Quali risposte attiva il cervello quando si trova di fronte un’opera d’arte? A sciogliere questo interrogativo ci pensa la neuroestetica, protagonista di questo ciclo di saggi.

La conoscenza del divario evoluzionistico nell’uso del cervello creativo ha dato forma alle civiltà, fin da quando Sapiens e Neanderthal hanno confrontato e condiviso i loro pensieri sulla trascendenza della vita, facendo valicare con un atto immaginativo i limiti della morte biologica, superando paure e preconcetti. È dalla importanza e complessità attribuita all’idea di trascendenza, infatti, che possiamo misurare la cifra evolutiva di una civiltà. L’arte ne costituisce l’essenza più pura, un invito a superare la finitezza della realtà biologica, dando dignità spirituale alla vita umana.
Il connubio tra espressione artistica e percezione estetica che si manifesta nella oggettività del corpo biologico è la conditio sine qua non, accettata e indiscutibile, che lega due manifestazioni delle abilità umane attraverso il medesimo mezzo, che diventa all’unisono dispositivo espressivo e strumento di analisi. Se fino a pochi decenni fa questa unione era sancita, disquisita e vissuta quasi esclusivamente nei domini della psicologia e dell’estetica, l’avvento negli ultimi anni delle tecniche di neuroimaging funzionale ha costretto a una rivisitazione globale di questi concetti, demolendo dati stabili in favore di una riconcettualizzazione culturale benefica. Una vera e propria rivoluzione pro bono publico, quasi al pari di quella che la fotografia è stata nei confronti della pittura, portando gli artisti a esplorare nuovi e insondati campi della percezione visiva e del bello estetico, sotto la spinta e con l’ausilio della tecnologia. Dopo ogni nuova ondata culturale che si abbatte fragorosamente sui rasserenanti lidi della conoscenza secolarizzata, sorge spontanea la necessità di riassumere e riorganizzare le conoscenze di specifici campi del sapere, in una nuova formulazione che, al contempo, rappresenti la summa organica di tutte le esperienze passate e diventi anche la base per la costruzione di un nuovo modo di conoscere e interpretare la realtà.

DALL’ESTETICA ALLA NEUROESTETICA

Se la disciplina dell’Estetica nasce dalla magistrale sintesi delle declinazioni filosofiche legate alla Aisthesis compiuta da Alexander Baumgarten nella prima metà del 1700, è grazie alle neuroscienze e agli studi sul cervello operante che nell’ultimo ventennio possiamo beneficiare delle basi scientifiche della Neuroestetica. Questi i presupposti di un nuovo punto di vista sulla creatività, sull’arte, sul senso estetico a essa legata e sulla sua capacità di immaginare mondi finzionali sui quali costruire una rinnovata umanità che sia consapevole del suo status di entità biologica ma con un pandeterminismo sulla qualità delle scelte filosofiche ed estetiche, come mattoni elementari nel costrutto di un nuovo rinascimento delle arti e delle scienze.
Una renovatio che passa attraverso la necessaria e fondamentale attribuzione paritetica di interessi e attenzioni tra arte e scienza, passaggio periglioso e non sempre agevole nel quale si rischia di piegare le spinte idealistiche e raffinate del pensiero filosofico legato all’estetica alle curvature geometricamente perfette fornite dall’attrazione gravitazionale della pratica scientifica. La Neuroestetica si pone quindi in questo scenario come topos elettivo della dicotomia fluida tra arte e scienza, a garanzia culturale che identifichi e testimoni la loro innegabile pari dignità. Un’operazione concettuale attuata per dare modo alle future generazioni di vivere con maggiore consapevolezza il rapporto con le nuove protesi neurali e le dinamiche della vis vitalis, in un’auspicabile combinazione alchemica incrementante la caratura dei più intimi e preziosi pensieri umani, verso un’azione combinatoria cooperativistica in ogni dominio del sapere, in contrapposizione al nichilismo causticamente riduzionistico del pensiero competitivo, livido sepolcro di ogni anelito creativo.

Il cervello. Immagine Angela Savino & Ottavio De Clemente
Il cervello. Immagine Angela Savino & Ottavio De Clemente

CERVELLO E OPERE D’ARTE

È buona cosa iniziare ogni nuovo percorso cognitivo con un invito alla riflessione attraverso l’esercizio della speculazione dialettica, espressa in nuce dalla capacità di porsi delle domande.
Cosa succede nel cervello e al nostro corpo quando entriamo in totale empatia con una opera d’arte di straordinario fascino, fino alla completa immedesimazione con essa?
Ci siamo mai interrogati sul perché, tanto per citare degli esempi, proviamo turbamento dinnanzi ai terrificanti denti aguzzi dello squalo di Damien Hirst, mentre ci sentiamo rassicurati di fronte ai soffici oggetti che richiamano all’infanzia nell’arte di Jeff Koons?
Perché la Guernica di Picasso attiva particolari aree del cervello emotivo e le geometrie fluttuanti dell’archistar Zaha Hadid ci fanno sperimentare la sensazione della forza di gravità? È mai possibile che le opere oniriche di Salvador Dalí tingano di ombre fosche gli apparenti imperturbabili recessi dell’inconscio dell’osservatore?
Se fino a qualche decennio fa si poteva disquisire filosoficamente sul fatto che “la bellezza (o la bruttezza) è negli occhi di chi guarda”, con l’utilizzo dei sofisticati strumenti tecnologici di brain imaging che permettono di analizzare il cervello mentre osserva o compie delle azioni, il concetto di bellezza, e la veicolazione e la memorizzazione dei contenuti a essa legati (engrammi), si è spostato dagli occhi al cervello. Oggi è possibile stabilire che l’esperienza estetica si accompagna sempre all’attività misurabile e quantificabile di specifiche aree del cervello deputate all’elaborazione delle emozioni e del pensiero cosciente.
Questo nuovo paradigma percettivo ha preso forma con il termine di Neuroestetica, coniato negli Anni Novanta dal neuroscienziato Semir Zeki.
Una nuova disciplina sperimentale nata dalla costola delle neuroscienze cognitive, che, grazie al suo approccio interdisciplinare, voleva porre fine, nelle intenzioni di Zeki, alla separazione tra mondo scientifico e mondo umanistico. Secondo il neuroscienziato britannico “la neuroestetica nasce per capire qualcosa di più su come funziona il cervello, non per dire che cosa sia la bellezza, che è un’esperienza astratta [personale e culturalmente orientata]. La neurobiologia permette di indagare i meccanismi cerebrali responsabili di ciò che proviamo osservando uno splendido quadro, ascoltando una musica appassionante o anche in situazioni più raffinate, come succede ai matematici, davanti al piacere estetico generato da formule e teoremi”.

Michelangelo Buonarroti, Schiavo che si ridesta, 1525 30 ca. Galleria dell'Accademia, Firenze
Michelangelo Buonarroti, Schiavo che si ridesta, 1525 30 ca. Galleria dell’Accademia, Firenze

L’IMPORTANZA DEI NEURONI SPECCHIO

Il processo cerebrale dell’apprezzamento estetico è diviso in tre fasi propedeutiche tra loro: l’analisi percettiva (vista, udito, tatto, gusto, olfatto), la conseguente reazione emotiva e, infine, il processo critico-cognitivo di attribuzione di significato nella genesi del giudizio estetico. Questi tre elementi, in un processo circolare, si influenzano e rafforzano vicendevolmente nello sviluppo delle abilità percettive e dell’apprezzamento del bello.
Per la messa in atto di una simile dinamica bisogna altresì considerare il livello di empatia che si viene a stabilire tra l’osservatore e l’opera d’arte, che permette di entrare in “risonanza” con essa, di provare emozioni e sensazioni, grazie all’attivazione di particolari cellule nervose chiamate neuroni specchio, una delle più importanti scoperte del XX secolo nell’ambito delle neuroscienze cognitive da parte dei neuroscienziati dell’Università di Parma Giacomo Rizzolatti, Vittorio Gallese e dei loro collaboratori. Si tratta di una popolazione di cellule nervose presenti nel cervello (neuroni) che si attivano sia quando siamo noi a compiere un’azione, sia quando la osserviamo mentre viene eseguita da altri, trasposta su una tela o incarnata nel marmo, come se fossimo proprio noi stessi a compiere quell’atto motorio internamente al nostro cervello, pur senza effettuarlo fisicamente.
Secondo Vittorio Gallese infatti “percepire un’azione e comprenderne il significato equivale a simularla internamente”. In questo processo neurologico definito dal neuroscienziato “simulazione incarnata”, oltre alle aree cerebrali coinvolte nell’esecuzione dei movimenti, sono interessate anche l’insula, il giro cingolato e l’amigdala che sono aree implicate nell’esperienza emozionale. Uno studio scientifico emblematico, pubblicato nel 2007 da David Freedberg e Vittorio Gallese, ha dimostrato come l’opera d’arte sia in grado di attivare un meccanismo simulatorio, stimolando attraverso le emozioni il sistema sensori-motorio nell’osservatore.

Francisco de Goya y Lucientes, Los Desastres de la Guerra. Caridad, 1810. Harris Brisbane Dick Fund, 1932, Metropolitan Museum of Art, New York
Francisco de Goya y Lucientes, Los Desastres de la Guerra. Caridad, 1810. Harris Brisbane Dick Fund, 1932, Metropolitan Museum of Art, New York

ARTE ED EMPATIA

I soggetti presi in esame mentre osservavano i dipinti di Francisco Goya I disastri della guerra, raffiguranti vari episodi di barbarie (uccisioni, massacri, stupri) ambientati durante il periodo della   guerra d’indipendenza spagnola, hanno mostrato una empatia corporale ricalcando inconsciamente le posture in risposta alle molte figure sbilanciate. Ma è alla visione delle orribili lacerazioni e perforazioni dei corpi sottoposti a torture che le risposte empatiche sembrano simulare l’espressione di disagio fisico nelle stesse parti del corpo dei personaggi raffigurati che subivano il supplizio. Questo confermerebbe quindi che l’empatia per il dolore (ma anche per il piacere) attiva nello spettatore gli stessi circuiti neurali corrispondenti alle azioni o alle emozioni suggerite dall’opera osservata.
Alla visione delle disperate torsioni dei Prigioni di Michelangelo, per citare un altro esempio, e al sovrumano sforzo fisico impiegato nel vano tentativo di divincolarsi dalla morsa del marmo, il nostro sistema posturale viene impercettibilmente perturbato, attivando tensioni muscolari corrispondenti a quelli contratti dei gruppi scultorei, nell’atto contorsionale di liberazione dalla materia.
I meccanismi specchio e la simulazione incarnata vengono ad attivarsi anche quando si osservano delle opere che non presentano contenuti figurativi, come ad esempio i tagli nella tela di Lucio Fontana. L’immedesimazione empatica in una sorta di mimetismo mentale porterebbe a far rivivere, nell’osservatore, la reale esperienza motoria, le posture e il corteo di emozioni che l’artista ha messo in atto durante il suo gesto creativo (embodied simulation), in modo tale che il confine che separa il mondo reale da quello artisticamente rappresentato viene a dissolversi, permettendo alla fruizione artistica di entrare a far parte del nostro sfondo esperienziale, consentendo l’immedesimazione con i personaggi rappresentati e con l’atto creativo, al pari di come avviene anche nelle arti performative.
Nei prossimi articoli, cercando di fornire una risposta ai quesiti di cui prima, analizzeremo in chiave neuroestetica alcuni lavori di artisti contemporanei, tra i quali le produzioni pittoriche dell’archistar anglo-irachena Zaha Hadid, di Damien Hirst e Jeff Koons, questi ultimi collegati da una complementarietà culturale ancestrale, quella tra eros e thanatos, che affonda le radici nell’arte funeraria etrusca.

‒ Angela Savino & Ottavio De Clemente

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