Mettere in mostra l’economia invisibile. Lo fa un’esposizione a Firenze
Fino al 12 ottobre, Palazzo Buontalenti ospita un dialogo tra arte e ricerca sulle zone invisibili dell’economia e sulle crisi del presente, che invita a ripensare ciò che misuriamo e ciò che tiene insieme la vita collettiva. Ne abbiamo parlato con la storica Johanna Gautier-Morin
A Palazzo Buontalenti, luogo legato ai Medici e alla ricerca alchemica di Francesco I, Firenze ospita OPEN, mostra per i cinquant’anni dell’Istituto Universitario Europeo, curata da Sergio Risaliti e Stefania Rispoli in dialogo con la storica Johanna Gautier-Morin, che ha risposto alle nostre domande. Nata dalla ricerca Measuring the Invisible Economy, l’esposizione porta in città alcune urgenze del presente e indaga ciò che resta fuori dalle misurazioni ufficiali, dal lavoro domestico alle risorse naturali, fino ai valori e alle perdite che sostengono la vita collettiva senza essere riconosciuti. Per Rispoli “c’invita a guardare nelle zone d’ombra e ad affidarci alla forza dell’immaginazione per prenderci cura di un tempo turbolento”. Tra palazzo e giardino, il percorso riflette su scarto, fragilità dei corpi e degli ecosistemi, processi estrattivi e forme di adattamento. “Attraversa ambiente, incertezza, diritti umani e bisogno di comunità, richiamando a una nuova compassione collettiva. Il sincretismo culturale diventa così strumento di dialogo e pace”, commenta Risaliti.
Intervista a Johanna Gautier-Morin
Cos’è l’economia invisibile?
È l’insieme di risorse e attività che fanno funzionare la vita economica, ma non vengono contabilizzate: economia informale, operazioni finanziarie offshore, agricoltura di sussistenza, lavoro domestico, solidarietà familiare o comunitaria, risorse naturali. I contorni di questa definizione si sono evoluti nel Novecento fino alla revisione del United Nations System of National Accounts del 2025. Ma anche interi settori dell’economia classica restano sconosciuti, per mancanza di dati o di volontà politica. Parlare di economia invisibile è un modo per chiederci perché organizziamo le società secondo un sistema apparentemente coerente, che però non corrisponde alla realtà. Che aspetto avrebbe il mondo se contassimo le cose in modo diverso?
Dalle misurazioni ufficiali restano fuori delle forme di valore?
Molte di quelle che non passano dal mercato o non sono facilmente monetizzabili: lavoro domestico e di cura non retribuito, volontariato informale, servizi ecosistemici come impollinazione, rigenerazione naturale o assorbimento di carbonio, e attività che sostengono il benessere senza generare transazioni registrabili. Ma restano fuori anche molte distruzioni di valore. L’estrazione di petrolio in Alaska, per esempio, entra nei conti nazionali come valore economico, mentre non vengono sottratti automaticamente i costi ambientali, dall’inquinamento alla perdita di biodiversità fino ai danni climatici.
Perché quello che è essenziale alla vita collettiva si trova spesso ai margini dell’economia?
Perché le misurazioni ufficiali non sono costruite su ciò che sostiene concretamente la vita. Cura, lavoro domestico, volontariato e processi ecologici producono valore sociale e materiale, ma spesso non generano un prezzo o una transazione misurabile. Restano ai margini dell’economia ufficiale, pur essendo indispensabili alla vita collettiva…
“Misurare significa scegliere cosa conta”: quanto è politica questa scelta?
È politica perché la quantificazione si basa su convenzioni, categorie ed equivalenze: costruisce un modo di vedere il mondo mentre pretende di descriverlo. Dire che il PIL misura “l’economia” significa già assumere una visione in cui il valore coincide soprattutto con produzione, scambio monetario, prezzi, crescita e comparabilità tra Stati. Il politico è negli strumenti stessi, in ciò che rendono visibile e naturale come obiettivo. Nei conti nazionali questa dimensione è anche geopolitica, perché PIL, produttività e ricchezza servono a classificare i paesi, stabilirne credibilità, potenza, sviluppo e posto nelle istituzioni internazionali.
La ricerca storica ricorda che nulla è naturale né permanente: tutto è già stato diverso, quindi può esserlo ancora?
Oggi si parla molto di foresight e modelli di calcolo, ma i dati non bastano ad anticipare il futuro. Ne siamo sommersi, ma affamati di saggezza. Per cogliere il senso della storia serve un senso del reale, una capacità di percepirlo e sentirne le trasformazioni. Seguendo Bergson, questo senso è l’intuizione: non una previsione meccanica, ma una sensibilità viva al divenire. Gli artisti esplorano le loro intuizioni e aprono uno spazio comune di interrogazione per ricercatori e pubblico.
E come dialoga la sua ricerca con scienze sociali e arte?
La ricerca sull’economia invisibile offre il quadro teorico, interrogando ciò che i sistemi di misurazione rendono visibile o invisibile. Le opere mettono alla prova questa domanda attraverso suono, corpo, materia, paesaggio, tempo, cartografia e performance.
I quattro concetti della mostra, dal raccogliere alla mutazione, ci aiutano a leggere il presente?
L’irreversibilità invita a uscire da una visione ciclica dell’economia e a capire che ciò che accade produce conseguenze definitive, come nelle contaminazioni plastiche o nucleari, nelle guerre e nelle violenze storiche. L’esaurimento è il punto di partenza intuitivo: sappiamo che le misure classiche non riflettono la realtà perché i corpi e le risorse si esauriscono. La mutazione è la conseguenza di questi movimenti: il vivente si adatta e cambia, nei comportamenti ma anche nelle cellule. Il raccogliere è il messaggio di speranza: gesto marginale e di sopravvivenza, ma anche gesto di artisti e ricercatori, che raccolgono frammenti dispersi e avvicinano cose apparentemente lontane.
Come è stato pensato il percorso tra palazzo e giardino?
All’inizio il visitatore ascolta Fragments of Self e incontra OPEN di Riccardo Previdi e Sorgente di Leone Contini, entrando subito in una tensione tra segno, materia e suono. Nel palazzo, i Braudel Clocks di Agnieszka Polska mettono in crisi l’idea di un tempo unico, mentre una frase ispirata a Bergson introduce una conoscenza non riducibile alla misura. La sala centrale, Gleaning è il cuore della mostra: citazioni, dati, grafici e frammenti teorici formano un vortice informativo che coinvolge anche il corpo del visitatore, chiamato a sperimentare instabilità e disorientamento. Ai lati, Arcangelo III e The Embalmer di Berlinde De Bruyckere riportano la riflessione alla vulnerabilità della vita. Poi il percorso assume un tono più onirico e riflessivo con Eglė Budvytytė, Elena Mazzi e The Book of Flowers di Agnieszka Polska, tra corpi, crisi climatica, mappe, paesaggi e responsabilità individuale. Per uscire, il visitatore riattraversa le sale in senso inverso, e le opere possono apparire diverse alla luce dell’esperienza appena vissuta.
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Perché serve immaginazione per ripensare il modo in cui misuriamo il valore?
Perché dati, modelli e tecnologie non ci dicono da soli che cosa conta. Ogni misurazione nasce da un’astrazione: semplifica il mondo, costruisce categorie e rende comparabili fenomeni diversi, illuminando alcuni aspetti e lasciandone altri nell’ombra. Oggi abbiamo una potenza enorme per raccogliere dati, ma sappiamo anche quanto poco sappiamo. Per questo serve immaginazione: la capacità di uscire da categorie diventate naturali e inventare nuovi modi di vedere, nominare e valorizzare. L’arte, come la ricerca, seleziona e trasforma l’esperienza, mostrando relazioni che prima non vedevamo.
Che ruolo ha il pensiero critico dell’IUE?
Davanti alle crisi del presente, non deve offrire solo risposte immediate o soluzioni tecnocratiche, ma tenere aperto uno spazio di riflessione e immaginazione. Come ha ricordato la Presidente Patrizia Nanz per il cinquantesimo anniversario, l’IUE nasce dall’idea che l’Europa non si costruisca solo con trattati o mercati, ma anche con conoscenza, cultura, memoria e capacità di pensare insieme oltre ciò che divide. Il pensiero critico diventa così una condizione essenziale per affrontare crisi che nessuna disciplina o nazione può risolvere da sola.
Il percorso parla di apertura in molti sensi. Cosa vorrebbe restasse al pubblico?
Ci ricorda che il dialogo tra arte e scienze sociali non riguarda solo gli esperti: ciò che valorizziamo, misuriamo o lasciamo fuori è una questione democratica, perché tocca il modo in cui organizziamo la vita comune. Ma parla anche di un’apertura più inquieta: se il sistema di categorie con cui leggiamo il mondo non è più adeguato alla realtà, siamo pronti ad aprirci a ciò che non è ancora coerente, misurabile o controllabile? Vorrei che il pubblico uscisse con questa domanda, e con il desiderio di accettare che proprio dall’incertezza possono nascere nuove forme di immaginazione, conoscenza e vita collettiva.
Ginevra Barbetti
Firenze // fino al 12 ottobre
Open
PALAZZO BUONTALENTI – Via Cavour, 53
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