La bellezza dell’arte perduta

Meglio un’arte ben conosciuta ma noiosa oppure un’arte che sorprende e che parla la lingua della spontaneità, nonostante tutto?

Caravaggio, Cappella Contarelli, 1599-1602. San Luigi dei Francesi, Roma
Caravaggio, Cappella Contarelli, 1599-1602. San Luigi dei Francesi, Roma

Posso descrivere come si è trasformata l’Extramurale Capruzzi – la strada da casa alla stazione, i portici, il pavimento liscio – l’ho fatta chissà quante volte in vita mia, migliaia, centinaia di migliaia, bambino adolescente ragazzo adulto, avanti e indietro dal sottopassaggio giallo che porta in centro – ne ho visto i cambiamenti e le sottili modifiche nel corso degli anni e dei decenni, prima non c’era niente qui, la sera era tutto buio senza locali né negozi – adesso c’è tutta una fioritura di pub pizzerie bar panifici kebabbari macellerie – e, a parte la gente, questa strada conserva sin dagli Anni Novanta un’aria metropolitana e, sì, anche un po’ cosmopolita (come poche altre zone a Bari). Da qui partono infatti i pullman per Roma Napoli Milano, Flixbus Marozzi Marino CBG e altri – questa è la strada che faccio spesso all’alba – e c’è già gente, c’è sempre gente a ogni ora.
(SURFACE: surfare. Scivolare sulla superficie delle cose: EVERYWHERE & NOWHERE. Non la mostra – ma la realtà, il contesto, il tessuto umano; non esporsi – ma fondersi, confondersi, mimetizzarsi. Scomparire.)
Sulla vetta e sulla cresta dell’onda, sull’inclinazione, nell’intercapedine – da dove viene davvero questo desiderio di dire tutto, di scoprirsi, di rivelarsi? Non c’è nulla di più divertente e spiazzante che fare esattamente questo, essere sempre in un posto diverso e “sporgersi”, scavare, sprofondare, risbucare fuori.
Invece che rimanere sempre fermi, proteggersi, simulare e fingere di essere qualcun altro, sempre.
Ecco: non c’è nulla o quasi di più gratificante che essere in sé e spiattellare la cosa stessa. Di qui la fissazione dell’onestà, dell’autenticità, della spontaneità – e l’amore profondo per quelli che praticano ancora oggi quest’arte perduta, dimenticata, disprezzata.

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Antonio Ottomanelli, Collateral Landscape, Gaza, 2014
Antonio Ottomanelli, Collateral Landscape, Gaza, 2014

Il battito del cuore, anche il pensiero ha un ritmo, come il respiro, come la scrittura – si tratta poi di questo: restituire all’arte il suo respiro, la sua brillantezza, la sua vitalità. E questo si può fare solo tirandola via dai musei-cimiteri: non c’è altro modo, davvero.
D’altra parte, non è una gran novità: è quasi sempre stato così (tranne proprio che negli ultimi quarant’anni). L’opera non è un oggetto nel vuoto, ma è un elemento in un tessuto esistenziale e anzi è quel tessuto esistenziale in attività: “L’opera d’arte, dal vaso dell’artigiano greco alla Volta Sistina, è sempre un capolavoro squisitamente ‘relativo’. L’opera non sta mai da sola, è sempre un rapporto. Per cominciare: almeno un rapporto con un’altra opera d’arte. Un’opera sola al mondo non sarebbe neppure intesa come produzione umana, ma guardata con reverenza o con orrore, come magia, come tabù, come opera di Dio o dello stregone, non dell’uomo. E s’è già troppo sofferto del mito degli artisti divini, e divinissimi; invece che semplicemente umani. È dunque il senso dell’apertura di rapporto che dà necessità alla risposta critica. Risposta che non involge soltanto il nesso tra opera e opere, ma tra opera e mondo, socialità, economia, religione, politica e quant’altro occorra. Qui è il fondo sodo di un nuovo antiromanticismo illuminato, semantico, terebrante, analitico, empirico o quel che volete, purché non voglia svagare. L’opera d’arte è una liberazione, ma perché è una lacerazione di tessuti propri e alieni. Strappandosi, non sale in cielo, resta nel mondo” (Roberto Longhi, Proposte per una critica d’arte, 1951).

Tutto questo rivolgersi al passato (gli Anni Sessanta; gli Anni Ottanta) è di fatto un modo per proteggersi dal dolore, dalla fatica, dal disturbo di vivere. Dal fastidio che comporta inevitabilmente vivere appieno l’arte, come creazione e come fruizione – come pratica quotidiana. Invece, che comodo avere tutto lì, pronto, già mangiato e digerito, già pensato e compreso da qualcun altro, già comunicato e incasellato… vero? Sbagliato. Sarà pure comodo, ma è una noia mortale; e questo lo sanno benissimo persino quelli che difendono a spada tratta questa noia (forse lo sanno meglio di tutti gli altri).
Date quindi una possibilità all’arte di entrare nelle vostre vite in modi imprevisti, indesiderati, anche sgradevoli in prima battuta; tanto, che cosa avete da perdere?

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).