Pagare per visitare il Fuorisalone: scandalo o necessità?

L’avvento del biglietto al Fuorisalone è solo il sintomo di una necessità più grande: regolamentare un sistema complesso. Prima che, a forza di espandersi senza una governance, il circuito rischi di scoppiare e fare male un po’ a tutti.

Un biglietto di accesso per il Fuorisalone. È la novità, finora inedita, che caratterizzerà l’edizione 2019 della Milano Design Week. A intraprendere questo storico corso ‒ che sta già spaccando la comunità del design italiano, divisa tra scandalizzati e favorevoli ‒ sono state le organizzatrici di Ventura Projects, storiche animatrici delle proposte del Fuorisalone a cui si deve il lancio oramai dieci anni fa di Ventura Lambrate, distretto consolidatosi negli anni come una delle proposte più sperimentali dell’intero circuito. A partire da quest’anno, Ventura Projects è di casa a BASE con Ventura Future, 3700 mq dedicati alle esposizioni delle Accademie e ai progetti dei giovani designer. Il presupposto connesso all’introduzione di un biglietto anti-ressa è chiaro: i 5 euro per l’entrata serviranno infatti non tanto e non solo a fare cassa, ma soprattutto a filtrare il pubblico, attirando soltanto le persone motivate e scacciando gli avventori a caccia di cocktail e selfie. Motivo per cui il biglietto non verrà introdotto a Ventura Centrale, l’altro polo della manifestazione a cura di Ventura Projects, legato alle installazioni dei grandi marchi.

LE MOTIVAZIONI

Racconta ad Artribune Margriet Vollenberg, storica fondatrice dei Ventura Projects: “Si tratta di una novità, dettata dalla necessità di dare una chiave di lettura ai visitatori. Con il proliferare delle attività per il Fuorisalone, diventa difficile comprendere quali siano le proposte di qualità. Pensiamo che l’introduzione di un ticket simbolico possa essere garanzia di qualità”. Una sorta di piccolo “pago, pretendo”, quindi, a cui si aggiunge la necessità certamente legittima di tutelare gli espositori. Nel Fuorisalone che abbiamo conosciuto finora, infatti, il rapporto tra metri quadri e visitatori è spesso impietoso. È quello che sottolinea ancora Vollenberg: “Molti degli espositori di Ventura Future sono studenti da poco laureati, accademie e piccole/medie aziende che affrontano investimenti per loro molto importanti. Noi abbiamo il dovere di garantire loro un ambiente confortevole, tranquillo e un pubblico davvero interessato. Questo per poter favorire il loro business e lo sviluppo di relazioni proficue, che è poi il motivo per cui questi espositori decidono di essere presenti a Milano”.
Un punto di vista sensato o una prima, pericolosa mossa per scardinare quella democraticità che da sempre è il fiore all’occhiello del sistema design? La cifra, modesta anche per uno studente, può costituire un filtro per la motivazione senza necessariamente creare una forbice incolmabile tra quanti possono e quanti no. Il contrappeso, piuttosto, rischia di farsi sentire per tutta quella (grande?) fetta di “inesperti” – studenti alle prime armi, famiglie e milanesi tutti – i quali forse adesso non entreranno in contatto con un circuito che storicamente ha dimostrato di portare valore, idee, occasioni di confronto. Quanti di noi hanno infatti scoperto luoghi, idee e proposte solo imbattendosi per serendipity in qualcosa di significativo e accessibile?

Aria, come to light by Luca Moreni, Roberto de Zorzi, photo credits Ivela spa

Aria, come to light by Luca Moreni, Roberto de Zorzi, photo credits Ivela spa

UN PROBLEMA DI GOVERNANCE

Il vero problema, però, sembra essere a monte, e non necessariamente di facile soluzione. Chiamiamolo un problema di governance: la proliferazione spontanea di espositori, distretti, e relativi pubblici al Fuorisalone sembra oramai avvenire per gemmazione, senza che nessuna misura sia stata studiata per individuare una possibile organizzazione. Abbiamo dunque bisogno di un sindaco, e di una giunta, per regolamentare questo rizoma? Il diritto di ciascuno a partecipare resta evidentemente inalienabile. Allo stesso tempo, però, sono la fruibilità e attrattività del sistema stesso che devono essere difese, anche rispetto ai numerosi competitor e al primato che Milano, capitale per eccellenza del design, vuole giustamente difendere. L’abbiamo già scritto in altre occasioni: il trend espansivo, troppo spesso sinonimo di un’offerta altalenante, rischia di perdere mordente di fronte a design week più piccole ma più coese. Bisognerebbe, allora, che le associazioni di categoria iniziassero a farsi sentire, individuando delle proposte ad ampio raggio da mettere in campo a fianco delle istituzioni. Non possono infatti essere solo i singoli distretti, le riviste, o i privati a regolamentare una macchina diventata così grossa e cacofonica. Da dove iniziare? Forse – ci sembra che il posto sia quello giusto – si potrebbe provare a usare un po’ di design thinking. Prima di tutto per individuare e segmentare l’offerta per i tanti pubblici del Salone: abbiamo la sensazione che siano tantissimi, marcino in parallelo e siano alla ricerca di cose molto diverse. Quindi, per rafforzare i meccanismi di curatela. E, infine, per rendere realmente accessibili i contenuti, visto che capire e filtrare cosa arriva oggi alla design week è difficile anche per gli addetti ai lavori. Allora, come procedere? Non è facile immaginare le modalità, ma è uno sforzo che varrebbe la pena di compiere.

Giulia Zappa

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #48 ‒ Speciale Design 2019

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Giulia Zappa

Giulia Zappa

Laureata in comunicazione all’Università di Bologna con una tesi in semiotica su Droog Design, si specializza in multimedia content design e design management a Firenze e New York. Da oltre dieci anni lavora come design&communication strategist, occupandosi di progetti a…

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