possano focalizzarsi sui “concetti astratti”, quelli che in psicologia chiamiamo “costrutti”, tanto quanto sulle funzioni celebrali più specifiche. Stiamo tutti cercando di spiegare lo stesso fenomeno ma approcciando livelli di spiegazioni differenti e più o meno aderenti al dato “fisico”, “materiale”: il cervello. Seguendo un approccio interdisciplinare, tutti abbiamo il dovere di interessarci, studiare e cercare di comprendere il lavoro di colleghi che lavorano sul nostro stesso oggetto di ricerca, pur da ambiti differenti.

La sua ricerca è anche improntata all’indagine delle Trasformative Experiences che sono “cambiamenti profondi e repentini del modo in cui percepiamo il nostro mondo interiore”.

Le esperienze trasformative sono espressione della parte centrale del processo di cambiamento: la trasformazione. Questa avviene quando smettiamo di essere com’eravamo prima e il cambiamento è irreversibile. L’arte ha sempre dipinto momenti di trasformazione, narrazioni capaci di veicolare quello che chiamo un “forte senso di possibilità”, qualcosa che sia in grado di aprici gli occhi, sollevarci dalle contingenze mondane, metterci in contatto con la consapevolezza che siamo solo puntini in un universo infinito e che quindi tutto può essere commisurato rispetto a questo. Molti chiamerebbero questa consapevolezza “auto trascendenza” ma secondo me c’è di più, c’è proprio un senso di espansione delle proprie possibilità nella vita, come se vi fosse un “punto e a capo”, un “nuovo Big Bang”.

Perché questo tipo di esperienze sono di vitale importanza nelle nostre vite e come associamo questo tipo di meccanismi all’arte e alla bellezza in generale?

Il tema delle esperienze trasformative è stato affrontato in modo più sistematico di recente, e vorrei segnalare un bellissimo lavoro di Carel e Kid appena uscito intitolato Expanding Trasnformative Experiences in cui è proposta una nuova tassonomia delle esperienze trasformative. In questo articolo vi è lo slancio per uno studio più “scientificamente fondato” di tali esperienze, al fine di promuoverle e supportarle nelle vite delle persone, un auspicio e un tentativo già avanzato dal prof. Gaggioli già nel 2015 quando propose il “Transformative Experience Design”. Quello che abbiamo sempre notato è che l’arte tende naturalmente a riprodurre o facilitare esperienze trasformative mentre vi è ancora scarsa consapevolezza su come questo processo avvenga. Qui subentra la scienza, che cerca proprio di spiegare e svelare il mistero.

Riguardo alla scienza, invece… una tecnologia che utilizza spesso nella sua ricerca per la definizione delle esperienze legate al sublime è la VR (Virtual Reality). Come questa ci permette di percepire e godere appieno di un’esperienza estetica?

Riferendomi a quanto ho detto in relazione alla funzione “ordinatrice” della scienza rispetto all’arte, la RV si inserisce come strumento utile sia per studiare sia per indurre un certo tipo di esperienze estetiche in laboratorio, in modo controllato e protetto. La RV di per sé può essere considerata uno strumento artistico in grado di offrire all’artista e al ricercatore un gran numero di gradi di libertà nella progettazione di un’esperienza.

Progetto Prometeus
Progetto Prometeus

Può farci un esempio?

Studiamo una piccola (ma fondamentale) componente emotiva dell’esperienza estetica che è il sublime. La logica della scienza e del metodo sperimentale ci richiede di essere molto rigorosi, attenti, di controllare questa esperienza e il modo in cui essa viene veicolata alle altre persone. La RV ci permette di farlo e ci consente anche di generare esperienze potenzialmente sublimi “impossibili”, come un viaggio nello spazio, una camminata in sospeso sul Grand Canyon, entrare nelle nostre cellule e nei nostri vasi sanguigni. La RV offre uno spazio di possibilità enorme, permettendo di coniugare creatività, immaginazione, rigore scientifico e incertezza per studiarne gli effetti sulle persone, nel tentativo di riprodurre esperienze simili.

In quali casi l’RV sostituisce l’esperienza dell’opera in presenza?

Il sublime, per certi versi, può essere “terapeutico”, farci sentire meglio e contrastare anche l’effetto negativo dello stress. Non tutti, però, riescono a provarlo dinanzi ad un’opera d’arte o naturale. Molti riescono ma non possono accedervi per motivi di salute, per esempio. Dunque, rendere queste esperienze accessibili a tutti usando strumenti più democratici possibili, come la RV (che ricordiamo essere più economica che mai oggi), è la nostra missione.

Ora è impegnata nel Progetto Prometheus, finanziato da Fondazione Cariplo, “per la promozione della motivazione ad apprendere in studenti a rischio di dispersione scolastica attraverso esperienze teatrali improntate al sublime”. Ci spiega nel concreto di cosa si tratta?

Il progetto PROMETHEUS è una sfida a tanti livelli. Cerchiamo di contrastare la dispersione scolastica instillando una piccola ispirazione ad apprendere nei ragazzi della scuola media primaria. Lo facciamo coinvolgendoli attraverso un modo nuovo di fare teatro, incentrato sul concetto di sublime e delle emozioni che vi ruotano attorno: meraviglia, stupore, curiosità ecc. Il sublime viene sperimentato attraverso il racconto dell’allunaggio vissuto dal punto di vista di un astronauta. Abbiamo una squadra interdisciplinare di educatori, insegnanti, registi, attori, filosofi, filologi, psicologi. Questo è il link al sito del progetto i cui partner sono Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano come coordinatore, Università Statale di Milano e Fondazione Sicomoro.

Progetto Prometeus
Progetto Prometeus

Quali sono le sfide che il progetto impone?

Penso che la numero uno sia “capirsi”: tanti linguaggi, approcci punti di vista diversi. Questo primo anno di progetto è stato dedicato allo scambio di conoscenze e competenze tra tutti noi. La seconda? Metterci in contatto davvero con i ragazzi. Il secondo anno sarà dedicato a questo. Realizzeremo un piccolo intervento con i ragazzi finalizzato a creare un “trailer” dello spettacolo dell’ultimo anno. L’ultima sfida è comunicare efficacemente. Questo progetto prevede non solo che la metodologia di intervento sia codificata, riproducibile e comprensibile ma soprattutto che venga comunicata, che crei un network di persone interessate a adottarla nel proprio contesto di apprendimento. Un progetto incentrato sul sublime dovrebbe avere come mandato quello di instillare la “connessione” tra le persone, in questo caso, per supportare il processo di scoperta. Ci auguriamo di riuscire a incuriosire questi ragazzi affinché possano apprezzare la bellezza e l’arte nobilitante dell’apprendere e del conoscere, in ogni ambito della loro vita.

-Marta Pizzolante

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Marta Pizzolante, classe 1997, vive a Milano, è laureata in Psicologia e studia Neuroscienze Cognitive presso l’Università di Trento. Si occupa di indagare il rapporto tra scienza ed estetica, facendo ricerca nell’ambito delle neuroscienze e scrivendo articoli per alcune riviste d’arte.