Le foreste sono orizzontali. L’editoriale di Fabrizio Bellomo

Qual è il senso di un bosco verticale? Fabrizio Bellomo prende come esempio il progetto di Boeri destinato a Tirana per avanzare una critica alla “forestazione” attraverso il cemento.

Bert Theis, Tirana pa makina, 2003
Bert Theis, Tirana pa makina, 2003

Sul sito web stefaniboeriarchitetti.net si può leggere, a proposito di Tirana: “Con il Master Plan per Tirana e il primo Bosco Verticale, l’architetto milanese porta anche in Albania la sua idea ‘…di una progressiva Forestazione Urbana delle città e delle metropoli del mondo che moltiplicando la presenza di alberi e boschi combatte efficacemente il cambiamento climatico’”.
Questa forestazione urbana mi suona un po’ come la vernice utilizzata da certi street artist, la quale sarebbe capace di assorbire l’inquinamento e migliorare così l’aria circostante, bah… Va ribadito (e ha senso farlo!): questa teoria relativa al “… combatte(re) efficacemente il cambiamento climatico…” attraverso la piantumazione di alberi sui balconi di grandi grattacieli di cemento armato rimane un’abile operazione comunicativa. La forestazione di cui si parla altro non è che un escamotage di tipo visivo con cui rivestire grandi cubature di cemento, attraverso delle altrettanto grandi fioriere – sempre in cemento – le quali andranno a contenere gli alberelli rigorosamente selezionati dal paesaggista di turno.
Tale genere di forestazione – solo per usare le stesse parole, poiché in realtà si tratta più di un pattern, di un rivestimento appunto –, finisce così per generare una patina di verde verticale che non farà altro che produrre (per la comunità) dei soli paesaggi, fotografabili e condivisibili, paesaggi dunque pregni di un alto livello di likeability. Piacenti e ruffiani.
Il Bosco Verticale (già quello milanese) genera sicuramente un paesaggio ma non genera per questo anche un ambiente (pubblico). Per spiegarsi meglio: il paesaggio generato dal Bosco Verticale viene disatteso dall’ambiente cittadino che ci circonda mentre usufruiamo della veduta di questa struttura: asfalto e palazzi. Questa è un’architettura dissociata – e forse in un’epoca in cui la dissociazione fra quello che si è e quello che si fa è diventato un paradigma fondamentale per la sopravvivenza – vi è anche la motivazione dell’enorme successo di questi edifici.
Come se si sostituisse all’idea di bellezza quella di spettacolarità […] e l’effetto alla verità”. Per assurdo, il boschetto di Rogoredo (il bosco dove vi è oggi la più grande piazza di spaccio d’eroina di Milano e forse non solo di Milano), bene – questo boschetto, anche con le sfaccettature di degrado ed emarginazione a esso collegato – rimane pur sempre un ambiente da vivere, uno spazio pubblico a tutti gli effetti; il Bosco Verticale no.
Il Bosco Verticale, il Bosco di Rogoredo: due sfaccettature della stessa città. Delle sfaccettature concatenate dall’espulsione, sempre più mirata, dai centri cittadini della povertà. Sempre più spesso anche della normalità. Della vita semplice non più contemplata dai grandi capitalisti o almeno non più contemplata per queste zone del mondo. I centri urbani di tutte le città divengono così – sempre di più – tutti uguali. Dei privé, accessibili solo da un determinato tipo di classe sociale.

Stefano Boeri Architetti, Bosco Verticale, Milano
Stefano Boeri Architetti, Bosco Verticale, Milano

DA MILANO A TIRANA

Milano. Il viaggio a Milano era d’obbligo, poiché la stessa situazione che si sta ora progettando e attuando nella capitale albanese è già stata vissuta nel quartiere Isola di Milano. Quello stesso progetto del Bosco Verticale, divenuto uno dei simboli della Nuova Milano, viene replicato oggi a Tirana, e non solo qui. Anche a Tirana come a Milano questo progetto diviene simbolo del cambiamento di un’intera città, uno strumento con cui ribadire la presunta possibilità della ‘forestazione urbana’ nonostante le cubature di cemento versate in questi cantieri necessari al restyling di interi centri urbani. Le stesse dinamiche già viste a Milano si stanno ora ripetendo pari pari a Tirana. A Milano fu un’ex fabbrica occupata da artisti e artigiani a venire buttata giù (con tutte le opere d’arte contemporanea contenute al suo interno, comprese le opere di alcuni artisti molto noti e quotati – raggruppatisi insieme nell’utopico progetto e spazio di Isola Art Center). A Tirana, a essere d’intralcio ai piani immobiliari, su cui verrà generata la futura speculazione edilizia – è uno storico teatro, il Teatro Kombetar – derivato dell’architettura colonialista italiana e firmato dall’architetto Giulio Bertè. Un’architettura realizzata durante il periodo fascista: se venisse abbattuta in Italia, immaginate le polemiche.
Dicono sia stata costruita con materiali insalubri. Della Stecca degli Artigiani, a Milano, della fabbrica occupata da artisti e artigiani (dove vi era insediata anche Isola Art Center) dicevano invece che si trattasse di una zona pericolosa, c’era la droga. La D R O G A. Fa niente se la droga in questione fossero poche centinaia di grammi di hashish, per l’opinione pubblica quella zona era divenuta pericolosa. Punto. Qui a Tirana il Teatro Kombetar viene appunto additato di essere stato costruito con materiali insalubri, va abbattuto! In entrambi i casi, queste che – sia il Kombetar che la Stecca degli Artigiani – erano (e sono) piccole architetture alte pochi metri e che ospitavano e ospitano comunità di artisti, registi e attori (che interagivano con il quartiere che li ospitava), vengono sostituite da zone in cui spadroneggiano e spadroneggeranno cubature e cubature di cemento in più. Tutto ciò sarà più salubre. Certamente.

Stefano Boeri Architetti, Tirana Vertical Forest
Stefano Boeri Architetti, Tirana Vertical Forest

IL SENSO DI UN BOSCO VERTICALE

Ora, cosa vi è di meglio per infiocchettare queste situazioni se non due grattacieli avvolti da enormi fioriere così da poter assegnare loro il brillante nome (va detto) di “Bosco Verticale” (“Vertical Forest”). Ma non ce l’ho più di tanto con chi ha coniato tali trovate, bensì mi avveleno l’anima ogni giorno a pensare a tutti quei comuni cittadini che vanno a fotografare quel parallelepipedo alberato milanese, così da condividere quelle foto. Ahimè – pare proprio questo sia divenuto, a tutti gli effetti, un nuovo status symbol da possedere fotograficamente sulla propria bacheca. Mi avveleno perché non riescono a capire che per la stragrande maggioranza di loro (se non per tutti loro) queste architetture rimarranno semplicemente dei paesaggi da ammirare e al massimo da fotografare e mai – e mai! – degli ambienti da vivere. (Mi avveleno analizzando la scarsa autostima della classe media insomma).
E infatti a essere diventate uno status symbol sono proprio – assurdo ma è così – le fotografie di questo grattacielo. Effettivamente poco cambia da quando, da piccoli, si possedeva tutti un modellino di una Ferrari. Il modellino della Ferrari sta alla nostra infanzia così come la fotografia del Bosco Verticale sulla bacheca sta alla squallida vita adulta. La Ferrari e il Bosco Verticale, rimangono dunque per la stragrande maggioranza della popolazione solo delle rappresentazioni del desiderio; dei paesaggi da vedere e da fotografare, delle chimere, e non – diamine! Questa differenza è sostanziale – e mai degli ambienti da vivere: provate a entrarci in quel modellino della Ferrari e vediamo che succede.
Occorre distinguere fra le due parole: tra ambiente e paesaggio: il paesaggio secondo il Devoto Oli: “… una porzione di territorio considerata dal punto di vista della prospettiva…”, più semplicemente si parla qui della ‘cartolina italiana’ – derivata dall’invenzione prospettica. Mentre per ambiente, lo stesso dizionario rammenta: “… l’insieme delle condizioni fisico chimiche e biologiche che permettono e favoriscono la vita degli esseri viventi“.
Guardando e riguardando le foto del Bosco Verticale milanese e i render del progetto albanese non posso non tornare con la mente agli utopici fotomontaggi dell’artista lussemburghese Bert Theis, realizzati sia sulla stessa Tirana, sia sul quartiere Isola di Milano (nel remoto 2003), oltre che per numerose altre città. Qui, delle vere foreste avvolgono con la loro fondamentale orizzontalità i monumenti e gli edifici più iconografici di questi agglomerati urbani. Creando così, e prima ancora che degli splendidi paesaggi, degli utopici ambienti dove sarebbe bellissimo vivere. “E poi quando non si morirà più, vivremo in questa città che è anche foresta e avrà le cose belle di tutte e due, e saremo una nuova civiltà – felici sempre…”, l’attore Luca Marinelli nel film Ricordi? di Valerio Mieli dice “le cose belle di tutte e due”! L’orizzontalità di un bosco è parte fondamentale della bellezza dello stesso e i fotomontaggi di Bert Theis conservano tale sfaccettatura – mischiando comunque il bosco alla città – non disattendendo quindi il mix, “le cose belle di tutte e due” evocate da Marinelli nel film. Chiaro? Rendendolo verticale un bosco, non si sta facendo altro – di nuovo – che sostituire la bellezza con lo spettacolo. Ancora. E che palle…

Fabrizio Bellomo

Dati correlati
CuratoreStefano Boeri
Spazio espositivoBOSCO VERTICALE
IndirizzoVia Gaetano De Castillia - Milano - Lombardia
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Fabrizio Bellomo
Fabrizio Bellomo (Bari, 1982) porta avanti la sua ricerca in modo ibrido e multidisciplinare. Suoi lavori sono stati esposti in Italia e all’estero in mostre personali e collettive, attraverso progetti pubblici e festival cinematografici. Fra cui: plat(t)form 2015 Fotomuseum Winterthur (Zurigo), Double Feature Tirana Art Lab (Tirana), ArtAround MuFoCo Cinisello Balsamo (Milano), 2004-2014 10 anni del museo di fotografia contemporanea Triennale di Milano, Milano un minuto prima Fondazione Forma (Milano), Objet Perdù e Giovane Fotografia di Ricerca in Puglia Fondazione Museo Pino Pascali (Polignano a Mare), Progetto Memoria Fondazione Apulia Film Commission (Bari-Tirana), Videominuto Pop e Byob Museo Pecci (Prato – Milano), Video.it Fondazione Merz (Torino), Camera con Vista – Incontri di Fotografia Gamec (Bergamo), 55° Festival dei Popoli di Firenze, 34e Cinemed - festival international du cinéma méditerranéen de Montpellier. Ha collaborato con diversi Comuni e istituzioni per la realizzazione e per la progettazione di opere e operazioni d'arte pubblica, fra cui: il Comune di Bari, il Comune di Sesto San Giovanni, il Comune di Casale Monferrato, il Comune di Cursi, il Comune di Lumezzane, con il Politecnico di Milano e con il Falstad Museum in Norvegia, con Isola Art Center a Milano, con Maps mobile-archive-on-public-space a Tirana. Suoi lavori fanno parte di collezioni pubbliche e private. Vince numerosi premi fra cui, nel 2012, il Premio Celeste con il video "32 dicembre". Il suo primo film è "L’Albero di Trasmissione", co-prodotto dall'associazione culturale Amarelarte, Fujifilm Italia e Apulia Film Commission; è stato distribuito da Mymovies.it. Ha pubblicato – fra gli altri – il volume "Le persone sono più vere se rappresentate" per Postmedia Books, Milano 2014.