E se la Polaroid fosse esistita ai tempi della Bibbia? Se lo chiede il fotografo Mishka Henner in mostra a Modena
La prima mostra personale in Italia dell’artista è un percorso di 25 opere inedite all’interno di Palazzo Santa Margherita, per capire il ruolo della fotografia nell’epoca della tecnologia e dell’intelligenza artificiale
Nel 1826, a Le Gras, Joseph Nicéphore Niépce realizza la prima fotografia della storia. Un nuovo linguaggio si affaccia sul mondo, ribaltando per sempre le logiche della comunicazione. La fotografia è stata vissuta, da allora e per due secoli, come l’emblema forse massimo della modernità ed oggi, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, rischia di trasformarsi curiosamente in antico.

La mostra di Mishka Henner e la sua “provocazione”
Anche per questo visitare la nuova mostra proposta a Modena da Fondazione Ago vuol dire porsi una serie di domande in merito, lasciarsi attraversare da interrogativi sul concetto di reale, verosimile, falso. A chiederci di farlo sono le 25 opere inedite del fotografo belga Mishka Henner (Bruxelles, 1976) che, nelle sale di Palazzo Santa Margherita, firma la sua prima personale in Italia. Nel titolo dell’esposizione Seeing in Believing. Vedere per credere sta già la prima “provocazione”. Basta davvero vedere per credere? È ancora così? Possiamo sempre credere oggi a ciò che vediamo? E soprattutto, oggi, che cos’è la fotografia? È ancora un testimone affidabile della realtà? La mostra, curata da Chiara Dall’Olio e visitabile nelle stanze del Palazzo di Corso Canalgrande fino al 3 maggio 2026, prende avvio proprio da questa domanda, che così netta ci si paventa d’innanzi già dalla prima opera. In un contesto in cui l’immagine non nasce più necessariamente dall’obiettivo di una macchina fotografica ma può essere generata attraverso un prompt testuale, Henner ci conduce per mano all’interno delle logiche in un sistema visivo sempre più fluido, plasmato da algoritmi e da strutture linguistiche complesse.
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Il percorso della mostra a Palazzo Santa Margherita
Il progetto espositivo si articola in quattro sezioni. La prima, The World. La parola, è un’installazione che raccoglie 1.418 definizioni della frase “La fotografia è”, individuate dall’artista belga attraverso i motori di ricerca italiani. Le frasi scorrono in un video su un pannello all’ingresso della mostra per circa quattro ore a comporre un mosaico di definizioni che sono raccolte anche in un piccolo libro. La fotografia, appunto, oggi può nascere dalle parole, ovvero dai “prompt” con cui interpelliamo l’intelligenza artificiale. Le spiegazioni che i sistemi di AI forniscono sono spesso in contraddizione e riflettono quanto il mezzo fotografico stia compiendo una vera e propria evoluzione. La seconda sezione è The Relic. La reliquia e vede esposte una serie di immagini generate con l’intelligenza artificiale che raffigurano episodi biblici – dall’Ultima Cena al sacrificio di Isacco fino alla moglie di Lot trasformata in statua di sale all’Arca di Noè – come se fossero documenti visivi sopravvissuti al tempo. La scelta della Polaroid, macchina fotografica che stampa immediatamente le immagini appena scattate, vuole far credere che si tratti di una serie di istantanee realizzate all’epoca dei fatti, più di duemila anni fa. Per questo ci invitano a riflettere sul potere evocativo della fotografia e sulla forza che hanno le immagini di costruire racconti percepiti come credibili o meglio ancora “autentici”. Sono fotografie impossibili di fatto, eppure credibili che sconfessano sia l’autorità della fotografia sulla verità che il nostro bisogno di autenticità.
Santi “instagrammabili” e tributo alla luce nella mostra di Mishka Henner
La sezione successiva è The Icon. L’icona e propone al visitatore una serie di ritratti fotografici di santi generati dall’AI a partire da modelli iconografici medievali, icone ispirate a dipinti del XIII e XV Secolo. Henner di quei dipinti ci restituisce figure sorprendentemente umane, volti realistici, con un’illuminazione naturale ed espressioni vive. Una serie di “Santi instagrammabili” così reali da sembrare figure di oggi messe potenzialmente davanti all’obiettivo. A chiudere il percorso di Seeing is Believing c’è un’installazione su cui passano fluttuanti oltre 16 milioni di sfumature di colori, l’intera gamma dei colori digitali che, a volerli guardare tutti, necessitato di almeno 12 ore di tempo. Il titolo dell’opera è The Light (New Light). La luce (nuova luce), lavoro che Henner ha realizzato per portarci a richiamare la dimensione più elementare della fotografia, ovvero la luce, elemento imprescindibile che rende possibile il generarsi delle immagini. Un vero e proprio tributo alla luce, elemento indispensabile della fotografia, che sia generata dall’obiettivo di una macchina fotografica analogica o dallo schermo di un computer. Insomma, la mostra di Henner ci racconta di quanto sia labile il confine tra documento, immaginazione e simulazione e ci fa immaginare quanto possa diventarlo ulteriormente in un futuro in cui l’intelligenza artificiale sarà sempre più protagonista. “Ma non dobbiamo temerla”, spiega il fotografo belga al vernissage: “Avere paura dell’AI non serve a niente. Forse è più giusto sentirci come quando venne scoperto il fuoco, che può scottare, farci male e uccidere, vero. Ma allo stesso modo ci serve per scaldarci, per lavorare e per cuocere”.
Francesca Galafassi
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