Il 2020 segna il 250esimo anniversario della nascita di Ludwig van Beethoven e noi lo ricordiamo ripercorrendo la XIV esposizione della Secessione viennese, a lui dedicata nel 1902. I protagonisti? L’architetto Josef Hoffmann e gli artisti Max Klinger e Gustav Klimt.

Il 250esimo anniversario della nascita di Ludwig van Beethoven rimanda alla memorabile celebrazione a lui dedicata del 1902 svoltasi a Vienna nel Palazzo della Secessione. Quella fu un’occasione per mettere in pratica una teoria di unità delle arti che dai tempi di Richard Wagner sbocciava nuovamente all’alba del secolo nella primavera dello Jugendstil mitteleuropeo. La riflessione sul mito di Beethoven da Klimt arriva a Kubrick passando per i fumetti di Linus, dal momento che la testa sul piccolo pianoforte dell’ispiratissimo Schroeder reca l’espressione corrucciata della statua di Max Klinger che troneggiava al centro di una delle sale della mostra viennese. La XIV esposizione della Secessione, infatti, fu tutta dedicata al compositore tedesco, quale summa delle arti. Concepita secondo un concetto condiviso da molti artisti di area tedesca, la mostra faceva capo all’idea di Wagner di Gesamtkunstwerk (opera d’arte totale). Più che accerchiamento dello spettatore questa formula espressa più chiaramente in Oper und Drama nel 1851 si riferiva a una azione che risolvesse la separazione tra fine e mezzo e puntava sull’impatto congiunto di suono e immagine. L’idea di accostare questa teoria alla musica di Beethoven, Wagner la coltivò per vent’anni, partendo dall’intro del Fidelio e riflettendo sulla Nona sinfonia.

LA MOSTRA NEL PALAZZO DELLA SECESSIONE DI VIENNA

La mostra del 1902 avrebbe dovuto celebrare la connessione delle arti sfruttando quest’accostamento e l’architetto Josef Hoffmann cercò di modulare gli spazi intorno a tre punti focali: l’esecuzione di Gustav Mahler del quarto movimento della Nona sinfonia, la statua di Beethoven scolpita da Max Klinger e il fregio di Gustav Klimt dedicato alle parole di Schiller cantate nel coro conclusivo della Nona sinfonia.
Hoffmann optò per una soluzione che orecchiava i motivi geometrici e sfilati in verticale di Charles Rennie Mackintosh, che due anni prima era stato invitato all’ottava mostra della Secessione. Dopotutto, quelle quadrettature, sistemate in alto proporzionalmente alla lunghezza delle paraste, scandivano le pareti di una stanza riccamente decorata dove al centro, difesa da una bassa balaustra circolare, troneggiava la figura assisa di Ludwig van Beethoven, una statua di marmo del compositore seminudo con lo sguardo corrucciato fronteggiata da un’aquila. La scultura policroma di Max Klinger risultava del tutto funzionale a un percorso iniziatico diviso in tre sale; al centro della sala principale il Beethoven di Max Klinger, più che come una statua, si presenta come un ἀγαλμάτιον, “agalmation”, piccola immagine sacra, ornamento tra gli ornamenti. Davanti aveva, infatti, il pannello con l’Alba dipinta da Adolph Michael Böhm, e dietro il pannello di Alfred Roller con Il Tramonto (Roller era anche il grafico del manifesto dell’esposizione); nella sala di fianco il fregio beethoveniano di trenta metri dipinto da Gustav Klimt ribadiva questa preziosità. Se la statua, in altre parole, era come un gioiello fermo in uno scrigno e causa di desiderio per lo scintillio immaginario e magico, l’intreccio di corpi corsivi di Klimt rapiva i sensi trascinandoli in un flusso culminante in un amplesso conclusivo.

XIV esposizione della Secessione viennese, 1902. La statua raffigurante Beethoven di Max Klinger. Photo Archive of Secession
XIV esposizione della Secessione viennese, 1902. La statua raffigurante Beethoven di Max Klinger. Photo Archive of Secession

KLIMT DESCRIVE IL FREGIO BEETHOVENIANO

Gustav Klimt nel catalogo della mostra svelò con parole sue il significato del fregio: “Prima parete lunga di fronte all’ingresso: il desiderio di felicità. Le sofferenze del debole genere umano: le suppliche costituiscono la forza esterna, compassione e ambizione le forze interne che muovono l’uomo forte e armato alla lotta per la felicità. Parete più corta forze ostili: il gigante Tifeo, contro il quale gli Dei combatteranno inutilmente; le sue figlie, le tre Gorgoni, la malattia, la follia e la morte. La voluttà e la lussuria, l’eccesso. L’angoscia che rode. In alto le affezioni e i desideri degli uomini che volano via. Seconda parete lunga: il desiderio di felicità assoluta, l’amore assoluto. Coro di angeli in paradiso ‘Gioia, meravigliosa scintilla divina questo bacio a tutto il mondo’”. Il conflitto dell’anima alla ricerca della gioia era stato ravvisato da Richard Wagner nella “musica assoluta “di Beethoven, una elevazione eroica dalla felicità terrena sottolineata dalla citazione dall’Inno alla gioia di Friedrich Shiller nel passaggio: “Diesen Kuß der ganzen Welt!” La pittura di Gustav Klimt, artatamente predisposta da una impalcatura a graticcio su cui venne steso uno strato d’intonaco, era eseguita con colori alla caseina e integrava bottoni, specchi spezzettati, pezzettini di bigiotteria e inserti aurei. Una preziosità che si stendeva in un flusso ondeggiante bordando come un motivo ornamentale una notevole porzione di muro candido. Questa marginalizzazione della figura, tipica della Secessione Viennese, si riferiva probabilmente al valore centrale che Alois Riegl aveva dato alla decorazione. Il dinamismo corsivo dei corpi si spostava perciò ai bordi del chiarore del muro come una pianta rampicante. Gli episodi cruciali sfruttavano il moto saliente della pulsione erotica e il trasporto sinistro verso das unheimliche, un vago sentimento di paura generato dalla seduzione del mostro. La forza estranea della con-fusione tra famigliare e ignoto muove un raffinato progredire verso la morte, sicché l’eccitazione dionisiaca e bestiale preannuncia l’abbandono tra spire esiziali.

GUSTAV MAHLER E LA NONA SINFONIA

In quella combinazione di architettura, pittura e scultura Gustav Mahler diresse il coro della Nona sinfonia di Beethoven arrangiato per soli strumenti a fiato. Alma Mahler raccontò di un Max Klinger piangente, commosso dalla “totalità” raggiunta con la musica. Tutto ciò il 15 aprile 1902 in quello che oggi definiremmo l’opening di una mostra, cioè quel tempo effimero che si consuma nel breve momento dell’evento, che si esaurisce man mano che la risonanza mediatica s’affievolisce per riscoprire la sua essenza di fatto storico orfano della fragranza dell’esperienza momentanea sotto forma di autorevole documento. La musica di Beethoven, forse il più europeo dei compositori del XIX secolo, oggi restituisce fragranza a quell’utopia che ha condizionato nel bene e nel male il cosiddetto “progetto moderno” e che prendeva a modello l’opera d’arte totale secondo un concetto di per sé irrealizzabile se non nella contaminazione dei linguaggi ricondotti a un medesimo gusto e a un sentire condiviso.

Marcello Carriero

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AutoriGustav Klimt, Max Klinger, Josef Hoffmann
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Marcello Carriero
Marcello Carriero (1965) si occupa di critica e storia dell’arte dal 1994. Ha scritto sulla cultura visiva contemporanea sulle riviste Arte e Critica, Arte, Exibart, e ha pubblicato l’unica monografia completa sul futurista Volt (Ed. Settecittà, Viterbo 2007). Attualmente docente di Storia dell’arte contemporanea e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Palermo, ha collaborato con il sociologo Manuel Anselmi alla raccolta degli scritti di Eugenio Battisti e alla stesura del volume "Iconologia ed ecologia del giardino e del paesaggio" (Olschki, Firenze 2004) curata da Giuseppa Saccaro del Buffa. Come consulente per le arti visive del Festival di Drammaturgia Contemporanea "Quartieri dell’Arte" ha curato nel 2006 "Healing" di Jochen Dehen e John Bock, spettacolo in prima mondiale; nello stesso anno presenta con un suo testo "Cloudless", un’installazione di Loris Cecchini al Palais de Tokyo di Parigi. Nel dicembre 2009, con la mostra "La testa tra le nuvole" (Viterbo, sedi varie), mette a confronto diversi linguaggi dell’arte contemporanea sul tema dell’immaginazione pura. A Palermo ha curato la mostra personale di Lucio Pozzi presso Rizzutogalley, dove è stato presentato "Inventory Game", opera fondamentale del 1968. Nel 2018 cura un ciclo di mostre a Palazzo Oneto di Sperlinga come evento collaterale di Manifesta 12.