Scene dalla Grande Stagione (V)

Uno spazio permeabile, senza gerarchie, è lo spazio contemporaneo. Quello temuto dai nuovi totalitarismi che si stanno drammaticamente affacciando sulla scena della realtà odierna.

David Lynch, Inland Empire (2006)
David Lynch, Inland Empire (2006)

Nietzsche, Limonov e questa istanza in noi che io definisco ‘il fascista’, dicono in coro: ‘è la realtà del mondo così com’è’. Che altro dire? Quale potrebbe essere l’alternativa a questa ovvietà? (…) Io invece direi: il cristianesimo. L’idea che nel Regno, che non è certamente l’aldilà ma la realtà della realtà, il più piccolo è il più grande. Oppure l’idea, espressa in un Sutra buddhista che mi ha fatto conoscere il mio amico Hervé Clerc, secondo la quale ‘l’uomo che si ritiene superiore, inferiore o anche uguale a un altro non capisce la realtà’” (Emmanuel Carrére, Limonov, Adelphi 2012, p. 170).
Il mondo visto da un cervello: con una precisa storia, una formazione alle spalle, una serie di eventi e di intrecci e di relazioni che lo hanno portato a questo punto. A questo punto. I’ll be your mirror: il mondo riflesso in uno specchio. La vita e gli accadimenti. Il punto di vista – un punto di vista, un passaggio di tempo, una registrazione: sono unici, determinati, irripetibili. (E se i cervelli sono più di uno?)

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L’atteggiamento che mi piace, quello che personalmente considero un modello?
Totalmente sprezzante: quello di chi – a livello di stile e di disposizione d’animo – non è interessato a piacere agli altri (spesso e volentieri, anzi, dispiace). Di chi va dritto per la sua strada nutrendo completa disistima per il conformismo, per la volontà di essere come gli altri, come tutti gli altri – di chi si ribella con gusto, vivendo ogni giorno dentro questa ribellione perché odia questo presente chiassoso e violento. Di chi si rifiuta categoricamente di fare il pagliaccio, di esibirsi per intrattenere gli altri – considerando molto sospetta la pratica del “mettersi in mostra”.
Un presente fatto di cose spalmate, pasticciate, spappolate.

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Mario Schifano, Grigio 402, 1961
Mario Schifano, Grigio 402, 1961

Ripartenza. I temi sono tutti agganciati, solo esplosi in frammenti – un cervello sbriciolato, in attesa di coagularsi e ricomporsi – un pensiero che cambia cambia cambia.
L’opera – in ogni tempo, in ogni presente, in ogni contemporaneo – non solo implica un sistema di relazioni, ma è un sistema di relazioni. L’innovazione radicale in arte è sempre questione di spazio, di creare cioè un nuovo spazio dell’opera, nell’opera e per l’opera.
Lo spazio dell’arte percola, tracima in quello della realtà: “Inland Empire è un film che sembra composto soprattutto di soglie. (…) Con Inland Empire l’emorragia del mondo diventa talmente acuta che non è più nemmeno possibile parlare di gerarchie aggrovigliate, ma di un terreno soggetto a un cronico sprofondamento ontologico” (Mark Fisher, The Weird and the Eerie. Lo strano e l’inquietante nel mondo contemporaneo, minimum fax 2018, p. 13).
Questo spazio sfrangiato, senza riferimento, in cui ogni elemento dall’interno può colare verso l’esterno – è lo spazio contemporaneo, è la realtà di oggi. Permeabile, senza gerarchie. (Ed è esattamente questa natura che il nuovo fascismo – forma di terrore acuta nei confronti di questa abolizione dei ruoli, di questa attrazione per l’esterno e l’estraneo – tende a comprimere, negare, abolire.)
Questa porosità tra mondo interno e mondo esterno è in grado di creare un nuovo (e antico) spazio culturale.
Spazio bucato, sfrangiato. Che cola. Spargersi. Confondersi. Scomparire. Integrarsi. Disintegrarsi. Non dominare. Non imporsi. Non sottomettersi.
Il più piccolo è il più grande. (…) l’uomo che si ritiene superiore, inferiore o anche uguale a un altro non capisce la realtà”.

Spazio in cui l’interno si fa esterno. Soglie. Varchi e passaggi. Cunicoli: “In Inland Empire – che spesso appare come una serie di sequenze oniriche che galleggiano libere da qualsiasi realtà di riferimento, un sogno privo di sognatore (come tutti i sogni, dato che l’inconscio non è un soggetto) – nessun fotogramma è certo, ogni tentativo di gerarchizzare le sequenze fallisce. (…) Piuttosto che cercare una chiave conclusiva del film all’interno (i personaggi), dobbiamo seguire gli strani ripiegamenti, i cunicoli e corridoi dell’architettura weird di Inland Empire, dove nessuno spazio interno resta certo a lungo, e praticamente in qualunque punto si possono aprire passaggi verso l’esterno” (Mark Fisher, ivi, p. 68).

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).