Il dj italo-americano Anyma trasforma il deserto di Coachella col suo spettacolo
Più che un dj set, quella del producer italo americano Matteo Milleri è una macchina visiva che fonde mito, monumentalità e simulazione. E a settembre arriva a Milano per l’unica data italiana del tour
Con il debutto di ÆDEN al grande festival californiano di Coachella, il dj Anyma conferma di appartenere a una categoria ormai distinta da quella del semplice producer elettronico. Il suo lavoro non si esaurisce nel set, e neppure nella logica tradizionale del live: ciò che porta in scena è piuttosto un ambiente, un dispositivo immersivo in cui suono, video, scala architettonica e costruzione simbolica concorrono a produrre un’esperienza unica. In questo senso, il deserto californiano non è solo uno sfondo, ma una superficie di amplificazione, un vuoto naturale che rende ancora più evidente la tensione, centrale nella sua poetica, tra materia e simulazione, tra corpo e apparizione.

Anyma e il clubbing come spettacolo intermediale
Oltre la dimensione celebrativa del successo globale, a colpire è il modo in cui Anyma ha spostato il linguaggio del clubbing e del festival verso una forma di spettacolo intermediale. Il suo lavoro costruisce immagini che mettono in scena il desiderio del virtuale di farsi carne, volume, presenza. È qui che il progetto tocca una zona che interessa direttamente il presente dell’arte visiva: il rapporto tra avatar e incarnazione, tra estensione tecnologica e nostalgia della forma.
Chi è Anyma, al secolo Matteo Milleri
Anche il percorso biografico di Anyma, al secolo Matteo Milleri, aiuta a leggere la coerenza di questa traiettoria. Nato a New York e poi formatosi in Italia, ha costruito negli anni, anche attraverso l’esperienza precedente con i Tale of Us, una grammatica estetica sempre più riconoscibile, fino a trasformare Anyma in una vera identità autoriale autonoma. Non si tratta quindi di una semplice emancipazione solista, ma dell’emersione di un progetto pensato per funzionare come ecosistema visivo e sonoro, dove la musica resta il motore emotivo, ma non più il solo centro dell’opera.
I featuring come drammaturgia a Coachella
A Coachella questa vocazione si è manifestata con particolare nettezza. La presenza sul palco di Matt Bellamy, Swae Lee, LISA e Joji ha dato alla serata un’evidente forza spettacolare, ma il loro ruolo, più che musicale in senso stretto, è sembrato quasi drammaturgico. I featuring appaiono infatti come emersioni progressive dal mondo visuale costruito da Anyma: prima evocati dentro lo spazio dell’immagine, poi restituiti alla concretezza del corpo vivo. È uno dei passaggi più efficaci del suo dispositivo scenico: la trasformazione del fantasma digitale in presenza fisica, della simulazione in incarnazione.
L’iconografia di Anyma
Sul piano iconografico, l’universo di Anyma continua a muoversi dentro una zona molto precisa, quella in cui il futuro, per rendersi credibile, sente il bisogno di passare dall’antico. Durante lo show di Coachella sono emerse immagini di grande potenza visiva: una Medusa con il suo groviglio di serpenti, riletta come una sorta di cyber Medusa neoclassica; un Caronte che attraversa col suo battello centinaia di metri di pareti led; un angelo che sembra incarnare e visualizzare la tensione simbolica di Angel, il brano portato in scena con LISA. In queste apparizioni si legge bene la grammatica di Anyma: non una semplice estetica futuristica, ma una collisione continua tra repertorio mitologico e immaginario post umano, tra figura classica e mutazione digitale. Più che una semplice estetica cyber, è una vera archeologia del futuro, una tecnologia che, per emozionare, ha ancora bisogno di citare il tempio, il mito, l’oltremondo, la divinità.

La trasformazione di una visione artistica in macchina produttiva
C’è però un ulteriore livello, meno visibile ma decisivo, che rende Anyma un caso interessante anche fuori dal perimetro musicale: la trasformazione di una visione artistica in una vera macchina produttiva. Attorno al progetto lavora infatti una struttura creativa e tecnica di grande complessità, composta da team numerosi e altamente specializzati (c.ca 100 persone), costruita per dare forma a opere che richiedono risorse ingenti, lunghi tempi di sviluppo, sincronizzazione estrema tra suono, visual, regia e ingegneria di palco. Ed è qui che Anyma smette di apparire soltanto come artista e si rivela anche come imprenditore del proprio immaginario. Un progetto di questa scala non comporta soltanto ambizione estetica: implica anche un rischio industriale. Queste opere costano, devono viaggiare, adattarsi agli spazi, sostenere una filiera tecnica molto pesante e, soprattutto, devono poi essere assorbite dal mercato globale dei live. In altre parole, il tour non può limitarsi a essere visionario: deve anche essere venduto. È proprio questo equilibrio tra radicalità visiva e sostenibilità produttiva a rendere il caso Anyma notevole. All’inizio la scommessa poteva apparire perfino eccessiva; oggi, invece, si sta consolidando come un successo internazionale, e il fatto che artisti di primo piano vogliano salire sul suo palco o collaborare con lui è uno dei segnali più evidenti della forza ormai acquisita dal progetto.
Naturalmente, un’operazione di questa portata corre anche dei rischi. La monumentalità può diventare formula, e l’intensità simbolica può talvolta scivolare verso un eccesso di programmazione estetica. Ma è proprio l’ambizione a rendere Anyma interessante. Il suo lavoro non si limita ad alzare il livello dello show elettronico: prova a mutarne il lessico, spostandolo verso una forma in cui il concerto si comporta come un’installazione per grandi pubblici e il visual non accompagna la musica, ma la pensa, la espande, la rende visibile. In un’epoca in cui l’intrattenimento tende spesso alla saturazione senza immaginario, Anyma prova almeno a costruire un mondo.

Anyma a Milano
In Italia, intanto, sarà Vivo Concerti a portare Anyma a Milano il prossimo settembre, con l’unica data italiana dell’ÆDEN Global Tour 2026 prevista sabato 19 settembre a Fiera Milano Live. Il dettaglio non è secondario: conferma che anche nel nostro Paese il progetto viene ormai recepito non come semplice live elettronico, ma come esperienza immersiva ad alta densità visiva, capace di muoversi al confine tra spettacolo, installazione artistica e racconto simbolico.
Gian Marco Sandri
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