Tutte le potenzialità dei piccoli musei

Realtà esigue solo nelle dimensioni, i piccoli musei hanno un grande potenziale non ancora del tutto espresso. A partire dalla possibilità di essere esempi “smart”, anche per le istituzioni più ampie.

Museo Marmolada Grande Guerra
Museo Marmolada Grande Guerra

Alla fine del 2019, in Commissione Bilancio al Senato, è stato approvato un emendamento che istituisce il Fondo per il funzionamento dei piccoli musei, con una dotazione di 2 milioni di euro annui a decorrere dal 2020. Più nel dettaglio, la dotazione finanziaria è destinata, si legge dai comunicati stampa, a garantire il funzionamento, la manutenzione ordinaria e la continuità nella fruizione per i visitatori nonché l’abbattimento delle barriere architettoniche.
Un’iniziativa che potrebbe rivelarsi importante per l’intera struttura museale nazionale, purché condotta secondo una visione strategica che non si limiti a rispondere alle semplici “emergenze”. È sicuramente importante, infatti, garantire che i piccoli musei possano mostrare continuità negli orari di apertura ed essere accessibili, sia in termini architettonici che in termini di “orari” fruitivi. Ma avere degli orari di apertura è pur sempre uno strumento, non certo un obiettivo. Immaginare il Fondo come un semplice borsellino aggiuntivo per poter assumere risorse precarie da impiegare per l’apertura dei musei è forse il peggiore utilizzo che si possa fare di queste risorse pubbliche. Perché avere dei musei vuoti per più ore a settimana non è di grande utilità pubblica. Così come non è sufficiente poter abbattere le barriere architettoniche, perché accessibile non significa di appeal. Garantire il funzionamento deve voler dire garantire che il piccolo museo possa attrarre abbastanza visitatori durante gli orari di apertura, così da poter tenere fede ai propri obiettivi statutari.

PAROLA D’ORDINE: ADATTAMENTO

Esistono numerose direttrici che è possibile intraprendere. Una di queste, sicuramente non abbastanza “indagata” nel nostro Paese, prende spunto dai processi di adattamento che le micro-piccole e medie imprese (MPMI) hanno avuto nel nostro sistema economico. Del resto, le MPMI condividono spesso le stesse criticità dei piccoli musei: poco personale, poche risorse economiche per poter attivare processi di comunicazione e valorizzazione dei propri clienti, bassa “capitalizzazione”. Come hanno operato, dunque, le MPMI per resistere alla concorrenza dei giganti del settore? Hanno fatto della loro dimensione un punto di forza. Si sono trasformate, spesso anche in modo inconsapevole, da “piccola impresa” a “impresa agile”, per poi divenire “impresa smart”.
I piccoli musei potrebbero seguire la medesima traiettoria di adattamento, adottando strategie che possano favorire l’afflusso di visitatori e che, al contempo, possano anche svolgere un ruolo di “sviluppo” all’interno del più vasto sistema museale italiano. Una delle grandi debolezze sistemiche del nostro tessuto museale è infatti la scarsa inclinazione all’innovazione. Ci sono varie ragioni che determinano questo attrito. Tra queste, l’aspetto dimensionale dei musei riveste un ruolo importante.

IL POTENZIALE DEI PICCOLI MUSEI

Finora i tentativi di innovazione hanno riguardato principalmente i grandi musei, ma questi presentano almeno due ordini di problematiche: la prima è la dimensione organizzativa e amministrativa, che spesso rischia di arginare la portata innovativa di progetti sperimentali con un atteggiamento alle volte più burocratico che costruttivo. Dall’altro, la grande dimensione implica anche una grande responsabilità: l’innovazione si accompagna sempre a una certa dose di rischio e, per i grandi musei, il rischio alle volte è troppo grande. Cosa succederebbe se un progetto innovativo bloccasse gli ingressi al Colosseo? È qui che i piccoli musei possono giocare un ruolo centrale: incubatori di tecnologia, laboratori di nuove forme di fruizione, che implementino aspetti tecnologici a elevato tasso di innovatività. Interventi di questo tipo potrebbero sollecitare interesse nelle categorie di “visitatori potenziali” e, nel frattempo, favorire l’adozione di progetti innovativi anche nei cosiddetti grandi musei, con beneficio generale per l’intera collettività. Non si tratta di sola tecnologia, ma di approccio strategico.
L’obiettivo non è fare in modo che per i visitatori sia facile avere accesso al museo. L’obiettivo è che i visitatori vogliano avere accesso al museo.

Stefano Monti

Articolo pubblicato su Grandi Mostre #20

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.