Un anticipo di Torinodanza. Crystal Pite e le risposte al trauma

L’anteprima del festival autunnale Torinodanza porta in Italia l’imperdibile “Betroffenheit” della coreografa canadese Crystal Pite per la compagnia Kidd Pivot e l’Electric Company Theater. In scena è il trauma privato e la tragedia personale: il dolore impensabile a cui solo il movimento può trovare risposte.

Crystal Pite & Jonathon Young, Betroffenheit. Photo © Michael Slobodian
Crystal Pite & Jonathon Young, Betroffenheit. Photo © Michael Slobodian

L’anteprima di Torinodanza, festival da quest’anno diretto da Anna Cremonini, non poteva essere più necessaria. Altrimenti rischiavamo di perderlo, questo intenso e importante lavoro, coreografato e diretto da Crystal Pite e creato insieme all’attore e drammaturgo Jonathon Young. Un vero tour de force per gli interpreti, sempre all’altezza, ma anche per tutti i tecnici e macchinisti che ne consentono il funzionamento: il titolo, Betroffenheit, si traduce come “sgomento, costernazione” ma sta soprattutto a indicare uno stato affettivo post-traumatico. Sullo sfondo l’antefatto di un incidente mortale in cui hanno perso la vita dei bambini (ispirato alla personale tragedia dello scrittore che ha perso una figlia e i suoi due cugini in un incendio). A chi sopravvive, le parole non sembrano mai abbastanza. La salvezza è un inutile peso, un groviglio combattuto di pensieri contraddittori. Ed è facile ritrovare nei corpi e nei gesti dei performer tutto l’orrore che le parole non possono descrivere, quei significati che la voce può soltanto inseguire.
È forse un lavoro di svolta per Pite, di maggior compimento in una felice sintesi: se in passato le sue creazioni apparivano come (bi)polarizzate tra un teatro molto fisico e parlato, e una danza fuori baricentro, per niente descrittiva o mimetica, qui invece le due parti, sospese da un intervallo, sembrano molto più connesse e organiche. Anche se lo scenario cambia, qualcosa sembra non più continuamente distrarsi e rinviarsi, ma finalmente raggiungere un adempimento.

Crystal Pite & Jonathon Young, Betroffenheit. Photo © Michael Slobodian
Crystal Pite & Jonathon Young, Betroffenheit. Photo © Michael Slobodian

SOGLIA E TAGLIO

Nella prima parte va in scena un mondo kafkiano: in termini spaziali si tratta di una soglia (come in Vor dem Gesetz ossia Davanti alla legge, un uomo siede per tutta la vita accanto a una porta in attesa di cogliere la verità): un assai spoglio spazio industriale con una colonna d’acciaio che taglia al centro; attorno cavi elettrici che all’inizio prendono vita prima che nell’angolo una figura rannicchiata appaia. In termini scenici, il dolore di chi è sopravvissuto al trauma, continuamente interrogato, figurato e poi rimosso, si alterna qui a una apoteosi di gag, di transizioni e di ritardi sul parlato che è spesso in playback, ritmato come un’estensione del tempo reale, in una dilatazione che fa della scena un luogo non del doppio temporale della realtà, ma della sua spazialità. È la natura del testuale in danza quella di imprigionare i significati e anche di far ridere: è il linguaggio, infatti, quel taglio doloroso che rende parlanti gli animali che siamo. E solo il corpo può parimenti confrontarsi con questo taglio. Solo la danza può inverare questa materiale utopia, rovesciando la pulsione di morte che abita il linguaggio.

Crystal Pite & Jonathon Young, Betroffenheit. Photo © Michael Slobodian
Crystal Pite & Jonathon Young, Betroffenheit. Photo © Michael Slobodian

UNA PERFORMANCE SULLA SOPRAVVIVENZA

In un cupo carnevale che prende vita da una porta/soglia si danza al ritmo di samba e cha cha cha con irruzioni di tap e clownerie varie. Tutto sembra succedere affinché la mente, i pensieri, i sensi di colpa di colui che è sopravvissuto siano imprigionati e forse sospesi in una sorta di improvvisato spettacolo hollywoodiano, in una mediocre fiction mediatica, o tra le immagini di una pubblicità ossessiva sul desiderio esotico. Insomma: una specie di festa carioca stile Las Vegas, una Rio nel cortile di casa per tenere a bada i fantasmi, prima di ogni ipotesi risolutiva che dia invece speranza al vuoto di tanta perdita.
Nella seconda parte, invece, il viaggio nel dolore diventa finalmente individuale, l’elaborazione è arrivata al suo culmine, si compie nei corpi di tutti in modo risolutivo e si conclude non a caso con uno straordinario assolo. È dunque una performance sulla sopravvivenza, di grande apertura alla vita anche attraverso lo “stare fermi” e la “accettazione” di tutti i termini in causa, e non tanto per difendere un sistema o tenere in piedi un organismo, ma soprattutto per raggiungere la più vera natura del dolore e comprendere, dopo i tentativi delle parole, ciò che merita di essere salvato: ciò che non è inferno e che avrà spazio nella memoria di coloro che non ci sono più.

Stefano Tomassini

www.torinodanzafestival.it/

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Stefano Tomassini
Stefano Tomassini insegna Coreografia (studi, pratiche, estetiche), Drammaturgia (forme e pratiche) e Teorie della performance all’Università IUAV di Venezia. Si è occupato di Enzo Cosimi, degli scritti coreosofici di Aurel M. Milloss, di Ted Shawn e di librettistica per la danza. Nel 2018 ha pubblicato la monografia "Tempo fermo. Danza e performance alla prova dell'impossibile" (Scalpendi) e, più di recente, con lo stesso editore, "Tempo perso. Danza e coreografia dello stare fermi".