Il nuovo spazio d’arte che apre a Ostuni è un trullo del ‘500: inaugura Trullo Ulìa
Dopo tre anni di ragionamenti sull’architettura preesistente di un trullo saraceno, dei suoi spazi aggiuntivi realizzati negli Anni Settanta e di lavori, apre a Ostuni il Trullo Ulìa che ospiterà mostre, residenze, simposi ma sarà anche dedicato all’hospitality. Inaugura il 18 luglio con la mostra di Pacifico Silano. L’intervista
Inaugura ad Ostuni, dopo tre anni di riflessioni e di lavori, il Trullo Ulìa. un progetto architettonico in divenire che ha riportato alla luce la complessa architettura e le stratificazioni successive di un trullo saraceno del 1500, interessato dagli Anni Settanta in poi da ulteriori ampliamenti. Con l’obiettivo di farne un luogo per l’arte, per il pensiero e per residenze artistiche, il progetto è stato accompagnato da alcuni interventi d’artista spin-off. Il vero e proprio opening avverrà però il 18 luglio con la mostra salt skin di Pacifico Silano, frutto di un processo di riflessione condivisa sul tema della trasformazione, dell’opera come pelle, dello spazio che evolve, dell’abitare il Sud. Abbiamo parlato di questo e altro con il curatore Michele Spinelli che insieme al progettista Simone Esposito ha dato vita allo spazio e a questa iniziativa.

Intervista a Michele Spinelli fondatore di Trullo Ulìa
Tre anni sono un tempo lungo per la riqualificazione di un trullo. Come si è evoluto il tuo rapporto con questa architettura dall’inizio dei lavori a oggi? Cosa hai scoperto di questo luogo che all’inizio non avevi colto?
Dopo l’acquisizione di questo luogo abbiamo deciso di non buttarci subito nella progettazione, ma di lavorare sullo spazio e sulla sua preesistenza. La prima azione è stata quindi culturale: abbiamo realizzato due progetti espositivi. Innanzitutto, una collettiva curata in collaborazione con la galleria Fuoricampo, che stabiliva questo luogo come una sorta di casa del sud, immaginando però un sud generico. C’erano 11 artisti provenienti da diversi sud del mondo, dall’ Italia, Sud America o dalla Spagna, che non avevano mai sperimentato né questo luogo né la Puglia, ma che in realtà per questioni geografiche provenivano da contesti piuttosto simili. Il titolo, A luglio l’estate è già finita, dava un senso di caducità del tempo. Il focus era il passatempo, il tempo dilatato dell’estate, i luoghi di villeggiatura che conservano i ricordi dell’infanzia, come il gioco delle carte napoletane con la nonna, tematiche e attinenze similari in diversi luoghi del mondo.
Anche in Puglia.
Certo. Per noi è stata una sorta di riconnessione con questo luogo, con la campagna e la sua peculiarità. La produzione dell’olio, le potature entro fine maggio, la decespugliatura del fondo. Tutta una serie di regole che le persone di città non conoscono più.
La ristrutturazione quando è partita?
In quel preciso momento Simone Esposito ha cominciato a ragionare sull’architettura e la sua preesistenza antica. Si tratta di un trullo saraceno del 1500, pertanto è un po’ diverso dall’icona classica pugliese con il cono, tipico delle strutture del Settecento. I trulli di epoca saracena magari sono meno iconici, ma sono più generosi, spanciati e ricordano strutture similari arcaiche. È dall’interno che riconosci la casa – trullo,perché la cupola si vede solo una volta entrati. Proprio per questo il nome Trullo Ulìa deriva dalla prima visita che abbiamo fatto qui.
Ovvero?
Quando siamo arrivati, la famiglia che abitava in questa casa stava riposando sul patio, quando la signora proprietaria ha esclamato Ulìa, ulìa nu pocu de friscu”, che vorrebbe dire… Vorrei un po’ più di fresco”. Quindi ulìa vuol dire sia oliva in paesano salentino, che vorrei, esprimendo quindi una volontà inespressa. Da questa volontà inespressa, dal potenziale della nostra ristrutturazione, è nato il ragionamento sull’architettura del trullo.
Come si presentava?
I precedenti proprietari avevano completamente nascosto le facciate del trullo, ad esempio costruendo il patio tra la fine degli Anni Sessanta e l’inizio degli Anni Settanta. Ma ci sono altre superfetazioni che hanno fatto sì che la struttura crescesse “spontaneamente”. Abbiamo pertanto dovuto sanare queste problematiche nel tempo della ristrutturazione, con tutti i tempi tecnici. I lavori in realtà sono durati un anno, ma c’è stato un percorso lungo di ragionamento e di approvazioni per ottenere i vari permessi.

Spesso però si tende a voler finire i lavori il prima possibile. Per voi, invece, il tempo sembra essere stato un alleato. In che modo la lentezza ha influenzato il risultato finale del Trullo Ulìa?
Mentre il primo anno siamo partiti con l’idea di invitare artisti che non erano mai stati qui, mettendo noi insieme dal punto di vista curatoriale profili attinenti, durante il secondo anno ci siamo mossi in maniera esattamente opposta, concentrando l’attenzione su un solo artista che invece è venuto in residenza ben due volte, una d’inverno e una d’estate, a lavorare sul trullo. Proprio perché sapevamo che l’anno successivo avremmo fatto partire la ristrutturazione gli abbiamo chiesto di utilizzare lo spazio come qualcosa che stava per trasformarsi e cambiare. Gli abbiamo detto: “Fondamentalmente puoi distruggere dei muri, creare dei buchi tra una camera e l’altra, realizzare interventi che siano estremamente legati all’architettura e che facciano capire che lo spazio è in trasformazione”.
E che è successo?
Davide Sgambaro (Padova, 1989) ha fatto letteralmente esplodere il trullo. 10.000 fuochi d’artificio sono deflagrati all’interno del trullo, di fatto un po’ dipingendolo con la polvere da sparo, creando uno spaziofuori dal tempo, come reperti archeologici, scritti paleontologici simboli arcaici. E naturalmente abbiamo lavorato su questa sorta di esplosione in assenza di pubblico, realizzando un’opera performativa e olfattiva. Il pubblico ha esperito infatti poi l’odore della polvere da sparo, lasciando immaginare agli spettatori il momento che avevano perso lavorando sul sentimento della FOMO che è molto attuale. Davide inoltre non ha voluto realizzare nessuna restituzione in video, celando tutta la parte di preparazione e azione, perché ci sarebbe dovuto essere il senso dell’assenza.
Michele Spinelli vieni dalla curatela, hai ricoperto diversi incarichi e sei stato co-titolare di una galleria d’arte (Doppelgaenger). Simone Esposito è architetto e titolare del progetto di restauro, ma ha anche una grande esperienza nell’Exhibition design. Cosa portate entrambi in questo progetto?
La volontà di far vedere diverse possibilità. In questo momento in cui, fortunatamente, tantissimi bravissimi progettisti, architetti o designer, galleristi, artisti arrivano in Puglia, far capire che sì, siamo nel Mediterraneo, che sì, esiste una tipologia di architettura diffusa in tutto il sud dell’Italia e del mondo, ma in realtà la Puglia ha 4.000 anni di storia, di complessità, di stratificazioni che l’ha portata ad avere un suo gusto e una sua estetica autonoma. E quindi senza rinnegare nessun tipo di sperimentazione e di buona architettura e pratica fatta da altri progettisti, da altre persone degli stessi settori, abbiamo voluto dare il nostro contributo ad una rinascita e ad un’idea realmente profonda di quello che può essere la rilettura di questi luoghi.

Spiegaci meglio.
Normalmente quando pensiamo alla campagna pugliese immaginiamo sempre strutture particolarmente importanti, grandi masserie, castelli, case gentilizie di campagna della grande borghesia o della nobiltàborbonica. Ma la verità è che l’architettura numericamente più importante è quella degli Anni ’60 e ’70 realizzata durante il boom economico, durante il quale tutti avevano la possibilità di comprare un piccolo pezzo di terra, un piccolo trullo, realizzare un piccolo ampliamento cercando di ingentilire queste strutture per renderle autonome rispetto alla lamia bianca che era il ricovero degli attrezzi di lavoro. Le case dove le persone vivevano erano prettamente colorate, molto lontane dal modello di “masseria bianca” che poi è stato promosso.
Un mito?
Esattamente. E anche la pietra a vista che oggi va tanto di moda, è solo del trullo. Le case storicamente erano sempre intonacate poiché l’intonaco è fondamentale per la salubrità della architettura di campagna. Quindi quando vediamo persone non pugliesi rimuovere l’intonaco con il desiderio di vedere i mattoni tufacei a vista, sappiamo che sono trascinati da falsi miti, è una di quelle fictions a cui noi siamo abituati e che cerchiamo non dico di combattere, ma semplicemente far capire che i metodi antichi e ancestrali rispondono a delle reali necessità.
In Puglia ci sono diversi esempi (anche eccellenti) di Trulli o Masserie aperti all’arte contemporanea. In che modo il vostro progetto si differenzia?
Ad esempio Pesce Trullo è un progetto meraviglioso, di grande tensione, l’idea di un grande designer, il quale prendendo in prestito il nome del trullo, crea un progetto che è molto legato alla sua visione di produzione architettonica calandolo in una realtà molto diversa e creando un contrasto. Noi invece cerchiamo di legare il più possibile un’architettura moderna e contemporanea in continuità con la preesistenza, cercando di dare la nostra lettura e di conservare il più possibile una dinamica di collaborazione a confronto con quello che c’era prima.

Ci sarà qualche connessione con l’hospitality o o sarà soltanto dedicato all’arte?
Sarà anche un progetto di hospitality. Però la mia idea sarebbe quella di avere la possibilità di poterlo far diventare un luogo per l’arte, per artisti, designer, pensatori, registi, persone con un certo tipo di sensibilità e che abbiano voglia di trascorrere del tempo qui. Poi vogliamo promuovere simposi, residenze, progetti con musicisti.
È tutto autofinanziato?
….. Non abbiamo voluto chiedere nessun finanziamento pubblico, mentre abbiamo lavorato sul coinvolgimento di persone amiche e di maestranze che hanno capito l’importanza del progetto e che hanno seguito i nostri tempi e le richieste della committenza.
Come si configurerà l’intervento di Pacifico Silano?
Con Pacifico Silano (Brooklyn, 1986) abbiamo cominciato a dialogare lo scorso ottobre. La ricerca di Silano affonda nella rielaborazione e ricostruzione di immagini degli Anni Sessanta /Settanta di magazine omoerotici americani, creando una sorta di cortocircuito con esse. Lavora di fatto come abbiamo lavorato noi sull’architettura, creando un momento di riflessione critica su un immaginario. Nei fotoromanzi che recupera ci sono storie di mascolinità tossica, uomini macho con i Ray-Ban, i jeans, la T-Shirt, dai fisici scultorei, che raccontano una sessualità stereotipata, di cui Silano compie una sorta di rilettura critica, edulcorando le immagini e riportandole a qualcosa di più naturale, facendo emergere maggiormente il contesto che faceva da sfondo alle foto e alla loro storia. È un modo di operare che ci corrisponde.
Come proseguirà la programmazione?
Durante l’inverno avremo in residenza il magazine dell’Essenziale Studio che abbiamo scelto come media partner per un momento di team building del magazine. Inviteremo poi Matias Ercole (Buenos Aires, 1987), che lavora sull’idea di una natura arcaica. Con lui l’idea è di realizzare un lavoro site-specific creando un passaggio, una soglia, tra il trullo originario del 1500 e la parte realizzata negli Anni Settanta.
Santa Nastro
Ostuni // Dal 19 luglio al 19 settembre 2026
Solo su appuntamento presso Trullo Ulìa – Ostuni – Puglia
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