I problemi (e le soluzioni) dei piccoli musei italiani

La situazione dei musei nel nostro Paese è descritta molto bene in un articolo di Matteo Trevisani apparso quest’estate su Internazionale. Ma qual è la situazione specifica dei piccoli musei italiani? Ecco il punto di vista di Giancarlo Dall’Ara, presidente dell’Associazione Nazionale Piccoli Musei.

Museo Marmolada Grande Guerra
Museo Marmolada Grande Guerra

QUANTI SONO I MUSEI IN ITALIA?
Per sapere quanti siano esattamente i musei a Roma, Matteo Trevisani – in questo articolo pubblicato da Internazionale – confessa di averli dovuti cercare uno per uno su Wikipedia, e di aver integrato quei dati con qualche telefonata. D’altronde, nessuno sa esattamente quanti siano i musei in Italia, e questo dice molto sulla situazione nella quale si trovano a operare. Il problema non è solo statistico ma è indice evidente di una politica inadeguata, e anche del poco interesse al tema.

ISOLATI E VUOTI
Ed ecco lo scenario che emerge nell’articolo: “Tanti languiscono nella solitudine, in situazioni lavorative precarie, a volte senza direttori, e senza una promozione adeguata […]. I musei vuoti di Roma raccontano una storia di scollamento tra la città e la sua storia, tra la città e i suoi abitanti”. Questa situazione non è relativa solo a Roma, ma accomuna molte realtà museali del nostro Paese.
È lo “scollamento” che fa sì che i musei dei quali parla l’articolo siano vuoti. E non è solo lo “scollamento” con la città e i suoi abitanti, è lo scollamento con le persone e i loro interessi, i loro bisogni, le loro aspettative. E quando dico “persone” non mi riferisco solo ai visitatori e ai residenti, penso anche al personale dei musei. Un piccolo museo non può essere solo luogo di conservazione/esposizione, ma deve diventare qualcosa di vivo. Per questo la sua risorsa più importante è data dalle persone: chi lo gestisce, chi accoglie, chi entra per visitare o studiare, e anche i residenti, a cominciare da quelli che ancora non l’hanno visitato.
Molti piccoli musei sono vuoti perché hanno perso di vista i loro obiettivi, o perché non sono messi nella condizione di poterli raggiungere.
Quando sono entrato la signora della biglietteria mi ha guardato stupita ed è accorsa ad accendere le luci. ‘Sono tre giorni che non viene nessuno’, ha detto”. Una frase che, assieme all’alzata di spalle descritta nell’articolo, denuncia una situazione nella quale il personale non è coinvolto, non sembra avere obiettivi chiari, o ha perso ogni speranza.

Museo delle Maschere Mediterranee, Mamoiada
Museo delle Maschere Mediterranee, Mamoiada

UNA VIA D’USCITA È POSSIBILE
Come già detto, solitudine dei musei, situazioni precarie, mancanza di visitatori e anche promozione inadeguata sono la realtà di tanti musei, non solo di quelli di Roma, ma non è vero che si tratta di “luoghi che non interessano nessuno”, e una via d’uscita è possibile, ma occorre avere il coraggio di ripensare il modello organizzativo e gestionale dei musei, e soprattutto di quelli di piccola dimensione.
Il portone di accesso severo e chiuso, che impedisce una “politica della porta aperta”, la biglietteria organizzata in modo da costituire una barriera psicologica, prima ancora che economica, all’ingresso delle persone, e che a volte incute timore, o assomiglia a quella asettica di un ospedale, o sembra una guardiania, una portineria, dove al personale più che le competenze dell’accoglienza vengono richieste quelle di un ufficio anagrafe. Succede così che – come si legge nell’articolo – ti guardino come se tu fossi un animale in via di estinzione.
Le modalità di esposizione decontestualizzanti e “illuministiche”, che non aiutano la comprensione di quanto viene esposto, che non propongono il fascino della storia degli oggetti, ma che mostrano preoccupazione solo per il rigore scientifico dell’esposizione, e così tolgono, assieme alla funzione, anche l’identità e la vita delle opere esposte. E al fondo una logica che sembra rispondere più al bisogno di confrontarsi tra addetti ai lavori che con il pubblico. Per non dire delle “schede introduttive attaccate con delle catenelle ai muri, e dei pannelli con le spiegazioni scoloriti dal tempo”, citati nell’articolo.
È evidente che, di fronte a tutto questo e ai servizi museali che ne derivano, non ci si può limitare a interventi di belletto. E in assenza di una diversa cultura gestionale dei musei, non basta neppure una maggiore presenza sul web perché, ricorda Marta Coccoluto, “nel rapporto con Internet, i musei scontano la totale mancanza di una cultura digitale e così l’uso si traduce spesso in una mera trasposizione in digitale di contenuti tradizionali, senza una strategia di comunicazione e contenuti ad hoc […], ben lontano da quella produzione di relazioni che è l’immenso potenziale del Web”.

Terrazzo del Centro Caprense, scorcio di veduta col campanile della Piazzetta
Terrazzo del Centro Caprense, scorcio di veduta col campanile della Piazzetta

PICCOLI MUSEI: UNA CATEGORIA A SÉ
Dunque occorre una svolta. I piccoli musei hanno bisogno di una cultura organizzativa e di una politica di accoglienza specifiche, che esprimano la loro realtà, superino i punti di debolezza che li caratterizzano e ne facciano luoghi dove si ascolta la domanda, luoghi empatici e legati al territorio, così da poter svolgere la loro funzione. E per tutto questo bisogna partire da norme per le quali, come dice Valeria Minucciani, “la piccolezza non sia una negazione o una limitazione, ma un carattere peculiare del museo che ne fa una categoria a sé”. Sulla base di questa consapevolezza e di regole nuove può prendere vita, per i piccoli musei, un modo di fare, di agire e di interagire, e di presentarsi, altrettanto peculiare, che permetta loro di svolgere il proprio ruolo con le risorse che hanno.
Purtroppo non è di questo che ci si occupa a livello nazionale o negli assessorati regionali competenti, dove i temi chiave sembrano essere altri: “ridurre il numero dei musei”, come dichiara, e non da ora, la Regione Friuli, che pensa che i suoi 400 musei siano troppi; “uniformare i livelli di qualità per valorizzarli”, obiettivo che sarebbe corretto se l’intento fosse quello di elevare il livello di qualità dei sevizi offerti, ma invece l’obiettivo continua a essere quello di imporre ai musei degli standard uguali per tutti, indipendentemente dalla loro identità e dalla loro dimensione.
Ma il nostro Paese non può più permettersi il lusso di trascurare e di penalizzare l’immenso patrimonio dei piccoli musei, così penso che questa “rivoluzione” non potrà essere a lungo rimandata. Ne parleremo all’ottavo Convegno Nazionale dei Piccoli Musei, che si terrà a Calimera il 7 e 8 ottobre 2016.

Giancarlo Dall’Ara

http://www.piccolimusei.com/

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Giancarlo Dall'Ara
Docente di marketing nel turismo, è consulente di Regioni turistiche italiane, destinazioni e Consorzi di operatori, e presidente dell’APM - Associazione Nazionale Piccoli Musei.

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