Essere-presenti-scomparendo (III). Il centro della tempesta

Conformarsi e omologarsi non sono strumenti adatti a raggiungere i propri obiettivi. Meglio essere la tempesta, o almeno il suo centro.

Peter Saul, Suburb, 1965
Peter Saul, Suburb, 1965

“Twenty years ago, saw a friend was walking by
And I stopped him on the street to ask him how it went, and all he did was cry
I looked him in the face, but I couldn’t see past his eyes
Asked him what the problem was, he says “Here is your disguise””.
Hüsker Dü, Hardly gettin over it (Candy apple grey, 1986)

Dieci anni di treni presi all’alba – treni locali, pioggia in diverse regioni e città, al Nord e al Sud – quindi alla fine sei sempre su vagoni di fatto tutti uguali, verdi azzurri e bianchi, più sporchi e più puliti – quando arrivi (a Venezia, a Milano, a Foggia), vai a piedi a destinazione, con la musica negli auricolari (il lettore mp3, miracolosamente, è sempre quello; la musica cambia, ma non troppo, in dono). Sbrilluccica. Sbrilluccicano questi dieci anni in cui, in effetti, è successo di tutto –

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Leon Golub, Vietnam II, 1973, dettaglio
Leon Golub, Vietnam II, 1973, dettaglio

Pensi di esserti aggiornato abbastanza, pensi di conoscere piuttosto bene tutti i modi-di-dire-giusti, quelli che ti permettono di far parte del gruppetto – ma ti sbagli, loro non ti accetteranno mai, non ti ammetteranno mai, perché non appartieni a loro fin dall’inizio. E allora piantala di stare lì in ossequio di vecchi che non ti conoscono e che non ti vogliono conoscere, sospetti anche a trent’anni e a maggior ragione adesso dopo una vita di istituzioni e compromessi e stile senza sorprese – davvero credi che se rispetti gli ordini, se ti metti in fila e non ti agiti alla fine (quando? A quarant’anni? A cinquanta? A sessanta? Quando?) ci sarà un posto anche per te, e questi ti concederanno di avere la tua “nicchia” (come altro chiamarla?)…
Voglio dire, già stare lì in attesa, fare tutti i passaggi giusti, le installazioni giuste proprio come le vogliono loro, conoscere i ritornelli giusti, e farlo in un momento del genere, con tutto il trambusto e il disincanto e il rivolgimento che attraversa il tempo e le persone (noi attraversiamo il tempo, e le persone) è abbastanza ridicolo. Abbastanza spregevole. Cioè, davvero volete stare nascosti, in attesa che la tempesta passi e di raccogliere qualche misero frutto? Davvero non volete essere VOI la tempesta, o almeno poter “dire” il centro della tempesta?

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Sei nato al centro dell’uragano – in un luogo negletto e lontano, in un posto sulla collina dove gli Anni Ottanta erano gli Anni Cinquanta o al massimo i Sessanta.
Sei il risultato di un fascio di traumi e condizionamenti vari: il risultato proprio logico (come tutti, o no?). Così, a una fuga in grande stile nella confusione e nel rifiuto di una madre-nonna troppo autoritaria, è corrisposto l’incontro con un marito-padre non troppo adatto. Eppure, quel guscio doveva risultare così protettivo, così promettente anche tra fine Anni Sessanta e primi Anni Settanta, mentre attorno l’Italia e il mondo saltavano in aria. Così, la liberazione coincideva con l’oppressione; e l’apertura di nuovi orizzonti era di fatto la chiusura degli stessi. E poi sei arrivato tu, nelle tensioni di fine decennio che già oscuramente davano alla luce ciò che sarebbe venuto – gli Ottanta il riflusso il postmoderno il ripiegamento nel privato – sei arrivato tu a lungo desiderato e invocato, richiesto, le feste di Carnevale in cui saresti stato travestito da principe – perché quello dovevi essere, quello volevano che fossi – il principe-bambino, l’erede dell’Impero di Nulla racchiuso entro i confini del paese sulla collina. E della grande casa a più piani (la Reggia, opportunamente restaurata da tua madre e conformata ai suoi desideri, ai suoi sogni infranti di architetto in erba: la Casa in Cima alla Collina come illusione metropolitana confitta nella provincia e come UFO calato dall’alto, del tutto incomprensibile a parenti e amici – anche per loro vagamente minacciosa, forse).

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In una trattoria romana – sarà stato il 2001 – eravamo in gruppo e c’era già quel fastidio reciproco che di solito prelude alla fine di una coppia – un tizio o una tizia, non ricordo, fece a tutti un giochino che andava disegnato sulla tovaglia di carta: una griglia, all’interno della quale inserire delle forme a piacimento. Solo dopo ci spiegava che il rapporto tra le forme, e in particolare una in basso al centro, eravamo NOI: io ero una spirale. Nessun altro era una spirale.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).