È morto Ulay: è la fine di un’epoca. Se ne va una delle colonne della performing art

Aveva 76 anni. Ad annunciarlo la stampa di Lubiana, città slovena dove l’artista viveva da più di dieci anni.

Ulay e Marina Abramovic
Ulay e Marina Abramovic

È stata una delle storie d’amore più discusse e famose della storia dell’arte, quella tra Marina Abramovic e Ulay, chiusasi con la famosa passeggiata sulla Muraglia Cinese, che avrebbe dovuto culminare con il matrimonio tra i due e invece si risolse nella storica separazione, fino all’epilogo romantico di The artist is present, realizzata nel 2010 da Marina al MoMa di New York. Dieci anni dopo Ulay, nato Frank Uwe Laysiepen a Solingen, in Germania, nel 30 novembre 1943, ci lascia. All’età di 76 anni, dopo una vita dedicata alla performing art. Ad annunciarlo, la stampa slovena – l’artista viveva a Lubiana da più di una decade – e alcuni amici sui social, lasciando a bocca aperta l’intero mondo dell’arte. Una figura complessa quella di Ulay. Marina Abramovic, nel suo libro biografico, ma anche nei molti video recentemente esposti a Palazzo Strozzi per la mostra monografica dedicata all’artista di origine serba, ne ricorda il fascino al loro primo incontro: questo giovane con il volto per metà maschile e truccato e acconciato per l’altra metà al femminile ne aveva fin da subito catturato l’immaginazione. Storiche le azioni realizzate dai due tra gli anni ’70 e ’80 in 12 anni di sodalizio: i famosi Relation Works che turbarono anche l’Italia, esordendo insieme come coppia d’arte nel 1976, in seguito all’incontro al De Appel di Amsterdam, con Relation in Space, alla Biennale di Venezia (dove la Abramovic era stata invitata) di quell’anno. “È con grande tristezza“, spiega la Abramovic in una nota ufficiale del Marina Abramovic Institut, “che ho appreso oggi della scomparsa del mio amico e precedente partner Ulay. Era un magnifico artista e essere umano e mancherà moltissimo. Oggi è di grande conforto sapere che la sua arte e la sua eredità vivranno per sempre”.

Ulay Interview: Under My Skin from Louisiana Channel on Vimeo.

LA MALATTIA

Nel 2011 gli viene diagnosticato un cancro. Si sottopone dunque ad una prima fase di chemioterapia, ma la vera cura diventa l’arte. Parte così Project Cancer, un documentario di Damjan Kozole, con il quale Ulay ha collaborato anche in altre occasioni: l’artista comincia a girare per il mondo con una troupe ripercorrendo i luoghi importanti della sua vita e incontrando coloro che ne hanno segnato le tappe. Si tratta di un altro – come anche l’artista stesso ebbe poi a commentare – esperimento sul proprio corpo, non di un Te Deum. Il Project Cancer, l’arte più in generale, gli salverà la vita. “Nel picco della mia carriera ho trattato molto male il mio corpo con azioni masochistiche, auto-aggressive, ferendomi da solo. Tre anni fa ho scoperto di avere un cancro. Ma non aveva nulla a che fare col mio lavoro: le mie performances del passato, anzi, mi hanno insegnato che la mente deve essere più potente del corpo”, aveva raccontato a Elisa Grando de Il Piccolo di Trieste, nel 2014. Già, le performance.

LE AZIONI

Quando Ulay incontra Marina nel 1976 è già un artista di 33 anni. La sua storia familiare è tragica: rimane prematuramente orfano durante la Seconda Guerra Mondiale. Lascia negli anni ’60 la Germania, paese con il quale mantiene un rapporto conflittuale, una moglie e un bimbo piccolo e si trasferisce in Olanda. Qui si dà alla fotografia, con una fascinazione fortissima per le Polaroid, che diventa sempre più intimamente connessa con la performing art. Dopo l’esordio veneziano, Ulay e Marina diventano inseparabili anche se continuano a condurre l’attività artistica anche autonomamente. Famosissima resta la performance Imponderabilia realizzata nel 1977 a Bologna presso la Galleria Comunale d’Arte Moderna. I due, i corpi statuari e bellissimi, una carica di energia fortissima data dalla relazione intima e dalla complicità, si fronteggiano agli stipiti della porta d’ingresso del museo, entrambi nudi. I visitatori, per entrare, devono incontrare i loro corpi, decidendo se volgersi verso l’uomo o la donna. Molti ricordano l’imbarazzo soprattutto degli uomini nel toccare Ulay. La performance, che doveva durare sei ore, ne dura soltanto tre, interrotta dall’arrivo della polizia. Marina ricorda l’episodio e anche le difficoltà degli artisti nel farsi pagare il giusto fee nel suo Attraversare i Muri. Del 1980 è Rest Energy: Marina offre il petto e tira l’arco, Ulay tende la freccia: un discorso sulla resistenza e sulla fiducia. Infine il celeberrimo addio sulla Muraglia Cinese nel 1988. Per festeggiare il compleanno dei due – nati entrambi il 30 novembre – Artribune nel 2018 aveva pubblicato una carrellata dei loro lavori comuni a firma di Desirée Maida.

IL DOPO MARINA

Seguono anni di battaglie legali per i diritti d’autore (la Abramovic racconta molte di queste vicende nel suo libro), con una più tarda riconciliazione (addirittura l’ipotesi di un libro di memorie insieme) e il famoso incontro nella performance The Artist is Present. Nel frattempo Ulay torna al primo amore della fotografia, affrontando ad esempio nella serie Berlin Afterimages (1994-’95), il tema del nazionalismo, ma anche quello della posizione dell’emarginato nella società contemporanea (Homeless, 1992). Ciononostante la performing art rimane fondamentale nel suo modo di agire, portando avanti spettacoli, azioni, e seminari. Negli ultimi anni della sua vita, oltre al Project Cancer, si è interessato molto al tema dell’ambiente, ad esempio nell’Earth Water Catalogue, progetto del 2012. Tra le ultime sue mostre alla Boers Li Gallery di New York nel 2018 e quella nel 2019 da Richard Saltoun a Londra. In mostra alcune delle polaroid degli anni Settanta di Ulay e un film, Relation in Movement, girato nel 1977 a Parigi: qui Ulay e l’ Abramović, alla guida di un furgone, girano in tondo nello spazio antistante il Musée d’Art Moderne di Parigi e il Palais de Tokyo. Ulay è al volante mentre, attraverso la finestra aperta, l’Abramovic sta gridando il numero di giri completati tramite un megafono (che non può essere ascoltato nella registrazione del video), fino a notte fonda. Completavano l’esposizione autoritratti in polaroid sul tema dell’identità che raffiguravano l’artista truccato da drag-queen. Lo Stedelijk Museum di Amsterdam ha annunciato di recente una sua mostra che ne ripercorrerà il lavoro prima e dopo la sua collaborazione con Marina e che inaugurerà a novembre 2020.

Santa Nastro

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Santa Nastro
Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è membro dello staff di direzione di Artribune. È inoltre autore per il progetto arTVision – a live art channel, ufficio stampa per l’American Academy in Rome e Responsabile della Comunicazione della Fondazione Pino Pascali. Dal 2011 collabora con Demanio Marittimo.KM-278 diretto da Pippo Ciorra e Cristiana Colli, con Re_Place, Mu6, L’Aquila e con Arte in Centro. Dal 2006 al 2011 ha collaborato alla realizzazione del Festival dell'Arte Contemporanea di Faenza, diretto da Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco. Dal 2005 al 2011 ha collaborato con Exibart nelle sue versioni online e onpaper. Ha pubblicato per Maxim e Fashion Trend, mentre dal 2005 ad oggi ha pubblicato su Il Corriere della Sera, Arte, Alfabeta2, Il Giornale dell'Arte, minima et moralia e saggi testi critici su numerosi cataloghi e pubblicazioni.