Morto James Bidgood, regista e fotografo pioniere delle immagini omoerotiche

È morta un’icona della cultura omoerotica, James Bidgood. Figura eclettica, fotografo, regista, mutevole trasformista e performer drag, è dietro la leggendaria pellicola Pink Narcissus

Pink Narcissus, the 1971 cult movie directed by James Bidgood, will show everyday at Galleria Lorcan O'Neill, pagina FB di Galleria Lorcan O'Neill Roma
Pink Narcissus, the 1971 cult movie directed by James Bidgood, will show everyday at Galleria Lorcan O'Neill, pagina FB di Galleria Lorcan O'Neill Roma

Il 31 gennaio 2022 all’età di 88 anni, è morto James Bidgood. L’annuncio è stato dato qualche giorno dopo, eppure in Italia non se n’è parlato molto. Bidgood è stata un’icona della cultura gay ed ha rivoluzionato l’immaginario erotico omosessuale. Il suo film Pink Narcissus (1971) è diventato una leggenda. “Playboy aveva ragazze in pelliccia, piume e luci”, ha ricordato una volta. “Avevano volti come bellissimi angeli. Non capivo perché le foto dei ragazzi non fossero così“. Pierre et Gilles, David LaChapelle e Steven Arnold hanno guardato alla sua arte. Eppure, il suo approccio è reputato da alcuni critici casalingo e idiosincratico, incapace quindi di affrancarsi dalla persona per divenire iconico.
Nato nel 1933, ha passato gli anni Cinquanta lavorando come stilista, decoratore di vetrine, performer al Club 82, locale Drag nell’East Village. Ha un carattere vulcanico e incandescente, nei suoi scatti è ossessionato dalla figura maschile efebica e posiziona i suoi giovani modelli in set molto stilizzati, saturi di luci colorate. L’autoritratto Willow Tree, della metà degli anni ’60, combina molti elementi riconoscibili nel suo stile fotografico. Sotto le liane pendule di quello che sembra un salice piangente, si trova adagiato nudo su un tappeto di fiori, la sua mano protegge gli occhi dal chiarore roseo di un’alba che dilaga verso lo spazio indefinito dell’orizzonte. Bidgood ha contribuito con le sue fotografie a colori a cambiare il volto di riviste come Muscleboy e The Young Physique. 

James Bidgood Untitled Sandcastles Series 4 1963 68 30 x 30 cm Galleria Lorcan ONeill 428x420
James Bidgood Untitled Sandcastles Series 4 1963 68 30 x 30 cm Galleria Lorcan ONeill 428×420

LA CONCEZIONE DEL FILM PINK NARCISSUS 

Inizia a concepire il film per il quale il suo nome è oggi noto, Pink Narcissus, nel 1963. Quell’anno Jack Smith finì di realizzare Flaming Creatures e girò Normal Love, mentre Andy Warhol iniziò a cimentarsi nella cinematografia. Pink Narcissus è stato girato soprattutto nell’angusto appartamento dove viveva ad Hell’s Kitchen, completamente trasformato per dare vita ad elaborate scenografie di gusto barocco. Una versione completa del film appare, tuttavia, solo nel 1971, ormai è tardi: nello stesso momento usciva il primo famoso lungometraggio teatrale hard-core gay, Boys in the Sand di Wakefield Poole. Il film soft-core di Bidgood si posiziona così come una curiosità di nicchia, una stranezza, rispetto alle prove più spinte, sessualmente più travolgenti commercializzate in quel periodo. Inoltre, il suo produttore Sherpix, distributore di film d’exploitation ed erotici, non sopporta più la lentezza creativa e la maniacalità con la quale cura ogni minimo dettaglio. Decide di pubblicare il film in fretta e furia, imponendo un montaggio e una colonna sonora, scelti a sua discrezione senza consultare il vero autore. Bidgood, indignato, rimuove la sua firma dal progetto: la sceneggiatura, la regia e la fotografia risultano accreditate ad “Anonymous”. Di conseguenza, inizia a circolare la voce che Pink Narcissus sia un’opera non firmata di Smith, Warhol, Anger o, peggio, di qualche star hollywoodiana decisa a mantenere l’anonimato per non rivelare la propria omosessualità e vedere intaccata la fama. Il film è talmente fuori dall’ordinario da esercitare sul pubblico una attrazione magnetica. Negli anni 90, Bruce Benderson fa delle ricerche sul suo conto e pubblica il libro James Bidgood (1999): finalmente, il profilo artistico di Bidgood viene rivalutato ed esce fuori dalla ristretta cerchia di collezionisti di riviste erotiche, fan più della carne dei suoi soggetti che delle sue innovative composizioni fotografiche, del suo occhio raffinato, del suo potere plastico e manipolativo. 

LO STILE DI PINK NARCISSUS 

Del suo film lo stesso regista ricorda “la foresta illuminata dalla luna… le scene con Bobby prima del temporale, quelle con l’uccello orientale bianco, con i drappi viola rigonfi e il soffitto di rose che gira”; la star principale è Bobby Kendall, attore eterosessuale. L’idea iniziale era girare un 8mm di 10 minuti e venderlo per posta, il risultato va molto oltre. La trama vede dapprima il protagonista aggirarsi tra pianure verdeggianti e specchi d’acqua, in idillica adorazione della propria immagine riflessa. Il giovane si corrompe entrando a contando con l’ambiente malfamato delle strade urbane, tra fantasie mentali che lo vedono vestire i panni di un imperatore romano e di uno schiavo, di un torero dalla tuta attillatissima, infine di un califfo da Le Mille e una notte intento a godere della danza di un odalisco. La colonna sonora scelta dal produttore Sherpix non rispecchia, purtroppo, le intenzioni dell’autore che voleva usare suoni naturali come lo scorrere dell’acqua in un orinatoio. Per la scenografia, Bidgood afferma di essersi ispirato a Tony Duquette, artista americano che ha progettato come interior designer di alcuni film di MGM studios. Le convergenze sono effettivamente numerose, basta guardare le fantasie rococò di Kismet (1955) e Can Can (1960). Per i costumi dei personaggi le fonti sono Adrian, Travis Banton, Erté, l’opera dell’illustratore Maxfield Parrish. L’azione del film raggiunge il culmine estetico ma anche sessuale nella scena dell’harem, contraddistinta da un marcato orientalismo onirico. Ogni dettaglio di Pink Nacissus si afferma per l’artificiosità e la levigatezza stilistica: ad esempio, per la scena ambientata nei bagni pubblici, Bidgood ha voluto far costruire a casa propria una fila di orinatoi in foamcore, invece di girare una scena in un vero bagno pubblico di una qualsiasi sala da tè. In Notes on ‘Camp’ – ove si legge: “l’essenza del camp, consiste nell’amore per ciò che è innaturale: l’amore per l’artificiale e per l’esagerato”-, Susan Sontag mette a confronto Pink Narcissus sia con À rebours di Joris-Karl Huysmans sia con le volute ornamentali che informano Dorian Gray di Oscar Wilde: cita la scena di À rebours in cui il guscio di una tartaruga domestica è talmente incrostato di gemme esotiche da farla morire, per sfinimento, sotto il peso delle pietre preziose. Bidgood filma una scena simile in Pink Narcissus: Kendall posiziona un disco dorato su un grammofono vecchio stile, ma il disco è ricolmo di così tanti gioielli da riuscire a malapena a muoversi sul giradischi. 

-Giorgia Basili  

 

  

https://www.tonyduquette.com/design-for-films-all 

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Giorgia Basili
Giorgia Basili (Roma, 1992) è laureata in Scienze dei Beni Culturali con una tesi sulla Satira della Pittura di Salvator Rosa, che si snoda su un triplice interesse: letterario, artistico e iconologico. Si è spe-cializzata in Storia dell'Arte alla Sapienza con una tesi di Critica d'arte sul cinema di Pier Paolo Pasolini, letto attraverso la lente warburghiana della Pathosformel. Collabora con diverse riviste di settore prediligendo tematiche quali l’arte urbana e il teatro, la cultu-ra e l’arte contemporanea nelle sue molteplici sfaccettature e derive mediali. Affascinata dall’innesto del visivo con la letteratura, di tea-tro e mitologia, si dedica alla scrittura di poesie per esprimere la propria sensibilità e il proprio pensiero estetico-critico su ciò che la circonda.