Il gabber ai tempi di Tumblr

Dalla working class delle metropoli nordiche alla provincia italiana. È lo strano percorso che ha fatto la sottocultura gabber. Che ora arriva al Club to Club di Torino. Ecco di cosa si tratta.

Gabber. Photo Tony Brugnoli
Gabber. Photo Tony Brugnoli

Niente è perduto ma niente è per sempre. La velocità, paradigma moderno, si è trasformata in accelerazione, leitmotiv digitale, con le sue retromanie, tra nuovo folk e riappropriazioni culturali. Il discorso sembra complesso, ma basta qualche esempio per chiarirlo. Cosa c’entra Fiorucci con l’arte? E l’arte con i rave? Perché veniamo spinti nel futuro, pensando che sia tutto finito?
Nel 2003 gli angeli cadevano dal cielo. H&M a Milano prendeva il posto della Love Therapy di Elio Fiorucci. Il coolhunting era entrato nel fast fashion e le sottoculture sembravano un pallido ricordo, per gli eccessi delle strade di Tokyo. Un’anticipazione della fine l’aveva data l’artista britannico Mark Leckey nel 1999 con Fiorucci Made Me Hardcore, una videoinstallazione che doveva molto al linguaggio del videoclip e alla generazione di MTV, dove ripercorreva vent’anni di nightclubbing inglese, tra found footage e VHS, dall’euforia dei Settanta ai rave party dei Novanta. Ma la fine vera e propria era arrivata nel 2011, quando i dodicenni avevano iniziato a dettare le mode su Tumblr. Il mito dell’adolescenza era diventato globale.

Chi sono i gabber? Il fenomeno nel nostro Paese è arrivato in ritardo, ma il Number One di Rovato-Brescia, come il Gheodrome di Rimini, sono stati il tempio di questa sottocultura proveniente dall’Olanda”.

Si poteva ancora parlare di quell’alchimia che aveva unito musica, appartenenza e stile in nome delle sottoculture? Sì e no, perché il web prende e dà, fa risorgere e deterritorializza. “Il primo djset come Gabber Eleganza”, alias di Alberto Guerrini, che Artribune ha incontrato a Firenze in occasione dell’evento Disco_nnect al Club21, “l’ho fatto in occasione di ‘Padania Classics’ di Filippo Minelli. Da un punto di vista immaginifico per me era il suono dell’A4, quello che aveva riunito nelle grandi discoteche tra Bergamo e Brescia una generazione di night traveller, tanto quanto un ricordo pre-adolescenziale. L’hardcore, aggressivo e intuitivo, per dei ragazzini di undici anni, che guardavano i cartoni animati, isolati tra la nebbia, in paesi dormitorio, rappresentava una risposta perfetta al bisogno di comunità”. Gabber Eleganza, un ossimoro e un punto di riferimento online per la cultura gabber e le sue ibridazioni da part-time raver, ossia di coloro che, usciti dalla sottocultura, ne promuovono la transcodifica.

GABBER IERI E OGGI

Chi sono i gabber? Il fenomeno nel nostro Paese è arrivato in ritardo, ma il Number One di Rovato-Brescia, come il Gheodrome di Rimini, sono stati il tempio di questa sottocultura proveniente dall’Olanda, che si riconosceva in coloratissime tute da ginnastica, marchi come Australian e Nike Air Max Classic, teste rasate ai lati o interamente, bomber, petto nudo e catenina, top sportivo per le donne, e che ascoltava una musica potente e accelerata, che andava dai 160 ai 200 bpm e oltre. “L’ambiente è un aspetto connotante. È una sottocultura che emerge in situazioni socio-economiche molto simili, in Olanda, Belgio, Germania e Italia”. In Europa riguardava maggiormente la working class urbana, dove il sobborgo rappresentava il microcosmo di questa evasione in stile hooligan, da noi l’acceleratore è stata la provincia, con quella tensione al DIY che, al di là del punk, ha rappresentato un antidoto alla noia. “Il mio incontro con l’hardcore sono stati bancarelle e autoscontro. Cassettine pirata e bar. I gabber li ho scoperti al liceo. Mi interessava la musica dance, anche nella sua componente estetica. Il loro look era semplice, pratico, perfetto per ballare l’hakke, con i suoi movimenti secchi e sincopati”.
Figlia di compilation, più che di fanzine underground, la sottocultura gabber, nonostante la sua weirdness, è tra le più popolari. Alla fine degli Anni Ottanta “London comes to Amsterdam” era il motto che portava i rave inglesi oltre la Manica; “No, gabber, you can’t come in here” è stato l’inizio della secessione dalla capitale olandese, in nome della più avanguardista Rotterdam; e oggi i Thunderdome sono party che raggiungono le 40mila persone. Chi l’avrebbe detto che a botte di energy drink e citazioni in passerella, a partire da Raf Simons nel 1999, la cultura gabber avrebbe raggiunto il più elitario dei circuiti: l’arte contemporanea? Dal festival curato da Carsten Höller nel 2016 all’HangarBicocca alla campagna autunno-inverno 2017 di Dior, con David Gahan dei Depeche Mode e Lucas Hedges, nuovo volto del cinema indipendente americano, Gabber Eleganza approda quest’anno a Club To Club, col suo Hakke Show, un dj set di hardcore old school e gabber dancer.

Carlotta Petracci

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #40

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Sempre in bilico tra arte e comunicazione, fonda nel 2007 White, un'agenzia dal taglio editoriale, focalizzata sulla produzione di contenuti verbo-visivi, realizzando negli anni diversi progetti: dai magazine ai documentari. Parallelamente all'attività professionale svolge un lavoro di ricerca sull'immagine prestando particolare attenzione alla sua relazione con altri media e forme espressive, in primo luogo la musica. Di cui ama scrivere ma che rappresenta un elemento essenziale della sua identità di filmmaker, nei documentari quanto nelle videoinstallazioni. Appassionata di filosofia, sociologia, antropologia e, nell'accezione più ampia e nomadica, di tutte le scienze, fa convergere i suoi svariati interessi in un approccio ai contenuti, in uno sguardo e in uno stile di scrittura assolutamente cross-disciplinari.