Improvvisazione e rischi. Questione di metodo

Improvvisare è un’arte sottile, che richiede disciplina e rigore. Se però si trasforma in un mezzo per addomesticare il conflitto, allontana chi la pratica dal rischio, salutare, di sporgersi oltre una linea sicura.

Pino Pascali, Le penne di Esopo, 1968
Pino Pascali, Le penne di Esopo, 1968

Disegnare… dipingere… diventare un autore: intanto, questo non è che un mettersi in mostra, un rischiare di venire in contatto con un mondo che deve apprendere tutto di colui che si presenta, e lo apprende senza tener conto di lui, quasi egli fosse un predestinato, un inviato del cielo: e così ignora la sua solitudine, lo crede già fatto per vivere pubblicamente, in un luogo dove non esiste, in questo caso giustamente, nessuna pietà” (Pier Paolo Pasolini, Teorema [1968], Rizzoli, Milano 2015, pp. 144-145).

Brucia stella brucia – ovunque mi giro vedo incompetenza mista a supponenza – è vero che le ricette non servono e non esistono neanche, ma è altrettanto vero che se fai solo credere di riuscire a vedere, di riuscire a capire, e invece non sai nulla di nulla, manderai inevitabilmente a sbattere te stesso e gli altri – anzi, più che sbattere rimanere fermi, immobili (il che è anche peggio) dando l’illusione di un movimento frenetico, agitazione senza direzione e senza scopo – lo stile dell’irresponsabilità.

Improvvisare è un’arte, e come qualunque arte va imparata a fondo, va esperito: nessun metodo, anzi, come quello dell’improvvisazione richiede un tale grado di rigore e di disciplina. (È per questo, tra l’altro, che tanti musicisti jazz si sono “bruciati” nel suo esercizio, e invece oggi si preferisce l’assenza di rischio camuffata da rischio, il conflitto addomesticato camuffato da conflitto, la contraddizione inesistente e simulata camuffata da contraddizione.) Accettare di recitare la parte che i “grandi” hanno predisposto (mentre noi stessi, tra l’altro, stiamo invecchiando…) non è mai una buona cosa.

(Alzata di spalle. E quanto sei pesante.)

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John Coltrane, 1963
John Coltrane, 1963

Improvvisazione – brucia stella bruciaSony Rollins che va ogni giorno per due anni, con la pioggia il sole la neve, a suonare sul Williamsburg Bridge, insieme ai treni che passano, al vento, agli elementi e agli occasionali compagni di strada – John Coltrane che negli ultimi anni insegue disperatamente e gioiosamente la sua verità, l’ultima verità (che definiva “la crux”), il nucleo oscuro luminoso – e vengono fuori Meditations, Expression, Sun Ship, Om, Interstellar Space – scava scava da solo inseguito dalla morte, infrangendo tutti gli schemi conosciuti e le convenzioni note perché a quel punto non vale la conoscenza, ma l’esplorazione incosciente e istintiva del magma e di ciò che c’è oltre: “Vedete, io ho vissuto per molto tempo nell’oscurità perché mi accontentavo di suonare quello che ci si aspettava da me, senza cercare di aggiungerci qualcosa di mio (1962).
Questo è “sporgersi”, senza risparmio. Questo è assumersi il rischio, ogni rischio, in prima persona – cancellando ogni idea di ricompensa, di garanzia, di scambio, di premio. Non hai diritto a niente, nessuno ti deve niente: sei solo tu e questa cosa nera da definire e da trasferire. Solo tu e l’esperienza.

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Energia residua: lo scarto prodotto da un impulso, da un progetto, da una relazione, da un’opera, da un nucleo creativo – e poi questo scarto serve a generare una nuova linea, una nuova idea da sviluppare e accrescere, in modo che tutto funzioni in maniera organica e per accumulazione. Strati su strati, frammenti accanto a frammenti – i materiali di scarto divengono materiali da costruzione, perché lo erano fin dall’inizio, e lo sono sempre stati.

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“Bisogna inventare nuove tecniche – che siano irriconoscibili – che non assomiglino a nessuna operazione precedente. Per evitare così la puerilità e il ridicolo. Costruirsi un mondo proprio, con cui non siano possibili confronti. Per cui non esistano precedenti misure di giudizio. Le misure devono essere nuove, come la tecnica. Nessuno deve capire che l’autore non vale nulla, che è un essere anormale, inferiore – che come un verme si contorce per sopravvivere. (…) Nessuno deve sapere che un segno riesce bene per caso. Per caso, e tremando: e che appena un segno si presenta, per miracolo, riuscito bene, bisogna subito proteggerlo e custodirlo come in una teca. Ma nessuno, nessuno deve accorgersene. L’autore è un povero tremante idiota. Una mezza calzetta. Vive nel caso e nel rischio, disonorato come un bambino. Ha ridotto la sua vita alla malinconia ridicola di chi vive degradato dall’impressione di qualcosa di perduto per sempre (Pasolini, Teorema, cit., pp.146-147).

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).