Summer Theory No. 2 (VI)

“L’arte dovrebbe essere tutt’altro, e sconvolgere le menti, sconvolgere gli assetti, mettere sottosopra i concetti”. Nuovo capitolo della “Summer Theory” di Christian Caliandro.

Francesco Guardi, Il bacino di San Marco verso l'isola di San Giorgio, 1785 ca. Galleria Estense, Modena
Francesco Guardi, Il bacino di San Marco verso l'isola di San Giorgio, 1785 ca. Galleria Estense, Modena

Quindi, l’opera riuscita è un oggetto (o anche non un oggetto) che costantemente riduce il suo status e la sua apparenza di opera, che tende infinitamente e informalmente verso lo statuto “reale” e quotidiano eppure rende indefinitamente palpabile la linea di demarcazione, la differenza tra i due territori – in un istinto di riduzione, di inserimento volontario nel flusso e di distanziamento altrettanto consapevole dal flusso – “opere” come personaggi di una rappresentazione, come indicatori, piccoli operai, salti della memoria, vibrazioni inutili, sbalzi umorali.
Ricucire il legame con il rito e con il sacro – un rituale è una relazione ripetuta, un legame stabilito e condiviso, solido, un mutuo riconoscimento, uno sprofondare nel tempo, un abbandonarsi.
Sparire del tutto, una vita che minaccia di svanire improvvisamente, senza lasciare traccia – ecco cosa mi hanno insegnato i padri, una minaccia che non è neanche una minaccia, la palta invade ogni stanza, armi spuntate, roba di pessima qualità…

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Posti comuni, del tutto ordinari – evitare la retorica dei luoghi abbandonati, dei luoghi storici, dei luoghi “affascinanti” – inserire le opere come in un circuito elettrico, e l’elettricità è la vita quotidiana, anche un po’ becera, in ogni caso la vita nel suo farsi, come processo in corso, la normalità e la straordinarietà della vita come perturbazione, interferenza, rumore bianco (e non l’unicum di un palazzo storico o, mettiamo, di una casa di pregio disabitata).
In questo senso, il vernacolo è il tessuto connettivo: vernacolo come lingua e come stile.
Time is running out / I don’t know what I’m waiting for” (Trent Reznor).

Lungo la costa adriatica (b). Auto accatastate – camion – tubi industriali attorcigliati – silos, e scale aggrovigliate attorno ai silos, e mare dietro – tetti spioventi, mattoni rossi, muri bianchi – mare, schiuma, rocce, ombrelloni – frangiflutti – come sparire completamente – palme, campi da beach volley (con rete attorno), rimessaggi di barche – muri bianchi dipinti di recente, lisci, ringhiere metalliche – villette e condomini geometrili – pini, pali della luce, una scultura nera contemporanea – finestre, scale, corrimano azzurri – campeggio in riva al mare, una bandiera italiana.

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10 luglio 2018. Ho trovato questa foto di Marilyn Monroe del 1955: l’ha scattata Milton H. Greene durante un pomeriggio nella villa di un amico in Connecticut; fa parte di una piccola serie, e questa in particolare all’epoca non era stata pubblicata. Lei ha in mano un bicchiere con due dita di whisky, e uno sguardo splendidamente birichino. Poi, un lampo, una lama di cristallo e una vampa di calore – l’espressione, la piega della bocca, lo sguardo, il sorriso, il rapporto tra le sopracciglia e i capelli biondi sono gli stessi – gli stessi – di mia madre. Nelle fotografie successive di vent’anni a questa. Forse, e dico forse, l’immortalità è questa cosa qui: due dee fermate in un pomeriggio d’estate, in un’unica immagine, in un solo volto. Da contemplare.

Non decorare né impreziosire – ma fondere. Fermare senza fermare. Intrecciare. Tessere. Illuminare. Confondere.

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Milton H. Greene, Marilyn Monroe, Connecticut, estate 1955
Milton H. Greene, Marilyn Monroe, Connecticut, estate 1955

(Rispetta ogni vita. / Scarta il gelato. / Evita il matto. / Sospira in attesa. / Ama l’asfalto. / Resisti sulla spiaggia. / Racconta un abisso. / Una mattina in dispersione – una mattina in concentrazione. / La religione matriarcale? / La religione patriarcale. / Uno scontro di civiltà. / Debole senso dell’infinito. / Realtà e mistero. / L’enigma di Bacon. / Viviamo girati dall’altra parte. / Il realismo è solo tragedia. / Un effluvio di carne estiva.)
La Cosità. Il Desiderio di Essere Vero. Una tristezza mi invade, con gloria. Stavamo bene. Io sono; io sono stato. Il mondo crolla – crollano gli ecosistemi. Sbrilluccicano. Così tanta energia, dispersa – così tanti futuri, in pericolo – così tanti cervelli, indifferenti – e poi ti guardo, e provo un’immensa speranza (soffusa di musica ambient) – speranza che tu possa davvero cambiare le cose – il mondo ha davvero qualcosa di storto – l’evoluzione comincia – non so dove andare – ma il “sistema” è insufficiente (questo lo so) – il mondo è andato avanti, la Torre rischia di crollare sul serio, e io non sono un pistolero, neanche lontanamente – scrivo qui sopra senza sapere bene a che cosa serva, a dispetto della mia rabbia sono ancora un topo in gabbia – lasciami andare; sbattimi in prigione – un gioco che è durato troppo, veramente troppo. L’arte dovrebbe essere tutt’altro, e sconvolgere le menti, sconvolgere gli assetti, mettere sottosopra i concetti – qua vedo quasi solo ragionieri e geometri, da troppo troppo tempo – fatemi vedere le stelle, fatemi vedere qualcosa di serio! – di pericoloso, di scomodo, di imprevisto.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).