Il film Her Private Hell è anche un’opera di videoarte
Il nuovo lungometraggio del regista danese Nicolas Winding Refn in arrivo al cinema è un viaggio al neon tra fiaba e installazione artistica, che riflette sul cinema come esperienza, immaginazione e subconscio
Quando una misteriosa nebbia libera un’oscurità inafferrabile, una giovane attrice (Sophie Thatcher) e un soldato americano (Charles Melton) vedono i propri destini intrecciarsi in un universo immerso nelle luci al neon, dove memoria, realtà e sopravvivenza finiscono per confondersi. Her Private Hell, il nuovo film del visionario regista e sceneggiatore Nicolas Winding Refn (Drive, Solo Dio perdona, The Neon Demon), nelle sale italiane dal 1 ottobre, distribuito da MUBI, è ambientato in un suggestivo universo futuristico.
Al cinema il nuovo film “Her Private Hell”
Tra suggestioni da videoarte, atmosfere oniriche e una narrazione affidata tanto alle immagini e ai colori quanto alle parole, Her Private Hell, film che ha debuttato al Festival di Cannes, segna il ritorno sul grande schermo di Refn e un nuovo capitolo nella sua ricerca cinematografica, visiva ma anche narrativa. In occasione dell’uscita italiana del film, abbiamo parlato con il regista del confine sottile che esiste tra cinema e arte, del ruolo dello spettatore, dell’estetica narrativa e del suo rapporto con la violenza.
L’intervista a Refn
Molte persone hanno descritto “Her Private Hell” come qualcosa di più vicino alla video arte che al cinema convenzionale. Vede davvero un confine tra le due cose?
Si, è vero che si potrebbe dire che una parte di Her Private Hell sia un’installazione, un’installazione artistica. Un’altra parte è cinema popolare, da popcorn. Mi piace quando non si riesce davvero a dare una definizione a qualcosa. Penso che l’arte sia più interessante quando è imprevedibile e si muove all’interno di un proprio universo.
Ha parlato di come il film sia nato, in parte, dalla sua esperienza infantile dello zapping televisivo, passando continuamente da un mondo all’altro e creando connessioni tra immagini apparentemente scollegate. Quanto è importante per te lasciare lo spettatore libero di creare queste connessioni e trovare il proprio significato all’interno del film?
Quello che mi piace delle fiabe è che, sulla carta, sono semplici. C’è una storia che tutti possono seguire. Ma dopo, tutto riguarda l’interpretazione. Ed è così che diventa un’esperienza, perché a quel punto dobbiamo usare le nostre emozioni per cercare e creare una connessione con ciò che stiamo vedendo o provando. E penso che questo sia un rimedio molto più salutare per l’anima.

I riferimenti visivi ed emotivi di “Her Private Hell”
Quali sono stati i principali riferimenti visivi o le influenze dietro l’estetica del film? E, a un livello più personale, c’è un colore particolare, o persino una specifica tonalità, verso cui ti senti particolarmente attratto o che, in qualche modo, senti che ti rappresenti?
In realtà sono daltonico, quindi riesco a vedere soltanto colori molto intensi. Posso percepire il colore. E penso che il colore sia uno strumento narrativo molto interessante attraverso cui raccontare delle storie, proprio come il simbolismo, il suono, la musica o il movimento. Non tutto deve essere raccontato attraverso parole e informazioni. È ciò su cui facciamo maggiormente affidamento al giorno d’oggi, ma dobbiamo ricordarci che il cinema è anche poesia. È anche subconscio. È anche immaginazione. E più riesci a immergerti in queste possibilità, più sembra che l’esistenza stessa del cinema trovi una sua giustificazione, invece di ridursi semplicemente a qualcosa da consumare.
Sembra esserci un profondo senso di tristezza che attraversa “Her Private Hell”, mentre la violenza esplicita presente in alcune delle tue opere precedenti sembra qui più distante. Era qualcosa che stavi cercando consapevolmente? E senti che il tuo rapporto con la violenza, come regista, sia cambiato nel corso del tempo?
Non penso davvero a quello che faccio o al perché lo faccio. Sembra semplicemente accadere. È come modellare l’argilla. Dipende dal momento in cui ti metti al lavoro, da come ti senti. E devi seguire quell’istinto, perché tutto ciò che puoi fare è essere fedele a te stesso.
Margherita Bordino
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