Perché l’arte dovrebbe tornare a fare i conti con la realtà

Anche Christian Caliandro scorge nell’ultimo intervento di Maurizio Cattelan una buona dose di inutilità. E invita arte e artisti a tornare a misurarsi con l’attualità

Voglio iniziare riprendendo le parole di Alessandra Mammì e del suo brillante articolo pubblicato sabato 2 marzo su queste colonne e dedicato a You di Maurizio Cattelan: “Quando la morte è arrivata davvero, non c’è più stato spazio per far gli spiritosi. Il fantasma di un’Apocalisse ha colto all’improvviso il nostro asettico mondo di pasciuti europei convinti fino a un paio di anni fa di essere al riparo dai virus grazie alla scienza e dalle guerre grazie alla Nato. Per questo da un artista ci si aspetta qualche pensiero sull’argomento. E dal cronista qualche dubbio in merito. (…) Questa cartolina della morte borghese nel pandemonio in cui viviamo e che ci raggiunge tutti i giorni incarnandosi in immagini su immagini, non è brutta: è totalmente inutile”.
La sensazione infatti è che un’opera del genere – così come le opere che si comportano e funzionano in modo analogo – sia spuntata e “inutile” perché proviene da un altro tempo, da un altro atteggiamento, da un presente lontano rispetto a quello attuale. Lo spirito più cinico e scanzonato degli Anni Novanta non c’entra nulla rispetto a quello che ormai possiamo riconoscere come il nostro Zeitgeist: ne è invece, in qualche modo oscuro, l’opposto. Molto più forse dei tanto vituperati Anni Ottanta. La finzione della morte in vetrina non c’entra nulla infatti con quello di cui stiamo facendo esperienza. La finzione del sistema artistico aveva certamente mostrato più e più volte le sue crepe prima di questi due anni, ma come si è detto più volte il virus prima, la guerra ora, fungono da terribili amplificatori di questa inadeguatezza dell’arte contemporanea.

L’INADEGUATEZZA DELL’ARTE CONTEMPORANEA

Inadeguatezza in che senso? Inadeguatezza a ‘rappresentare’ la realtà di oggi? Non credo, onestamente, che il problema stia nella rappresentazione: o meglio, possiamo forse dire che il problema stia proprio nell’aspettativa che connette l’arte alla rappresentazione della realtà. Ovviamente, non c’è affatto bisogno che gli artisti visivi in questo momento trattino didascalicamente i conflitti, la pandemia, l’inquinamento, le discriminazioni (nonostante siano in moltissimi a farlo); non c’è alcun bisogno cioè che li trattino come ‘temi’ delle loro opere, perché nessuna opera efficace ha un tema e perché la retorica che infetta ogni ambito della nostra informazione e della nostra comunicazione è lì in attesa dietro l’angolo, pronta a scattare e a divorare fette intere di intelligenza…
No, la risposta a un’arte dominata ossessivamente dall’ego e inutilmente provocatoria non sta nel didascalismo moraleggiante.

Questo tempo così brutale merita che l’arte ritorni a essere ‒ anche brutalmente, a sua volta ‒ ciò che è: il modo più efficace in cui gli umani esprimono che cosa significa essere umani, mentre sono vivi”.

Quando scrivo di un’arte sfrangiata che perde i suoi bordi, i suoi margini, e che si fonde con i margini scomodi e tristi e problematici del presente, voglio dire in fondo anche questo: abbiamo un disperato bisogno di un’arte che, coscientemente, sia in grado di confondersi con la realtà – e con le sue contraddizioni più profonde. Cioè di un’arte che, invece di perdersi nel solito stanco e polveroso giochino – invece di rinchiudersi nel bagno di lusso – sia finalmente in grado di uscire fuori, fuori nello spazio della vita di tutti, e di toccare le persone parlando di ciò che amiamo di più e di ciò che temiamo di più. Di “afferrare la vita dall’interno e non dall’esterno”, come diceva Mekas.
E di farlo con un linguaggio finalmente nuovo, anche indefinibile, anche mostruoso se volete, che a sua volta la smetta una volta per tutte di fare l’occhiolino a quello dei social (la likeability) e che solleciti la comprensione e l’emozione in modi che forse abbiamo dimenticato; con un linguaggio cioè che sia capace di essere orgogliosamente altro – senza per questo risultare noioso – rispetto agli schemi comunicativi a cui ci siamo abituati in un tempo così incredibilmente breve (ma forse è più lungo di quanto pensiamo…), e rispetto a una linearità che è del tutto illusoria a guardarla bene. Questo tempo così brutale merita che l’arte ritorni a essere ‒ anche brutalmente, a sua volta ‒ ciò che è: il modo più efficace in cui gli umani esprimono che cosa significa essere umani, mentre sono vivi.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro

Christian Caliandro

Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La…

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