La neuroestetica e i luoghi dell’arte contemporanea

Prosegue la nostra ricognizione nel campo della neuroestetica. Stavolta a finire sotto i riflettori è l’importanza della presenza del corpo fisico nell’esperienza culturale.

Zaha Hadid Architects, MAXXI, Roma. Photo Francesco Radino. Courtesy Fondazione MAXXI
Zaha Hadid Architects, MAXXI, Roma. Photo Francesco Radino. Courtesy Fondazione MAXXI

È giunto finalmente il momento tanto atteso nel quale abbiamo riposto tutte le nostre attenzioni per entrare in quella modalità sintonica, percettivo-emozionale di un incontro unico, foriero di consapevolezza, muovendoci fluidi tra quadri appesi alle pareti, sculture e oggetti accuratamente posti nell’ambiente allestito per richiamare ricordi e accendere emozioni. Attoniti al cospetto della creatività, entriamo impercettibilmente in una nuova dimensione nella quale udito, vista, olfatto e tatto, danzano sinesteticamente. Il rumore del traffico, le suonerie dei continui avvisi del cellulare e il chiacchiericcio mentale dei problemi quotidiani sono relegati in una bolla spazio-temporale, per prepararci a vivere una vera e propria relazione affettiva con l’opera d’arte, che ci regala quel senso di piacere e gratificazione.
Siamo sicuri che una semplice e qualunque esperienza fisica in luoghi arricchiti dall’arte sia così “innocua” per il nostro corpo e la nostra mente? Il cervello umano può rispondere allo stesso modo agli stimoli di un ambiente vissuto, come a quelli restituiti fedelmente da un computer?

TECNOLOGIE E FRUIZIONE ARTISTICA

Negli anni l’uso delle tecnologie informatiche è cresciuto in modo significativo, influenzando intimamente il modo in cui le persone vivono e percepiscono l’eredità culturale, soprattutto negli ultimi tempi in conseguenza delle forzate chiusure dovute al contenimento del propagarsi della pandemia da Covid-19. Non possiamo negare che l’informatica ha creato enormi opportunità per i musei e i luoghi dell’arte, offrendo prevalentemente modi alternativi di interazione, in larga misura con la digitalizzazione delle proprie opere e con la creazione di eventi partecipativi e coinvolgenti, in una sorta di democratizzazione e maggiore inclusione dell’esperienza di visita, abbattendo le differenze economiche e sociali tra i visitatori. Questa azione però, se da un lato si caratterizza per l’assoluta unicità dell’esperienza, dall’altro corre il rischio di dare vita a una “disneyficazione” delle istituzioni culturali, nelle parole di Pierre Ballofet, docente universitario canadese e membro dell’osservatorio internazionale Netexplo sulle innovazioni digitali. Una asincronicità percettiva dell’arte che, avulsa da un contesto di riferimento sociale e reale, farebbe defluire le preziose risorse rappresentate dai beni culturali verso una potenziale incapacità di riconoscerne i contenuti più elevati suggeriti dalla creatività. Nelle parole di Maria Economou, docente di digital cultural heritage all’Università di Glasgow: “La tecnologia digitale non è semplicemente uno strumento innocente […], influenza e modella drasticamente il modo in cui viviamo la nostra eredità culturale”.

Anche la semplice osservazione di opere d’arte fa assumere al nostro corpo delle posture specifiche, che a loro volta condizioneranno l’interpretazione stessa di un dipinto, di una scultura, di una pièce teatrale o di un’opera sinfonica”.

La neuroestetica ci aiuta a capire perché non sono sufficienti le immagini digitali di un’opera d’arte fruita attraverso lo schermo di un computer a farci recepire la sua essenza, ma sono i luoghi dell’arte, spazi elettivi di conoscenza che permeano i meandri delle pieghe neuronali, spingendo le astronavi del nostro sapere verso galassie sempre più lontane.
Un gioco vivo in una tensione percettiva tra oggetto osservato ed esperienza soggettiva, che non è solo visiva, ma è multimodale perché implica l’attivazione di circuiti cerebrali che sono anche sensori-motori, viscero-motori e affettivo-emozionali.
L’espressione artistica, qualunque essa sia, svela costellazioni archetipiche innescando il processo di metaforizzazione cognitiva per la costruzione di nuovi mondi interiori, dando modo al fruitore di porre in essere quello stato di sintonizzazione intenzionale affinché si possano attivare nuove configurazioni concettuali ed emozionali in modo che l’esperienza artistica diventi unica, irripetibile e memorabile. Esiste una circolarità tra gli stimoli ambientali, veicolati dal corpo biologico, e il conseguente adattamento del cervello (sinaptogenesi), attribuendo ai processi di conoscenza la responsabilità dell’esperienza corporea nel mondo reale.
Secondo il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty, infatti, il nostro corpo è ben più esteso del tegumento anatomico di cui siamo dotati, un palcoscenico dove l’esperienza sensibile costituisce l’apertura percettiva al mondo, nel quale la componente corporea (embodiment) assume un aspetto fondamentale nell’organizzazione del nostro sistema conoscitivo.
Non si tratta solo di una questione di approvvigionamento del senso del bello sulle piattaforme digitali, bensì della user experience che presuppone un approccio kantiano, olistico e soggettivo nell’interazione tra il visitatore e la manifestazione artistica, coinvolto nelle dinamiche di apprendimento delle conoscenze legate alla memoria collettiva, alla comprensione del passato e della realtà del presente.
Muovendo dalle parole di Edmund Husserl, se “lo psichico ci è dato nella sua connessione con la materialità”, lo spazio museale non è un semplice confinamento architettonico o il territorio virtuale delle esperienze digitali, ma il luogo di proiezioni e interrelazioni, organizzato in una precisa sintassi comunicativa per veicolare simbologie e archetipi che andrebbero ad agganciare engrammi e qualia, ossia gli aspetti qualitativi e personali delle esperienze coscienti, in una costante comunicazione con il milieu culturale dei visitatori, fatto di impalcature cognitive e interconnessioni dinamiche con la fisicità biologica.
Di conseguenza, anche la semplice osservazione di opere d’arte fa assumere al nostro corpo delle posture specifiche, che a loro volta condizioneranno l’interpretazione stessa di un dipinto, di una scultura, di una pièce teatrale o di un’opera sinfonica.
In termini neuroestetici, quindi, la conoscenza è un aspetto incarnato e dinamico, una danza tra l’organismo e l’ambiente sulla sinfonia neuronale di note dirette e organizzate dalle sensazioni corporee, che comunicano con il cervello attraverso la produzione di sostanze neuroattive (dopamina, serotonina, ossitocina, ecc.) stimolate dalla memoria, in grado di contrastare gli stati mentali negativi e promuovere sensazioni di piacere e di soddisfazione.
Momenti e luoghi dell’arte, siano essi musei, gallerie o teatri, andrebbero auspicabilmente esperiti attraverso la presenza fisica, dove la nuova dimensione dello spazio/tempo diviene l’identificazione di un’esperienza individuale che subentra allo spazio/tempo del quotidiano, per proiettare la mente del fruitore nelle dimensioni narrative del sublime.

ESPERIRE LE OPERE DI RICHARD SERRA E ZAHA HADID

Per meglio comprendere questi concetti con l’ausilio della neuroestetica, consideriamo due esempi paradigmatici. Potremmo mai esperire virtualmente le medesime sensazioni corporee che le opere di Richard Serra e le architetture di Zaha Hadid suggeriscono alla nostra mente? Indossando un visore e impugnando due manipoli, infatti, non potremmo mai comporre nelle nostre menti la sensazione di squilibrio e spaesamento fisico che le morbide curvature delle murate ferrose di Richard Serra propongono ai sensori biologici del nostro corpo. Difficilmente riusciremmo a sperimentare digitalmente un percorso all’interno del MAXXI, il Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo di Roma, dove i pieni e i vuoti in un continuum fisico-percettivo, attraverso il gioco di solai inclinati, scale e passerelle sospese che si intersecano a vari livelli nella tridimensionalità spaziale, spingono la mente a considerare altri e nuovi punti di vista, interrogando di continuo il sistema neuronale sensori-motorio.
Seguendo le regole ancestrali a fondamento dell’apprezzamento estetico suggerito dall’arte e convalidate dalla neuroestetica, questa esperienza incorporata contribuisce a svincolare gli “angoli rigidi” della postura eretta del corpo umano dai suoi due cardini principali: le articolazioni delle caviglie, nelle impercettibili inclinazioni dei piani di calpestio, e quelle delle prime vertebre cervicali che collegano il cranio alla spina dorsale, attraverso le molteplici e continue variazioni dell’angolo di visuale rispetto all’orizzonte. L’opus aedificatoria hadidiana non è un’architettura chiusa ma una composizione viva che dilata e amplifica lo spazio, liberando in maniera fisiologica la visione statica e stereotipata delle angolazioni a 90 gradi, tanto nell’edificio quanto nel sistema propriocettivo del corpo umano, che, integrato in veri e propri campi di forza fluida, plasma inevitabilmente la coscienza del visitatore.
Il medesimo concetto di coscienza incarnata è applicabile alle opere di Richard Serra. Percorrendo gli ampi spazi e gli stretti corridoi dell’opera The Matter of Time, esposta al Guggenheim Museum di Bilbao, composta da ellissi e alte pareti curve, si è portati a una sorta di disorientamento spaziale generato dal nostro corpo e non dall’inganno nistagmico di un visore 3D. Le informazioni neurosensoriali che in un percorso bottom-up, dalla periferia delle articolazioni e dei sensori cutanei, giungono al cervello filtrati dalla formazione reticolare del midollo allungato (il tratto iniziale del midollo spinale), allestiscono nelle aree corticali superiori del cervello l’intero scenario, del quale il corpo è parte integrante e agente operante.
I luoghi fisici dell’arte, quindi, con il loro carico di informazioni coscienti e movimenti emotivi, letti attraverso la lente della neuroestetica, acquistano una dignità entangled con le opere e le performance che essi accolgono.
La fruizione diretta dell’opera d’arte o dello spazio allestito diviene dunque modello dinamico multimodale nel quale l’arte si riflette in una dimensione evocativa sul destino di un corpo ibrido, come soggetto in transito capace di stabilire relazioni intenzionali tra momenti ispirati dall’arte e i domini mentali della propria appartenenza identitaria, per plasmare nuove dimensioni interpersonali tra individuo ed esperienze, in una genesi complessa e asincrona della consapevolezza. Non un’azione deterministica, quindi, alla quale far corrispondere una reazione premeditata e attesa, bensì un momento nel quale il cambiamento di stato della coscienza personale può avvenire in modo imprevedibile e inatteso, al di là del tempo e dello spazio.

Angela Savino

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Angela Savino
Archeologa e storica dell’arte, esperta in gestione, tutela ed economia dei Beni Culturali, docente incaricata presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata. Dopo la prima formazione all’Accademia di Belle Arti di Roma, allieva di Mino delle Site, uno dei maggiori esponenti della Aeropittura futurista, e di Nato Frascà, fondatore della PsicoNologia, disciplina che studia la psicologia delle forme e la teoria della percezione in campo artistico, ha proseguito gli studi sulla trasversalità tra arte e scienza, analizzando gli effetti neurofisiologici della biomeccanica del corpo umano, nella relazione con le espressioni artistiche. Autrice di progetti curatoriali di mostre ed eventi culturali in chiave neuroestetica, grazie ai quali ha ideato e sviluppato la metodologia V.A.T. (Visual Art Tecnique), basata sulle strategie del problem solving percettivo, mediate dalla relazione guidata tra fruitore e opera d’arte. Tra le varie pubblicazioni, è coautrice del saggio “Neuroestetica, Bellezza Arte e Cervello” (Nuova Ipsa Editore). Appassionata di lirica e della cultura belcantistica, vive a Roma.