Scene dalla Grande Stagione (III)

Buttare tutto all’aria e togliersi le maschere. Nuovo capitolo della “Grande Stagione” descritta da Christian Caliandro.

Paul Gauguin, Arii Matamoe (1892)
Paul Gauguin, Arii Matamoe (1892)

– sgattaiolare, destrutturare – fare i conti con la propria immaturità, una buona volta – bere una sfilza di Peroni – la testa leggera, pietre rotolano nelle orecchie, il jazz suonato insieme al metallo industrial – BUTTARE TUTTO ALL’ARIA, puntare ogni risorsa su quanto c’è di più improbabile, scommettere sull’imprevisto: questo è ciò che manca, questo è ciò che va fatto ora a tutti i costi – a tutti i costi uscire dalla propria comfort zone, abbandonarla per la terra incognita, ricominciare a esplorare.

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I Dinosaur Jr., Where You Been, le feste di compleanno dei quattordici anni, i jeans strappati ad arte nella vasca da bagno con la pietra pomice (jeans chiari), riprovare quelle sensazioni, reprimere quelle sensazioni, sfuggire al tedio, likare, mangiare la frittata di pasta, andare a trovare un’amica che sta male, uscire di sera nel caldo, ritrovarsi con gli amici, spingere più forte, J. Mascis canta dal pc.

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La focaccia presa con mia madre alle sette di pomeriggio dal fornaio di Castellaneta Marina – il patio pieno di aghi di pino e di pigne – l’arte indebolita, l’arte irrisolta perché tutta concentrata su di sé, sul suo essere strumento, l’arte che si trasforma e che (forse) si rafforza – trenta, quaranta vasche in piscina, l’acqua finalmente pulita e trasparente (è un pochino torbida solo vicino al trampolino-fantasma, dove non si tocca) – l’acqua che sgocciola dal soffitto dell’ufficio postale l’ultimo giorno di luglio, il direttore mette i cestini dei rifiuti in corrispondenza delle perdite, e si sente il gocciolìo – Natascia che durante la sua performance si scrive la frase di Oksana sul braccio (SIETE TUTTI FALSI), un mantra che ritorna da cinquant’anni a questa parte (sarà vero, evidentemente) – stiamo crescendo, siamo tutti cresciuti. Stiamo invecchiando (il piano suona sul tappeto elettronico).

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Birre dopo birre – la penna scorre sul foglio – un temporale estivo, il patio invaso dall’acqua e dagli aghi di pino – il mare piatto e trasparente –
Pink Moon di Nick Drake suona sullo stereo, sono qui che cerco di catturare quello che mi passa per la testa con il quaderno appoggiato sulla sedia – mezzo ubriaco, devo dire, ma questo può solo aiutare, contemporaneamente sono qui e sono prima, sono io postadolescente e sono io trentanovenne – sì è vero, questo disco mitico è legato indissolubilmente al secondo anno della Normale, ma svolge un suo ruolo anche adesso – sono come riattivato – ciò che importa è provare ancora una volta, una volta di più a togliersi la maschera, è così difficile che a volte sembra quasi impossibile, perché togliersi la maschera o le maschere significa molto spesso distruggersi – per ricostruirsi – devo leggere e rileggere Pazienza – sbagli a giudicarmi, perché potresti facilmente essere tu: ti guardi indietro e vedi l’orrore, la desolazione, il divertimento  – voi volete la critica, beh questa è la critica, almeno quella di oggi, quella possibile oggi, tutta scombinata e scombussolata, “una composizione senza capo né coda” (Gertrude Stein) – vi sembra che io non parli mai di opere e invece sto sempre parlando di opere – che altro potrei fare d’altronde, se non far scorrere la penna, far scorrere il presente, far scorrere il futuro in questo mondo che sembra impazzito, governato dalla stupidità e dall’aggressività, io non mi ci ritrovo più granché come anche voi forse, ma so che vale la pena di starci e di provarci ancora (può essere diverso, e noi possiamo risplendere) e lo so perché ho grande fiducia nelle donne e nelle artiste donne – è un po’ che ho deciso di studiare questa mutazione in corso, già iniziata (sì, non potete farci proprio nulla), questa mutazione che parla con grande nonchalance di ‘neomatriarcato’ e ok, ci vorranno magari cinquanta o cento anni ma è qualcosa di rilevante, finalmente, perché senti tutte le implicazioni che ha e che avrà nella società, nella politica, nel costume e nell’arte – le artiste con cui collabori ti entusiasmano perché possiedono energia e rabbia positiva e orientamento al bene e vitalità.
Ah, se potessi riuscire a comunicarvi che cos’era ascoltare Nick Drake a fine Anni Novanta dentro la Scuola Normale, la prima scoperta della malinconia nelle vene – ma non è possibile, non si può dirvi niente, è tutto scomparso o si è trasformato in qualcos’altro – è tutto troppo diverso ora, le condizioni sono differenti, nuovi tempi si affacciano – un nuovo mondo.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).