A un anno di distanza dal suo debutto al MART di Rovereto, la grande retrospettiva “Tutti gli “ismi” di Armando Testa” approda ai Musei Reali di Torino. Riportando il geniale artista, nonché pubblicitario italiano, nella sua amata città natale.

Per qualche strana convenzione collettiva solitamente si tende a separare la figura del grafico pubblicitario da quella dell’artista visivo, lasciando invece a un artista la possibilità di utilizzare estetiche e modalità esplicitamente vicine alla progettazione grafica senza perdere per questo lo status di produttore di opere d’arte (si pensi a mostri sacri come Andy Warhol, Daniel Buren o Tobias Rehberger, giusto per citarne alcuni). A creare una netta distinzione tra le due figure creative può essere sicuramente la finalità primaria del pubblicitario di promuovere un prodotto specifico, anche se questa peculiarità non dovrebbe comunque precludergli la possibilità di assurgere ad “artista” a tutti gli effetti.
Di questo era profondamente consapevole anche Armando Testa (Torino, 1917-1992) il quale, non percependo alcuna distinzione tra le due sfere, riteneva indispensabile un certo tipo di sensibilità artistica per poter produrre, e di conseguenza comunicare al meglio, un determinato lavoro. Proprio sulla base di questo concetto si sviluppa infatti la mostra Tutti gli “ismi” di Armando Testa che, attraverso la precisa direzione curatoriale di Gianfranco Maraniello e Gemma De Angelis, scandaglia quella linea di confine all’interno della quale si è sempre mosso l’ineguagliabile estro creativo di Testa e che lo ha costantemente mantenuto vicino all’insegnamento delle avanguardie storiche. La passione viscerale per la storia dell’arte, mista a una insaziabile curiosità nei confronti della vita stessa, ha dato al maestro della comunicazione visiva sin da subito la possibilità di appropriarsi di quei linguaggi specifici per crearne di nuovi e personalissimi. Grazie soprattutto a un media come la televisione (che negli Anni Sessanta in Italia era in piena espansione), l’universo visivo di Armando Testa, caratterizzato da un raffinatissimo connubio tra ironia ed essenzialità, è così riuscito a entrare a pieno titolo nell’immaginario collettivo del nostro Paese

Armando Testa, Punt e Mes Gotto. Courtesy Collezione Gemma De Angelis Testa
Armando Testa, Punt e Mes Gotto. Courtesy Collezione Gemma De Angelis Testa

LA MOSTRA

L’intera esposizione si presenta come uno scrigno colmo di tesori e rarità che si alternano tra manifesti intelaiati (suggestivi ed eccentrici quelli realizzati negli Anni Cinquanta con inchiostri fluorescenti) e spezzoni, recuperati dall’archivio RAI, dedicati ai celebri Caroselli. Ad accogliere lo spettatore all’interno delle Sale Chiablese dei Musei Reali di Torino vi è proprio un primo gioiello: un’intervista del 1988 nella quale il poliedrico autore racconta di come le principali correnti artistiche novecentesche lo abbiano tanto ispirato quanto messo in difficoltà, prendendo spesso il sopravvento sulle canoniche strategie di marketing da adottare al fine di pubblicizzare un determinato articolo. L’amore straripante nei confronti del Dadaismo, dei surrealisti o del gruppo Fluxus trapela da ogni produzione di Armando Testa, avvicinando così il pubblico verso qualcosa che solitamente non suscita l’interesse immediato delle masse.
Pubblicità come quelle per l’azienda Saiwa, dove un gruppo di persone si muove in fila indiana in un paesaggio innevato, imitando in tutto e per tutto l’avanzare di una locomotiva, o dove un uomo viene letteralmente “suonato” come uno strumento musicale dopo un banale incidente con un altro protagonista dello sketch, sono solo alcuni esempi di un interesse profondo nei confronti di un gigante come John Cage o della letteratura propria del Teatro dell’assurdo. Tante inoltre le opere che strizzano l’occhio agli accostamenti cromatici di Mondrian o al minimalismo scultoreo di Donald Judd: una su tutte l’emblematica rappresentazione fisica del “punto di dolce e mezzo di amaro” (meglio conosciuto come punt e mes) che contraddistingue il vermut Carpano. Sorprendenti i disegni dai quali si evince una sapiente padronanza delle leggi della Gestalt; inaspettati, solenni e a tratti inquietanti invece i dipinti dove a capeggiare sono delle “dita” intese – come sottolinea anche lo stesso Maraniello all’interno del catalogo edito da Electa – non solo come “simboli di un saper fare manuale e pratico”, ma anche come presenze autonome capaci di incarnare l’importanza di un linguaggio non verbale. Assonanze fonetiche e giochi linguistici sono inoltre ulteriori elementi chiave dell’immaginario di Armando Testa, grazie ai quali dei personaggi estremamente semplici (in quanto caratterizzati dalle elementari forme geometriche della sfera o del cono), come gli avveniristici abitanti del pianeta Papalla o i protagonisti degli sketch realizzati per il caffè Paulista Lavazza, Carmencita e Caballero, riescono a vivere di vita propria. Geniali e divertenti sia le fotografie di alimenti dalle sembianze di oggetti (come la colonna di gorgonzola o una poltrona fatta di patate) che le serigrafie ritraenti animali bizzarri, anticipatori di una certa tendenza contemporanea a concepire la grafica in una maniera prettamente digitale, che va dal vettoriale all’uso di software come Photoshop.
Sublimi, invece, le sculture raffiguranti delle croci, dove l’inclinazione minima della parte superiore dell’asse verticale ricorda inevitabilmente una testa capace di unire in un corpo unico sia la figura del Cristo sia la struttura stessa sulla quale è crocefisso. In chiusura della mostra antologica vi è un ritratto sornione di Testa accompagnato dall’immancabile ippopotamo blu Pippo, che lascia però nel visitatore un immediato senso di nostalgia proprio per la sua forte carica di spensieratezza e spontaneità rappresentativa di un’epoca oramai distante anni luce dalla nostra. Unici nei dell’esposizione: la sua conclusione “improvvisa”, che in maniera leggermente brusca riporta lo spettatore alla realtà facendogli inevitabilmente avvertire la mancanza di un mondo così idilliaco e rassicurante, e il costo del biglietto, in netto contrasto con l’approccio accessibile e popolare proprio del modus operandi di quell’artista a tutto tondo che è Armando Testa.

Valerio Veneruso

Evento correlato
Nome eventoTutti gli ismi di Armando Testa
Vernissage24/10/2018 su invito
Duratadal 24/10/2018 al 17/03/2019
AutoreArmando Testa
CuratoriGianfranco Maraniello, Gemma De Angelis Testa
Generidesign, disegno e grafica
Spazio espositivoMUSEI REALI
IndirizzoPiazzetta Reale 1 10122 - Torino - Piemonte
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Valerio Veneruso
Esploratore visivo nato a Napoli nel 1984. Si occupa, sia come artista che come curatore indipendente, dell’impatto delle immagini nella società contemporanea e di tutto ciò che è legato alla sperimentazione audiovideo.
Tra le mostre recenti alle quali ha partecipato: Multipli e Unici (Edicola Radetzky, Milano, a cura di REPLICA, 2019), VI Biennale di Incisione e Grafica Contemporanea (Galleria Civica dei Musei di Bassano del Grappa, 2019), Settima edizione del Premio Francesco Fabbri per le Arti Contemporanee (Villa Brandolini, Pieve di Soligo, a cura di Carlo Sala, 2018). 
Tra le principali esperienze curatoriali: le mostre collettive Le conseguenze dell’errore (TRA Treviso Ricerca Arte, 2019) e L’occhio tagliato (Casa Capra, Schio, 2018), il workshop L’occhio tagliato – il potere della manipolazione dell’immagine nell’era contemporanea (Circolo cinematografico The Last Tycoon, Padova, 2016), il ciclo di incontri TorchioTalks – Dialoghi tra arte grafica e arte contemporanea e la relativa esposizione collettiva TorchioFolks, (atelier Palazzo Carminati della Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia, 2015/2016). È inoltre fondatore, insieme a Davide Spillari, del progetto editoriale BANANE FANZINE e co-curatore delle prime due edizioni del festival di arti interattive Toolkit Festival (Venezia, 2011 – 2012).
Collabora con Kabul Magazine e NOT. Attualmente vive tra Torino e il web.