Danish Dance Theatre e il potere dell’Intelligenza Artificiale

Il coreografo danese Pontus Lidberg, ispirandosi al Centauro mitologico, esplora le conseguenze della moderna tecnologia algoritmica sui corpi e le emozioni dei danzatori. Debutto mondiale a Oriente Occidente Festival di Rovereto.

Pontus Lidberg & Danish Dance Theatre, Centaur. Photo Per Morten Abrahamsen. Courtesy Oriente Occidente Festival
Pontus Lidberg & Danish Dance Theatre, Centaur. Photo Per Morten Abrahamsen. Courtesy Oriente Occidente Festival

Si potrebbe citare, per primo, Wayne Mcgregor, tra i più recenti sperimentatori di spettacoli in cui realtà virtuale e immagini al computer interagiscono con i danzatori sul palcoscenico per indagare la relazione tra corpo e mente. Il suo Entity si avvaleva di un gruppo di scienziati e ricercatori, oltre all’artista visuale Ravi Deepres che creava un universo digitale parallelo, per arrivare a rappresentare ciò che succede all’interno della mente mentre si danza. Più indietro nel tempo, il più importante precursore del rapporto tra corpo e computer è stato Merce Cunningham. Da noi l’iter multimediale delle relazioni fra danza e tecnologie interattive, includendo la robotica, si deve ad Ariella Vidach e a Claudio Prati. Insomma per dire che gli scenari virtuali non sono nuovi a confondere piani diversi d’indagine. L’importante è che siano le idee forti a disciplinare l’impiego degli strumenti compositivi e non viceversa. Pontus Lidberg col suo Danish Dance Theatre ci prova con l’ambizioso Centaur (spettacolo che ha debuttato in prima mondiale al festival Oriente Occidente di Rovereto, coproduzione con Theatre National de Chaillot e The Royal Danish Theatre), il cui soggetto è l’Intelligenza Artificiale. Si chiede Lidberg: “Ha sentimenti, coscienza e desiderio?  Non ancora.  Ma può già manipolarci e sedurci decodificando sentimenti e stati d’animo”.

Pontus Lidberg & Danish Dance Theatre, Centaur. Photo Per Morten Abrahamsen. Courtesy Oriente Occidente Festival
Pontus Lidberg & Danish Dance Theatre, Centaur. Photo Per Morten Abrahamsen. Courtesy Oriente Occidente Festival

DAL MITO GRECO ALL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Partendo dal mito greco della figura biforme metà uomo e metà cavallo, e muovendosi sempre tra realismo e astrazione, il coreografo svedese ravvede in essa la nuova creatura del nostro millennio dove l’altra metà dell’uomo è stata sostituita, se non totalmente, dal computer. Coadiuvato da Cecilie Waagner-Falkenstrøm, artista esperta di AI, e dal giapponese  Ryoji Ikeda, compositore elettronico, Lidberg mette in scena dal vivo, quale ‘partner’ dei danzatori, l’Intelligenza Artificiale ribattezzata David. A esso sono stati “somministrati” una serie di dati – informazioni sulle tragedie greche, la musica di Schubert, i movimenti planetari e degli sciami di uccelli, e altri dati ‒, che funzionano come istruzioni per i danzatori i quali ricevono i suoi input da sensori inseriti su dei collarini portati al collo. David orienta e dirige i loro movimenti con la sua voce fuori campo – come quella di Hal del film Odissea nello spazio di Kubrick. Sono movimenti e sequenze che saranno elaborati da algoritmi e successivamente trasmessi su un grande schermo che ne riporta i risultati analitici proiettati sullo schermo finalizzati a una mappatura e valutazione dei performer dal lato emozionale e caratteriale. A sipario aperto li vediamo impegnati in esercizi di riscaldamento. La voce li chiama per nome, uno a uno, o a catena, a disporsi ai bordi del bianco quadrato della scena, a entrare e uscire, a ripetere dei movimenti, fino a quando, tolti i collari, daranno inizio a più corpose danze. Nelle serie di ripetute dal segno ritmico e sequenziale, con spostamenti composti e decostruiti, individuiamo posture e figure riconducibili alla mitologia. Ritorna più volte il lancio di frecce estratte da faretre immaginarie – i dardi dei Lapiti nello scontro contro i Centauri, simbolo del lato selvaggio e impulsivo dell’uomo e quello razionale e civile – che, nel girotondo dei danzatori, uccidono chi segue dietro; il quale cade, si rialza, e, a sua volta, esegue la stessa azione con l’arco. Si ripete anche il movimento sussultorio del corpo appena ripiegato nell’atto di singhiozzare e di piangere; o la posa scultorea di un Discobolo.

ALGORITMI E DANZA

Si rotola a terra come un fiume che scorre; ci si alterna in uno scambio di duetti, bloccandosi, piegandosi, riprendendo a camminare. Per un tempo lungo un uomo nudo sosta di spalle sul fondo laterale della scena. Sembra intento a osservare oltre un orizzonte futuro. Rivestito, è preso, fatto girare dall’uno all’altro, sorretto, alzato, deposto. Sarà oggetto, insieme a un danzatore bendato, di una danza corale dove si susseguono abbracci plastici di deposizione pittorica, salti, prese, cadute, rotolamenti, fino al bellissimo assolo dell’uomo senza più gli occhi coperti, che, disobbedendo alla voce di David, continua la sua danza. Fino allo sfinimento. Tolto questo momento e altri dove la danza prevale sulla struttura concettuale, si fa fatica a seguire il costrutto drammaturgico e ritrovare il nesso dell’idea creativa ispiratrice in quei corpi reali asserviti alla macchina algoritmica che sembrano rivendicare, infine, la loro libertà e autonomia.

Giuseppe Distefano

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