Vi proponiamo un estratto dal libro di Teresa Macrì, “Pensiero discordante”, edito da postmedia books e in uscita a settembre. Riflettori puntati sul nuovo film di Luca Guadagnino ispirato a “Suspiria” di Dario Argento.

Luca Guadagnino, cinephile, critico e produttore fantasioso, invera un atto filmico apolide, dove arte contemporanea, citazione d’auteur, re-enactment, Rock&Rolls e musica colta, estetica, politica e psicoanalisi fanno collassare le norme. Follia desiderante o vertigine immaginifica? Concatenazione di generi filmici destinata a de/costruire il cinema per come il cinema e stato costruito fin qui o epifania di un film a venir? […]
Il film Suspiria (2018) è un artificio alchemico poiché infrange gli incancreniti generi cinematografici, li mescola e li rifonda divenendo quasi un oggetto di studi visuali. Succeduto al conclamato Call Me by Your Name (2017), Suspiria è un paradigma decostruzionista che si avvolge come una ellisse e che inghiotte uno dopo l’altro il romanzo Suspiria De Profundis (1845) di Thomas de Quincey e il Suspiria cinematografico (1977) di Dario Argento, da cui ascende dialogicamente, per farne altro.
Nessuna idea di remake cinematografico cova dentro a questa opera che è piuttosto un emblema di reinvenzione linguistica e che, partendo da de Quincey e oltrepassando Argento, riposiziona i fili narrativi e connettivi con una realtà situata. Il regista, in questo caso, azzarda e sviluppa una idea perturbante, ammantata di misteri e di enigmi e che si srotola in un contesto politico centrale della storia contemporanea. Nel film si combinano acrobaticamente una Germania messa sotto scacco dalla RAF, Rote Armee Fraktion nella trattativa del 1977 per il sequestro del presidente della Confindustria tedesco-occidentale Hanns-Martin Schleyer (ex-membro del Partito Nazista) e la sparizione di una danzatrice (della Markos Tanz Company, una prestigiosa accademia di danza) assommata diametralmente alla scomparsa di una terrorista della Banda Baader-Meinhof. Vorticosamente si susseguono cut up estetici, immagini di archivio del rapimento e della guerriglia urbana nella capitale tedesca, flashback alternati a plumbei incubi notturni, psichedelie orgiastiche, appropriazioni artistiche raffinatissime e una colonna sonora conturbante, costruita da Thom Yorke dei Radiohead e così serratamente, fino all’ultimo respiro.

Luca Guadagnino, Suspiria (2018). Courtesy Amazon Studios
Luca Guadagnino, Suspiria (2018). Courtesy Amazon Studios

E questa frizione tra interno ed esterno, tra intimità e socialità, tra corpo e anima concorre a infittire e impreziosire un film che nel suo divenire sorprende, sgomenta, meraviglia e si posiziona nell’inconscio. Gli accadimenti del film sottoscrivono un mondo apparente, costruito su creature fiammeggianti e un mondo oscuro e divinatorio, piramidalmente architettato intorno al segreto della grande madre, alla Mater Suspiriorum, che insieme a Mater Tenebrarum e Mater Lacrimarum costituisce la triade di antiche e malvagie streghe che con i loro poteri tendono a manipolare gli eventi del mondo. Questi due universi si amalgamano, si accordano, si liquefanno tra loro. Si arrotolano tra le spire di segreti custoditi come scrigni preziosi che qualcuno pero vorrebbe svelare. Si intersecano in un passato che riporta agli orrori del Terzo Reich e si collocano nel presente dispotico del terrorismo Raf. Guadagnino ordisce un dispositivo temporale che rimanda a potenti significazioni simboliche e che rimuove pulsioni ancestrali, intessendo un tempo obliquo in cui si incrociano asimmetrie di senso.
In questo tempo autoriale ma profondamente pulsante, il regista introduce una cinemacchina fantasmatica di sofisticato e nodale ricorso artistico. Una mirabolante sequenza psico-visiva che si appropria delle grandi madri della performance art contemporanea e che il regista re-immagina e riproietta attraverso gli incubi di Susie Bannion, la protagonista del film. Con una purezza esemplare, Guadagnino ripercorre i gesti corporei delle più importanti performer degli anni Settanta. […]
A rappresentare questa declinazione linguistica, fortemente sovvertitrice, sono soprattutto artiste di intensità poetica e politica che colgono le asimmetrie del mondo per inscenarne le aporie, le disarmonie e le proprie emotività e tra cui, le più leggendarie sono Gina Pane, Ana Mendieta, Marina Abramović, Valie Export e Carolee Schneemann. […]
È evidente che l’attenta immersione nella performance art crea in Suspiria uno stato di deragliamento e di visionarietà eclatante ma che ricuce i termini simbolici della diegesi. È uno stato di tensione emotiva e di ribellione “morale” che le azioni performatiche tendono a evidenziare, un sentirsi in contrapposizione alle logiche socio-culturali e politiche correnti. […] Ciò funge perfettamente alla dimensione paradigmatica del film che introietta nelle sue pieghe gli elementi e i segmenti di destabilizzazione linguistica. Così i ricorsi performatici si fanno serrati e onirici nel “ripescaggio” di Guadagnino dell’artista cubana Ana Mendieta, che attraverso le sue azioni fisiche psicotiche, scaglia con tutta la violenza del proprio vissuto, l’ennesima denuncia dell’oppressione femminile. […] In un fantasmagorico citazionismo, Guadagnino riavvita inoltre le estremizzazioni corporee di Francesca Woodman, fotografa e performer americana che utilizza il corpo in relazione all’ambiente naturale e architettonico circostante e lo assorbe (attraverso alberi, carta da parati, armadi, stipiti di porte, finestre) nelle sue “disordinate geometrie interiori”.
Non è dunque la ricerca di un immaginario sensazionalistico ad effetto shock quella che trabocca dalle immagini di questa Suspiria, elettrica e ipnotica. È piuttosto la messa in risalto del ruolo rivoluzionario della donna maturato nelle lotte degli anni Settanta, in cui veniva messa in crisi l’identità di genere. Il linguaggio performatico ha rappresentato la densità simbolica della battaglia per la conquista dei diritti e per l’affermazione del divenire del soggetto. E questo radicalismo femminista, privo di qualsiasi goccia di vittimismo, che pervade costantemente le immagini, conferisce un punto di svolta alla prospettiva semantica del film, attestandolo come un oggetto di affezione controcorrente e sedizioso. […]

Teresa Macrì

Teresa Macrì ‒ Pensiero discordante
postmedia books, Milano 2018
Pagg. 62 € 9,90
ISBN 9788874902101
www.postmediabooks.it

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AutoreDario Argento
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Teresa Macrì
Teresa Macrì è critica d’arte, curatrice indipendente e scrittrice. La sua ricerca è legata alla teoria critica contemporanea e all’indagine dei Visual Studies. Vive e lavora a Roma. Ha pubblicato Fallimento (Postmedia Books, 2017), Politics/Poetics (Postmedia Books, 2014), In the Mood for Show,(Meltemi, 2008), Postculture (Meltemi, 2002), Cinemacchine del desiderio (Costa & Nolan, 1998), Il corpo postorganico (Costa &Nolan, 1996 e Costlan, 2006 nuova edizione). Insegna Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Roma. Collabora al quotidiano Il Manifesto.

2 COMMENTS

  1. Questo articolo è esattamente l’archetipo, anzi lo stereotipo perfetto delle supercazzole intellettualoidi e autoreferenziali. È osceno. Dice di tutto ma non dice nulla per davvero. È incomprensibile.
    Per simili scritti direi che l’arte contemporanea si merita l’oblio a cui è destinata in questa società in declino culturale. Gente che scrive così è complice del declino.

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