Nuove forme di cinema horror all’italiana. Viaggio nelle opere filmiche di Paolo Strippoli

Da “A Classic Horror Story” a “L’estranea”, passando per “Piove” e “La valle dei sorrisi”, il regista pugliese sta costruendo uno dei percorsi più riconoscibili del nuovo cinema italiano di genere

Paolo Strippoli, classe 1993, appartiene a quella generazione di registi che sta riportando il cinema di genere al centro del panorama italiano. In appena pochi anni ha costruito una filmografia compatta: A Classic Horror Story, diretto con Roberto De Feo nel 2021, Piove nel 2022, La valle dei sorrisi nel 2025 e ora L’estranea. Film diversi che condividono però alcune ossessioni: il trauma, la famiglia, il corpo e soprattutto il tentativo di controllare emozioni destinate inevitabilmente a esplodere. Lo stesso Strippoli ha indicato proprio nel controllo il filo che unisce i suoi ultimi tre lavori.

Chi è Paolo Strippoli. Dal folk horror alla rabbia di “Piove”

A Classic Horror Story contiene già molti elementi destinati a ritornare nel suo cinema. Un bosco, una comunità isolata, sacrifici e rituali costruiscono inizialmente un folk horror riconoscibile, che Strippoli e De Feo contaminano però con il folklore meridionale e con una riflessione sulla spettacolarizzazione della violenza. Il rito non è semplice decorazione: serve a tenere insieme una comunità e a stabilirne le regole. È una sensibilità che dialoga con una genealogia italiana precedente alla stessa definizione di folk horror. Viene in mente Il demonio (1963) di Brunello Rondi, dove il corpo di Purificata diventava il punto di collisione tra superstizione, religione e comunità; ma anche, in forme differenti, Bava, Fulci e Avati. Strippoli non replica quel cinema: ne recupera piuttosto l’idea che l’orrore possa essere già sedimentato nel territorio e nelle persone che lo abitano.

Piove trasferisce questa intuizione nella metropoli. Una sostanza liberata dalla pioggia amplifica rabbia e aggressività degli abitanti di Roma. Il soprannaturale diventa così uno strumento per materializzare qualcosa che esiste già: il rancore sociale, la frustrazione, la violenza familiare. L’horror, per Strippoli, non allontana dalla realtà ma permette di deformarla fino a renderla più evidente.

“La valle dei sorrisi” e il rito contemporaneo

Con La valle dei sorrisi la sua idea di folk horror raggiunge probabilmente la forma più compiuta. Remis è un paese montano apparentemente felice, dove gli abitanti hanno trovato il modo di liberarsi dal dolore: abbracciare Matteo, un adolescente capace di assorbirlo. Il corpo diventa così contemporaneamente reliquia, sacrificio e dispositivo rituale.

Strippoli aggiorna uno dei principi fondamentali del folk horror: non è il mostro a generare necessariamente la comunità, ma può essere la comunità stessa a produrre il proprio mostro. Il folklore non appartiene più soltanto a un passato arcaico; può nascere nel presente, ogni volta che un gruppo costruisce credenze e rituali per governare ciò che non riesce ad accettare. Non a caso il regista definisce La valle dei sorrisi il suo horror più personale, legato alla solitudine, alla fede e alla necessità di attraversare il dolore.

Da “La valle dei sorrisi” a “L’estranea”

Con L’estranea, presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia e in sala dall’8 ottobre, Strippoli compie un ulteriore spostamento. Al centro c’è ancora una famiglia apparentemente perfetta, sconvolta dall’emergere di una verità rimasta sepolta per anni. Non più folk horror in senso stretto, ma un melodramma familiare attraversato dal thriller psicologico e da incursioni nell’orrore.

Il passaggio è significativo. Strippoli sembra ormai utilizzare il genere più come linguaggio che come recinto: cambiano ambientazioni e codici, mentre rimangono il trauma, la famiglia e la paura di perdere il controllo. È forse questa continuità a renderlo una delle figure più interessanti del nuovo cinema italiano, partendo dall’horror per scoprire che ciò che davvero spaventa non arriva quasi mai da fuori, ma era già dentro la comunità, la famiglia o il corpo.

Francesco Maria Guerriero

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Francesco Maria Guerriero

Francesco Maria Guerriero

Francesco Maria Guerriero (2000) è un ricercatore di Arti Performative e Produzione Multimediale, con un forte interesse per i film studies e la cultura digitale e visuale. Collabora come autore con diverse riviste culturali, esplorando e analizzando i linguaggi audiovisivi…

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