In attesa che i musei di Vienna riaprano il 7 dicembre, un focus sulla mostra-omaggio a Beethoven allestita presso il Kunsthistorisches Museum di Vienna. A 250 anni dalla nascita del leggendario compositore.

Il progetto-mostra in omaggio a Ludwig van Beethoven, originariamente avviato da Eike Schmidt, all’epoca designato nuovo direttore del Kunsthistorisches Museum, riunisce opere e musica in un allestimento che stravolge la tradizionale impostazione del museo di Belle Arti di Vienna. Abbiamo scoperto la mostra in compagnia di uno dei curatori Andreas Kugler. Insieme a Kugler, che proviene dal Museo del Teatro, hanno realizzato la mostra il curatore Jasper Sharp, che ha spesso costruito un ponte tra arte antica, moderna e contemporanea, e Andreas Zimmerman, responsabile del dipartimento educativo del museo.

LA MOSTRA-OMAGGIO A BEETHOVEN RACCONTATA DAL CURATORE

All’entrata del museo accoglie i visitatori l’installazione sonora di Ayşe Erkmen Esile Rüf. Proseguendo verso le sale espositive ci indica il percorso la scultura di John Baldessari Beethoven’s Trumpet, che richiama la sordità del compositore. Davanti alla scultura di Baldessari chiediamo a Kugler come è nato questo progetto espositivo: “Quando abbiamo iniziato a pensare a questa mostra ci siamo subito chiesti: ‘perché in questo museo?’ Ci sono tanti luoghi a Vienna e in Europa dove Beethoven andrebbe meglio. Abbiamo un focus principale sulla collezione e sulla ricerca.  Ma in un secondo momento questa indipendenza ci ha dato un’incredibile libertà. Non dovevamo fare nulla, non c’era nessun obbligo, solo la curatela. Abbiamo potuto scegliere in totale libertà. Abbiamo creato una rete associativa che ci ha permesso di mettere insieme e far dialogare opere molto differenti tra loro. Opere dell’epoca di Beethoven e opere d’arte contemporanea. Opere fatte apposta come l’installazione sonora di Ayşe Erkmen Esile Rüf. O la performance di danza alla fine della mostra di Tino Sehgal. Lo sfondo di queste associazioni è l’incontro dell’individuo con l’opera d’arte. Questa impostazione associativa ha portato a molteplici relazioni che possono offrirsi al pubblico. Che siano biografiche, attraverso conoscenze di base, o puramente casuali. Trovo che sia ottimo quando un testo dà una traccia, perché questa è una mostra dove non si impara. La prima opera è di Baldessari. Questo crea una relazione perfetta con il nostro pubblico. Nella terza sala il museo diventa più visibile. E l’ultima stanza non è più personalizzata, va in scena il lavoro di Tino Seghal, qui abbiamo solo una sensazione”.

John Baldessari, Beethoven’s Trumpet (with Ear) Opus # 133, 2007 © John Baldessari. Courtesy the artist & Sprüth Magers & Beyer Projects. Photo KHM Museumsverband
John Baldessari, Beethoven’s Trumpet (with Ear) Opus # 133, 2007 © John Baldessari. Courtesy the artist & Sprüth Magers & Beyer Projects. Photo KHM Museumsverband

BEETHOVEN E L’ARTE CONTEMPORANEA

Entriamo nella prima sala, dove va in scena un allestimento totalmente bianco per la fruizione delle opere e l’ascolto di due sonate di Beethoven per pianoforte. Si tratta di opere d’arte moderna e contemporanea tra cui la statua di Auguste Rodin L’Âge d’airain, che si erge su una pedana. Di fronte pende dal soffitto un pianoforte rovesciato, l’installazione Concert for Anarchy di Rebecca Horn. Il curatore ci racconta che: “Beethoven ha composto per quasi tutta la sua vita delle sonate per pianoforte, che ha scritto per suonarle lui stesso, senza una circostanza e senza un obiettivo, idea molto vicina a quella della musica assoluta”. Tutta la sala è circondata dal ciclo Ludwig van Beethoven Sonata 1 to 32 di Jorinde Voigt, giovane artista e violoncellista, che ha messo le note in un grafico, complesso e perfetto come il volo e la reazione degli uccelli al vento: il cambio di direzione lo possiamo intendere come totale libertà, come slancio, aria. Anche la musica è così e un po’ aiuta anche vedere le note scritte dallo stesso compositore.
Il curatore sottolinea che negli spartiti autografi di Beethoven esposti in mostra, “anche se non si sanno leggere le note, si percepiscono questi salti. Va avanti a comporre la Sonata n.32 Opera n.111 nell’ultima stesura con una intensità, con uno slancio immenso. Quando eroicizziamo Beethoven non vediamo più il museo, tanti colleghi mi chiedono dove è finita la galleria di pittura”.

Anselm Kiefer, Über uns der gestirnte Himmel, in uns das moralische Gesetz, 1969–2010. Tate & National Galleries of Scotland © Anselm Kiefer
Anselm Kiefer, Über uns der gestirnte Himmel, in uns das moralische Gesetz, 1969–2010. Tate & National Galleries of Scotland © Anselm Kiefer

BEETHOVEN, GOYA E KIEFER

Passiamo dalla luce alle tenebre addentrandoci nella seconda sala completamente nera e muta. Qui possiamo leggere Il Testamento di Heiligenstadt scritto dal compositore ancora relativamente giovane, disperato per la progressiva perdita dell’udito, e il pavimento della sua ultima dimora a Vienna. Il curatore prosegue: “Questo è lo spazio del vuoto, una superficie di proiezione, e questo pavimento è come un commento, perché era nella casa dove è morto Beethoven. Prima che venisse ristrutturata sono state fatte anche delle fotografie, sono immagini del vuoto, non si vede nulla, una iniziativa della città di Vienna ha voluto proteggere questo pavimento, però ci racconta qualcosa di assurdo, di grottesco, il vuoto, il rapporto con la complessità, l’emozione. I Capricci di Goya in questa sala rispondono al silenzio del compositore. Goya era un contemporaneo di Beethoven e anche lui diventa sordo. Nelle opere d’arte troviamo persone che parlano, piangono, urlano ma restano sempre mute, naturalmente le immagini sono sempre mute, ma queste sono doppiamente mute, la serie dei Capricci ha un proprio acuto. E inoltre Goya come Beethoven era estremamente critico verso la società, la sua arte era la porta di accesso verso la modernità, una modernità che i contemporanei non erano ancora in grado realizzare”. Ancora un artista contemporaneo in mostra. Si tratta di Anselm Kiefer con l’opera The Starry Heavens Above us, and the Moral Law Within, l’immagine inquietante dell’artista che offre il saluto nazista e il titolo è una versione leggermente modificata di una famosa frase di Immanuel Kant, che aveva sostenuto che l’uomo è destinato a condurre un’esistenza superficiale a meno che non si lasci guidare dal suo senso interiore di moralità verso ‘il cielo stellato’, cioè verso Dio e il regno metafisico. Questa nozione kantiana ha avuto un forte influsso su Beethoven, per il quale racchiudeva la sua impresa artistica. “Beethoven non era solo un musicista ma anche un avido lettore di poesie, libri e quotidiani stranieri ed era molto interessato alla pittura. Prima che perdesse l’udito era un brillante conversatore, andava spesso in un ristorante a Bonn dove si discuteva di filosofia con l’alta aristocrazia”, chiarisce il curatore.

Caspar David Friedrich, Abendlicher Wolkenhimmel, 1824 © Belvedere, Wien. Photo Johannes Stoll
Caspar David Friedrich, Abendlicher Wolkenhimmel, 1824 © Belvedere, Wien. Photo Johannes Stoll

IL MITO DI PROMETEO

Nella sala successiva riecheggia la musica dell’Eroica, su un pavimento specchiante si riflettono le opere di Caspar David Friedrich che, come sottolinea il curatore: “È una piccola esposizione, poiché non capita spesso di vedere riunite così tante sue opere. Friedrich rappresenta un nuovo sguardo sul mondo, come Beethoven che trascorreva molte ore nella natura. Per me è affascinante anche il collegamento tra i taccuini di acquarelli di William Turner con gli spartiti di Beethoven, tutti e due così spontanei, pieni di impressioni. Se potessimo girare le pagine di questo taccuino di Turner, vedremmo un continuo di nuvole, una pagina più bella dell’altra, è veramente l’interpretazione del momento, quello che si vede con un’enorme intensità. Qui abbiamo anche lo spartito autografo dell’Eroica, che ha creato un nuovo capitolo della musica sinfonica. Lo aveva dedicato a Napoleone Bonaparte, però, quando Bonaparte è stato incoronato imperatore, il compositore era così arrabbiato e deluso, che ha cancellato il nome. Napoleone era associato al titano amico dell’umanità e del progresso Prometeo, che diventa popolare nell’Ottocento. La storia di Prometeo è interessante perché non c’è solo una verità, ci sono diverse storie possibili. Se si pensa a Beethoven o a Napoleone, la storia di Prometeo come liberatore dell’umanità è diventata il simbolo per il genio solitario e ribelle contro l’autoritarismo per servire una causa più alta, accettando spesso le tragiche conseguenze delle proprie azioni. E Beethoven si cimenta anche nella musica per un balletto, ‘Le creature di Prometeo (Die Geschöpfe des Prometheus)’, che riprende la favola classica di Prometeo. Questo eroe greco ‒ creatura sublime che aveva trovato l’umanità nello stato di ignoranza primigenia ‒ ebbe il merito, secondo la mitologia, di aver affinato gli esseri umani attraverso le scienze e le arti e di aver offerto loro leggi universali”.
E il curatore conclude: “Questa è esattamente la storia della nostra mostra e il video dell’artista contemporaneo Guido van der Werve si può collegare con Prometeo: l’artista che viene verso di noi in un deserto di ghiaccio, seguito da un gigantesco rompighiaccio, è una grande metafora per me“. L’ultima sala accoglie la performance di Tino Seghal This Joy, creata per questa mostra e che vuole far esperire al pubblico le metamorfosi dal suono alla sensualità e gioia della musica di Beethoven, mentre si alternano in sala nove performer.

Giorgia Losio

Vienna // fino al 24 gennaio 2021
Beethoven moves
KUNSTHISTORISCHES MUSEUM
Maria-Theresien-Platz
https://www.khm.at/

Dati correlati
AutoriJohn Baldessari, Ayse Erkmen, Jorinde Voigt, Anselm Kiefer, Rebecca Horn, Caspar David Friedrich, Tino Sehgal, Guido Van Der Werve , Guido van der Werve
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Giorgia Losio
Giorgia Losio, nata a Milano, è storica dell’arte e appassionata di design. Ha studiato storia dell’arte presso l’Università degli Studi di Milano e si è specializzata in storia e critica dell’arte contemporanea all’Université Sorbonne Paris-IV e in museologia e museografia all’École du Louvre. Ha collaborato alla realizzazione di progetti espositivi con istituzioni internazionali quali MACBA, Cittadellarte-Fondazione Pistoletto Biella, MAMAC Nizza, Pinacothèque de Paris, Palais de Tokyo Parigi, Le Fresnoy-Studio national des arts contemporains Tourcoing. Ha pubblicato articoli su Artribune, Exibart, Tema Celeste e Corriere della Sera.