L’estetica del ritorno: il mito degli Oasis tra la premiere di Londra e Venezia 2026
Il mito della band rappresentativa della “Cool Britannia” e dell’orgoglio della working class, si prepara a tornare con le due attesissime anteprime tra Londra e Venezia del documentario musicale sulla memorabile reunion dei due fratelli Gallagher in occasione del tour Oasis Live '25
La Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, giunta alla 83ma edizione, ha ormai sdoganato il documentario musicale non più come mero contenuto collaterale ma come autentico oggetto di indagine estetica e sociologica. Non stupisce, dunque, che tra le anteprime più attese figuri Oasis: Don’t Look Back in Anger. Il film, che ripercorre la monumentale reunion che ha ridefinito la geografia dell’industria musicale nel 2025, vivrà una doppia e cruciale consacrazione: un’esclusiva e blindatissima premiere a Londra – epicentro geografico e culturale del fenomeno – seguita dal debutto festivaliero al Lido, prima della distribuzione globale in sala e su Disney+.
Eventi che sollevano una questione critica cruciale: siamo di fronte a una pura operazione agiografica o a uno scandaglio intimo capace di decodificare la complessa e frastagliata dinamica relazionale tra Liam e Noel Gallagher? Non è operazione nostalgia e nemmeno commerciale: c’è bisogno di un ritorno al passato, anzi al futuro.

L’epopea della “Cool Britannia”: l’orgoglio della working class ieri e oggi
Ma cosa hanno rappresentato e rappresentano ancora oggi gli Oasis nel panorama musicale e sociale? Per decodificare la portata di questo ritorno è necessario riavvolgere il nastro fino alla metà degli Anni Novanta, quando gli Oasis non erano semplicemente una rock band, ma l’epicentro sismico della Cool Britannia. In quel preciso momento storico di rinascita culturale, artistica e politica del Regno Unito, i fratelli Gallagher hanno dato voce e forma all’orgoglio della working class, trasformando l’arroganza proletaria in un’estetica dominante e globale. Se i Blur incarnavano l’intellettualismo borghese e artistico della middle class londinese, gli Oasis rispondevano con un realismo viscerale e melodie universali, diventando la colonna sonora di un’utopia collettiva e ottimista.
Oggi, a trent’anni di distanza, quel mito non si è storicizzato come un pezzo da museo ma si è trasformato in un archetipo culturale. Gli Oasis oggi rappresentano l’ultima grande epifania del rock pre-algoritmico: un’era in cui la musica generava ancora subculture identitarie e tangibili, prima che la frammentazione digitale standardizzasse il consumo culturale. Il loro ritorno non è dunque un’operazione nostalgica ma la riattivazione di un codice di autenticità analogica e di ribellione di cui il presente, iper-mediato e liquido, avverte un disperato bisogno.
L’archeologia di un fenomeno globale: l’impatto antropologico del ritorno degli Oasis
Al centro della narrazione si colloca il tour Oasis Live ’25, un evento che ha scardinato la retorica dell’impossibilità della reunion rock, capitalizzando l’ossessione contemporanea per la nostalgia. Più che limitarsi a registrare la magnitudo degli stadi esauriti, il documentario ambisce a mappare l’impatto antropologico di questo ritorno, analizzando il cortocircuito generazionale tra la Generazione X – custode del culto originario – e i nativi digitali, che hanno riscoperto il catalogo della band di Manchester attraverso la post-memoria algoritmica.
La produzione promette un accesso totale e senza filtri al dietro le quinte, traducendo la dimensione live in un saggio visivo sul magnetismo di una delle ultime grandi mitologie analogiche del pop globale.

La dialettica Gallagher: psicanalisi di un brand familiare
Il nucleo pulsante della pellicola – e l’elemento di maggiore frizione intellettuale – risiede nelle prime interviste congiunte rilasciate dai fratelli Gallagher dopo un quarto di secolo. La parabola degli Oasis è sempre stata inscindibile dalla tensione “faustiana” e dalla rivalità fraterna tra Liam e Noel. Il documentario offre una complessa operazione di decostruzione del loro legame, catturando il backstage, le sessioni di prova e l’evoluzione di una tregua psicologica ed emotiva che ridefinisce i confini del loro privato e, inevitabilmente, del loro brand collettivo.
Lo sguardo cinematografico di Steven Knight e della Factory Southern-Lovelace
A garantire uno scarto qualitativo rispetto ai canonici e calligrafici film-concerto è la firma intellettuale dietro il progetto. L’architettura narrativa è firmata da Steven Knight (mente dietro l’immaginario working-class di Peaky Blinders e sceneggiatore raffinato per Cronenberg), mentre la regia è affidata al duo Dylan Southern e Will Lovelace. I due cineasti hanno già ampiamente dimostrato un approccio critico e d’autore nel documentare la fine di un’era (con gli LCD Soundsystem in Shut Up and Play the Hits) e la nascita di un movimento (la New York post-punk di Meet Me in the Bathroom). Il loro sguardo promette una cifra stilistica rigorosa, in grado di subordinare la spettacolarità dell’evento a una narrazione visiva strutturata e cinematografica.
L’epilogo veneziano: gli Oasis tra sala e performance mediatica
Dopo l’overture londinese – 7 settembre presso il cinema Cineworld Leicester Square – e il passaggio a Venezia – la pellicola affronterà la prova del mercato a settembre nelle sale IMAX, per poi approdare nella library di Disney+.
Tuttavia, l’attesa al Lido trascende lo schermo: il direttore Alberto Barbera ha infatti confermato la presenza dei fratelli Gallagher. Al di là del valore cinematografico, l’approdo al Lido di Liam e Noel si configura già come una performance mediata e imprevedibile, destinata a scuotere i codici della Mostra e a trasformare la conferenza stampa in un evento d’arte pop totale.
Alessandra Paparelli
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati