Uno sguardo inedito su Federico Fellini nel libro di Marco Bertozzi

Il libro di Marco Bertozzi è fondamentale per capire l’opera cinematografica e la personalità di Federico Fellini. Grazie soprattutto alla diversa prospettiva critica che offre al lettore-spettatore, assuefatto alla statura “indiscussa” del grande regista.

Il Cinema Fulgor in Amarcord (1973) di Federico Fellini. Photo Davide Minghini Biblioteca Gambalunga Rimini
Il Cinema Fulgor in Amarcord (1973) di Federico Fellini. Photo Davide Minghini Biblioteca Gambalunga Rimini

Marco Bertozzi, docente di cinema e documentarista, ha scritto diversi saggi sull’opera di Federico Fellini, come lui riminese; ha curato Bibliofellini (una bibliografia internazionale in tre volumi edita dalla Fondazione Fellini e dalla Scuola Nazionale di Cinema) ed è membro del comitato di progettazione del Museo Internazionale Federico Fellini di Rimini. Da grande conoscitore dell’opera felliniana, e anche per la prossimità culturale e geografica, da tempo Bertozzi avvertiva l’urgenza di fare luce sulla caleidoscopica personalità del regista italiano più famoso nel mondo. In questo libro l’autore non soltanto compie un’analisi accurata della cinematografia di Fellini, ripercorrendo, contestualmente, i momenti salienti della formazione culturale e caratteriale del regista, ma decostruisce ogni precostituito paradigma di senso o luogo comune, per restituirci, infine, un mondo felliniano “autentico”, fatto di luci e di ombre, di altezze sublimi e di ricadute sonore, ma soprattutto libero da pregiudizi e coraggioso.
Ogni singolo capitolo di questa “guida autorevole”, così David Forgács definisce in prefazione il lavoro di Marco Bertozzi, è corroborato da una messe di citazioni, le più variegate, che l’autore elabora con lucida empatia.

Fellini Dante. Photocollage di Davide Minghini Biblioteca Gambalunga Rimini
Fellini Dante. Photocollage di Davide Minghini Biblioteca Gambalunga Rimini

IL LIBRO DI BERTOZZI SU FELLINI

Frammenti di articoli e di libri, coevi o postumi, interviste, testimonianze: Bertozzi registra tanto la voce degli ammiratori di Fellini quanto dei suoi detrattori e con attenzione filologica e cura filogenetica ricostruisce la vicenda cinematografica felliniana a partire dal contesto geografico, storico e politico, ma anche psico-antropologico, da cui essa ha avuto origine.
Ritroviamo la Rimini di Amarcord, la Roma de La dolce vita, Reggiolo con il ricordo ancora vivido del chiassoso set de La voce della luna, ma anche l’America di Hollywood, al suadente richiamo della quale Fellini ha saputo e voluto resistere; ma certamente al di sopra di tutte c’è lei, Cinecittà, con il mitico Studio 5, la città in cui Fellini ha realizzato i suoi sogni e in cui, sosteneva, avrebbe voluto vivere per davvero.
Incontriamo attori come Marcello Mastroianni e Donald Sutherland, con i quali il regista ha intrattenuto un conflittuale rapporto affettivo-simbiotico, ma anche le comparse che lui stesso selezionava accuratamente; e ancora colleghi come Rossellini, De Seta, Pasolini, con i quali si confrontava, nonché scrittori, giornalisti, dai quali era ora circuito ora attaccato. In particolare, amava circondarsi dei tanti amici e collaboratori, come Rota, Donati, Flaiano, Zanzotto, Guerra, Buzzati, Zavoli, Renzi, Aristarco, ma la lista è davvero lunghissima, i quali, tutti insieme, formavano una fitta rete di intrecci culturali da cui Fellini traeva linfa e materia per la sua opera.

Federico Fellini e Marcello Mastroianni durante la lavorazione di 8½. Photo © Paul Ronald Collezione Maraldi
Federico Fellini e Marcello Mastroianni durante la lavorazione di 8½. Photo © Paul Ronald Collezione Maraldi

IL CINEMA DI FELLINI

Materia per i suoi film Fellini ne traeva pure dall’attualità, e su questo punto Marco Bertozzi conduce un’originale e scrupolosa ricerca volta all’individuazione delle fonti. Nei film di Fellini, infatti, sono spesso presenti fatti di cronaca, spezzoni di cinegiornali dell’epoca e pubblicità, della quale egli è stato autore e allo stesso tempo un critico ostinato. L’incontro con lo psicanalista Ernst Bernhard, avvenuto nel 1960, determina un effettivo cortocircuito creativo “in seguito al quale la sfera dell’inconscio trova una collocazione privilegiata nella riflessione del regista e il suo stile muta profondamente, in un impatto psichico capace d’irrorare, meglio scatenare poetiche inaspettate.
Marco Bertozzi sostiene che sarà proprio in seguito ai colloqui avuti con Bernhard che Fellini inizia a scrivere i propri sogni e per oltre vent’anni continua a comporre quella mirabile, immaginifica, raccolta di disegni ora conosciuta, ma ancora poco nota, che è Il Libro dei Sogni.
E sono ancora tantissimi altri i tasselli che l’autore raccoglie e mette assieme al fine di comprendere e spiegare la complessità felliniana, eppure, giunti quasi alla fine del libro, quando ormai ci pare di aver capito Fellini, l’autore, a sorpresa, dichiara che è impossibile definire il genio creativo del regista e la sua opera visionaria. E così scrive:
Ciò a cui Fellini sfugge è proprio l’ansia definitoria. Che si tratti dei suoi film, della loro precisa definizione tematica e del loro significato profondo, che si tratti di lui stesso, delle sue memorie, dei suoi desideri, o ancora di auto definizione politica o posizione ideologica, il suo sfuggire al definitorio è quasi patologico, evidente in tante interviste in cui l’imbarazzo, a volte il disappunto, altre la bugia bella e buona, emergono nel rapporto disagevole con le domande poste da critici e giornalisti e che inserisce brillantemente in tanti film: da ‘La dolce vita’, a ‘La città delle donne’ e che costituisce il fil rouge di ‘8½’”.
Ed è in questa posizione di incertezza e di tensione che si colloca “l’eredità luminosa di Fellini, una condizione di soglia rinnovata alla visione di ogni film, di ogni intervista, di ogni estratto documentario”.

Adriana Scalise

Marco Bertozzi ‒ L’Italia di Fellini. Immagini, paesaggi, forme di vita
Marsilio Editori, Venezia 2021
Pagg. 200, € 20
ISBN 9788829707294
www.marsilioeditori.it

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AutoreFederico Fellini
CuratoreMarco Bertozzi
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Adriana Scalise
Adriana Scalise lavora presso l'Archivio della Biennale di Venezia, laureata in Lingue Orientali (Arabo) e in Conservazione dei Beni Culturali (Storia dell'Arte) da oltre dieci anni nutre interesse nei confronti della Fotografia nelle sue varie declinazioni (storia, estetica e pratica fotografica). In qualità di ricercatrice indipendente collabora con diverse riviste del settore (Gente di Fotografia, Artribune, Fotostorica), partecipa a convegni e pubblica saggi (Verri, ed. Marsilio). Scrive poesie e da alcuni anni porta avanti un progetto fotografico dedicato a "se stessa".