Al netto della sofferenza che sta causando, questa emergenza potrebbe trasformare, in meglio, un sistema dell’arte ormai diventato snob ed elitario. Le riflessioni di Santa Nastro.

Da quando sono caporedattore di Artribune, e in più in generale da quando ho cominciato a fare questo mestiere, il mondo dell’arte ha attraversato tantissimi momenti. Fino a quello esattamente antecedente a questa emergenza che aveva rimesso in discussione (e su questa rivista ne abbiamo parlato molto) la filiera tradizionale del sistema dell’arte, rivelando accordi tra pubblico e privato a volte troppo spinti, cercando di rimpiazzare il rapporto intimo e di fiducia tra galleria e collezionista in favore di un network fatto quasi esclusivamente di megas (non mi si fraintenda, le megas vanno benissimo, ma un sistema sano è un sistema equilibrato che garantisce anche alla middle class di venditori e acquirenti il giusto spazio), gli artisti sono ritornati in secondo piano e quando sono “in primo” sono solo stravecchi, famosissimi o morti. Poi la nostra attenzione si è spostata sulla emergenza, e da lì, nel giro di una settimana, tutti gli schemi sono improvvisamente saltati.

LA STORIA DI ULAY E LO STREAMING

Nelle ultime settimane due eventi mi hanno fatto riflettere tantissimo. Il primo, inutile dirlo, è l’allarme che sta sconvolgendo il mondo intero. Il secondo è la morte di Ulay, scomparso lo scorso 2 marzo, e l’abbraccio energico che un pubblico vastissimo ha voluto riservare a questo artista. Ulay è sicuramente reso celebre anche dalla partnership con la brava e molto popolare Marina Abramović, ma comunque tutto sommato è una figura che ha sempre preferito rimanere nell’ambito di una ricerca più riservata. La morte di questo artista, il ricordo commovente delle performance – che peraltro indagavano il tema della relazione, e anche della fiducia, realizzate con Marina tra gli Anni Settanta e Ottanta ‒ insegna quanto le persone abbiano bisogno di figure eroiche, di individui che si mettano a rischio e di grandi storie d’amore. Ora e sempre.
Quanto all’emergenza Coronavirus è vero, come dice Giulio Alvigini in questa intervista realizzata da Valentina Muzi e pubblicata su queste pagine, che non c’era bisogno di una pandemia per scoprire i social media o lo streaming, ma è anche vero che non tutto il male viene per nuocere.  L’entusiasmo, la voglia di fare, il senso di iniziativa e le idee che si respirano in queste ore non si sentivano nel mondo dell’arte da moltissimo tempo. Nel giro di una manciata di giorni sono stati spazzati via lo snobismo e l’elitarietà che questo ambiente ‒che spesso ama con un atteggiamento fintamente (e in maniera un po’ fané) decadente ostentare una polverosa noia ‒ ha avuto innegabilmente in tutti questi anni. È la prima volta che il mondo dell’arte tutto, dai musei alle gallerie grandi e piccine, dai giornali agli artisti, fino agli spazi non profit, si ingegna veramente per andare incontro al pubblico. Un bagno di umiltà, insomma, che ci ha costretto tutti a invertire la rotta gettando via ciò (anche di buono) che avevamo progettato per i prossimi anni, riconfigurandolo, ripensandolo. E chissà che tutto questo streaming non riesca a conquistare e ad abbracciare anche un’audience più ampia che più facilmente potrà inciampare casualmente su una pagina Facebook o un canale Instagram che nell’ingresso di un museo o di una galleria (magari poi andandoci a emergenza conclusa). Un po’ come è accaduto per il bellissimo video di The artist is present che ha reso celebre in tutto il mondo la coppia e la storia di Ulay e Marina, oltre le barriere forzate e classiste della settorialità.

Ulay e Marina Abramovic
Ulay e Marina Abramovic

CONCLUSIONI

Ora ciò che stiamo vivendo è un terribile momento: tante persone stanno morendo, quelle che si vogliono bene sono separate da barriere intangibili, stiamo scoprendo ogni giorno storie belle ma anche tanta irresponsabilità, molti perderanno il lavoro. Ma come mi disse un giorno una parente biologa: “Solo le specie animali che sanno sostenere la trasformazione possono sopravvivere. Ecco, io spero che il mondo dell’arte sappia trasformarsi. E che, a emergenza finita, non ci rimetteremo, dopo settimane, forse mesi, di isolamento forzato e casalingo, i nostri bei vestiti, facendo finta di niente. E che nulla sia accaduto.

Santa Nastro

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Santa Nastro
Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è membro dello staff di direzione di Artribune. È inoltre autore per il progetto arTVision – a live art channel, ufficio stampa per l’American Academy in Rome e Responsabile della Comunicazione della Fondazione Pino Pascali. Dal 2011 collabora con Demanio Marittimo.KM-278 diretto da Pippo Ciorra e Cristiana Colli, con Re_Place, Mu6, L’Aquila e con Arte in Centro. Dal 2006 al 2011 ha collaborato alla realizzazione del Festival dell'Arte Contemporanea di Faenza, diretto da Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco. Dal 2005 al 2011 ha collaborato con Exibart nelle sue versioni online e onpaper. Ha pubblicato per Maxim e Fashion Trend, mentre dal 2005 ad oggi ha pubblicato su Il Corriere della Sera, Arte, Alfabeta2, Il Giornale dell'Arte, minima et moralia e saggi testi critici su numerosi cataloghi e pubblicazioni.