Narrare Federico Fellini con leggerezza e serietà: un obiettivo ambizioso centrato grazie a un percorso ad alto tasso tecnologico, che invita lo spettatore a diventare parte attiva e gli consente di rivivere le pellicole del grande regista e il suo mondo. Installazioni, macchine sceniche, documenti e ovviamente tanti filmati: i curatori del Fellini Museum ci raccontano le varie anime del progetto.

A voler visitare le sedici sale del Fellini Museum, osservando tutti i contenuti audiovisivi e interagendo con ciascuna installazione, servono circa cinque ore e mezza. Ma gli organizzatori rassicurano il pubblico e garantiscono che già in un’ora e mezza ci si può fare un’idea precisa dei contenuti, apprezzando un modello espositivo contemporaneo che mette al centro delle tecnologie capaci di trasformare lo spettatore – come amava dire uno dei fondatori di Studio Azzurro, Paolo Rosa – in uno “spettautore”. Ricorda quest’inedita figura Marco Bertozzi, curatore del nuovo museo insieme ad Anna Villari, e ne offre una descrizione: “È uno spettatore che deve investirsi di un percorso ermeneutico personale e non essere semplicemente un visitatore passivo”.
L’interattività è la chiave principale del progetto che “riporta” Federico Fellini a Rimini, e lo scopo dell’amministrazione comunale, guidata dall’energico sindaco Andrea Gnassi, è ricucire la frattura tra la zona mare e l’incantevole centro storico attraverso un’offerta storico-culturale complessa, che coinvolge vari poli espositivi e didattici. L’imponente fortezza di Castel Sismondo si affaccia su piazza Malatesta, completamente ridisegnata grazie a un progetto di rigenerazione urbana, e che segna il collegamento con l’ulteriore sede di Palazzo Valloni dove, oltre al cinema Fulgor ripensato da Dante Ferretti, dai prossimi mesi sarà ospitata un’esposizione dal taglio più documentario. Sempre grazie alla leggerezza stilistica di Studio Azzurro, questa garantirà la fruizione di archivi digitali “costruiti come delle moviole, da cui con dei touch screen si potranno avviare vari percorsi. Tutta l’installazione del Fulgor trae spunto dall’interno di una cinepresa”, anticipa Bertozzi.

Sala dedicata a La dolce vita, Fellini Museum, Rimini. Photo Lorenzo Burlando
Sala dedicata a La dolce vita, Fellini Museum, Rimini. Photo Lorenzo Burlando

FELLINI TRA REALTÀ E FINZIONE

Ma vediamo più da vicino l’allestimento a Castel Sismondo e il suo itinerario poetico, coinvolgente, che ripercorre il cinema di Fellini e i suoi protagonisti, le atmosfere, le radici da cui sono scaturite immagini e suggestioni.
Il concept si basa su “una rielaborazione creativa dei materiali felliniani, non legata esclusivamente all’esposizione della fonte primaria ma a una nostra reinterpretazione, tradotta in installazioni da Studio Azzurro”, dichiara Bertozzi. Due sono i fattori – al di là ovviamente dell’indimenticabile “signor cinema” – che i curatori sottolineano: da un lato si è voluta restituire “la relazione fra il regista e l’Italia del Novecento attraverso l’accostamento di immagini felliniane con quelle prese da documentari dell’epoca, cinegiornali, fotografie… tutto ciò che costituiva l’orizzonte del periodo e da cui Fellini attingeva, riconfigurandolo nelle sue riprese”, precisa ancora il curatore. Ne sono chiari esempi due installazioni: il Cristo che incombe sui visitatori in una delle prime sale è un evidente riferimento al cinegiornale Il primo maggio lavoratore in cui un “Cristo lavoratore”, appunto, veniva trasportato da Milano al Vaticano. Fellini lo riprende in La dolce vita, facendo sorvolare alla statua, appesa a un elicottero, l’antico acquedotto e poi l’Eur, fino a piazza San Pietro.
Nella sala delle Altalene invece quattro schermi digitali oscillanti proiettano fatti realmente avvenuti e scene dei film di Fellini, come il celebre passaggio del Rex in Amarcord affiancato dall’inaugurazione del transatlantico ripresa dall’Istituto Luce, o ancora giovani fascisti impegnati in attività ginniche nella versione storica e in quella cinematografica. Alla faccia, ovviamente, delle forti critiche mosse a Fellini dalla sinistra dell’epoca, che lo accusava di non raccontare il Paese reale e di essere troppo autobiografico, disimpegnato, distratto, fantasticone… Oggi è chiaro come il regista intendesse mostrare la società italiana con tutte le sue contraddizioni, tra radicamento nel mondo arcaico le tentazioni del boom economico.

Sala dedicata agli abiti di scena, Fellini Museum, Rimini. Photo Lorenzo BurlandoIL MONDO FELLINIANO

Il secondo aspetto cruciale, sottolinea Anna Villari, è tutto quell’universo di artisti che hanno collaborato e reso grande non solo il cinema di Fellini ma in generale quello italiano del Novecento. “Testimonianze e presenze virtuali ci ricordano la grande officina creativa che i set di Fellini hanno rappresentato. Ad esempio un’intera sala è dedicata alla musica: si possono ascoltare brani delle colonne sonore, soprattutto di Nino Rota, e in alcune teche sono esposti preziosi spartiti originali con appunti del compositore e annotazioni prese durante la visione dei rulli insieme a Fellini: emerge chiara la fertile contaminazione di stili, dalla musica classica al jazz e alla musica popolare. Il rilievo dato ai collaboratori – cui sono dedicati pure dei “confessionali” – risponde peraltro a un linguaggio museale attuale, che non si focalizza sul genio isolato ma comprende il mondo che il regista ha osservato, vissuto e creato attraverso il suo fare cinema”, illustra Villari.

Sala delle Altalene, Fellini Museum, Rimini. Photo Lorenzo Burlando
Sala delle Altalene, Fellini Museum, Rimini. Photo Lorenzo Burlando

ANITA E I MOSTRI: DAL DIVERTIMENTO AL DOCUMENTO

Tutto qui? Ovviamente no. C’è la sala dedicata ad Anita Eckberg – con un’Anitona gigante, morbida e luccicante, su cui ci si può appoggiare per godersi comodamente le proiezioni –, ci sono alcune macchine sceniche, c’è il Libro dei sogni di Fellini, c’è un piccolo assaggio delle fotografie di scena – ne esistono milioni, dicono i curatori, e dalla loro voce percepiamo l’impresa titanica che sottende ogni ricerca su Fellini –, c’è la dolcezza di Giulietta Masina, ci sono le lettere di tipi strambi che aspiravano a una particina nel cast e le pubblicità commerciali girate dal regista. E ci sono il mare e la nebbia, quegli habitat da cui scaturiscono i fantasmi, le visioni e i mostri che ancora oggi ci rapiscono mentre guardiamo i film di Federico Fellini.

Marta Santacatterina

Dati correlati
Spazio espositivoFELLINI MUSEUM
IndirizzoPiazza Malatesta, 47900 - Rimini - Emilia-Romagna
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Marta Santacatterina
Giornalista pubblicista e dottore di ricerca in Storia dell'arte – titolo conseguito all'Università degli Studi di Parma con una tesi in Storia dell’arte medievale –, svolge da molti anni la professione di editor freelance per conto di varie case editrici ricoprendo anche, dal 2015 all’inizio del 2018, il ruolo di direttore editoriale del marchio Fermoeditore e della rivista collegata “fermomag”, sulla quale si è dedicata alle rubriche di arte, fotografia e mostre. Scrive per “Artribune” fin dalla nascita della rivista nel 2011, mentre più recenti sono le collaborazioni con il sito “Art&Dossier” – sul quale recensisce progetti allestiti in gallerie private –, con “La casa in ordine”, dove si occupa di designer emergenti e autoprodotti, e con la rivista “Dolcesalato”, su cui propone ai pasticceri suggestioni tratte dall'arte contemporanea. Scrive inoltre testi storico-artistici e sul fumetto per case editrici italiane (Giunti editore, Grafiche Step editrice ecc.) e statunitensi (Fantagraphics Books). Ha partecipato come giurata a concorsi di arte o fotografia e raramente cura delle mostre per artisti che riescono a convincerla grazie alla qualità dei lavori e alla solidità della loro poetica. Per la sede di Parma del Boston College, si occupa inoltre di attività di tutoring sull'arte contemporanea per studenti americani.