Ötzi non era come lo abbiamo immaginato: cosa sappiamo davvero 35 anni dopo la scoperta dell’uomo nel ghiaccio
Il 19 settembre 1991 sulle Alpi Venoste fu scoperto Ötzi, l’uomo più famoso dell’Età del Rame. Quest’anno per il 35° anniversario del ritrovamento c’è un ricco programma di attività Museo Archeologico dell'Alto Adige di Bolzano, mentre si lavora a un museo dedicato a lui
5300 anni orsono, piena Età del Rame, un uomo, forse un guerriero o uno sciamano, morì tra i ghiacciai della Val Senales, nelle Alpi. Le circostanze esatte della sua morte restano in parte incerte, ma le analisi condotte sul suo corpo hanno accertato la presenza di una freccia conficcata nella spalla sinistra e di un grave trauma cranico, senza chiarire definitivamente se questo sia stato provocato da una caduta o da un colpo inferto da qualcun altro. In ogni caso, Ötzi cade e viene ricoperto di neve e inglobato nel ghiaccio formando una bara di gelo che lo preserverà per migliaia di anni.
Il ritrovamento di Ötzi 35 anni fa
Era il 19 settembre 1991, tra i ghiacci del Giogo di Tisa nelle Alpi Venoste, i coniugi tedeschi Erika e Helmut Simon si imbatterono in un corpo che, a causa di periodo stranamente caldo, riemergeva dal ghiaccio che si stava sciogliendo arrivando direttamente dall’Olocene. Trentacinque anni dopo, Ötzi, l’uomo venuto dal ghiaccio, non è più soltanto il reperto archeologico più celebre del Pianeta, ma si è trasformato in un formidabile volano turistico e culturale per la Val Senales e per Bolzano, dove si sta progettando un museo dedicato a lui e alla sua storia (oggi è ospitato all’interno del Museo Archeologico regionale e serviranno, secondo le stime della Provincia, ancora circa sei anni per il trasferimento). Il nuovo museo diventerà anche un centro di eccellenza per lo studio del periodo storico in cui è vissuto e delle mummie in generale. In occasione del 35° anniversario del suo ritrovamento si stanno organizzando eventi, convegni, installazioni artistiche e verrà svelata la vera fisionomia di Ice Man.
Ötzi protagonista della land art
L’evento visivamente più “impattante” delle celebrazioni si è svolto sul ghiacciaio della Val Senales, teatro geografico della storia di Ötzi che quest’anno festeggia anche i cinquant’anni del Parco Naturale Gruppo di Tessa. Lassù, a oltre 3mila metri di altitudine, è stata impressa una ciclopica opera visiva collettiva: il numero 19991 è stato falciato nell’erba, sulla diga del lago di Vernago. Cinque cifre che compongono il palindromo cronologico della data della scoperta, 19/09/1991, per ricollegare la memoria collettiva alla roccia e al ghiaccio. Non si è trattato di una semplice rievocazione, ma di una performance estetica di arte del territorio che ridefinisce il paesaggio alpino attraverso il corpo e la memoria.

Tutte le attività del Museo Archeologico di Bolzano
Nel frattempo, a valle, il Museo Archeologico dell’Alto Adige di Bolzano si trasforma nel fulcro di un palinsesto scientifico e culturale. La settimana dell’anniversario vede il museo aprirsi al pubblico non come un mero contenitore di reperti, ma come laboratorio vivente. Attraverso visite guidate tematiche, laboratori didattici e aperture straordinarie delle stanze tecnologiche dove la mummia viene preservata a una temperatura costante di -6°C e al 98% di umidità, il museo vuole abbattere la distanza tra visitatore e reperto. Il pubblico è invitato a osservare da vicino i complessi sistemi di conservazione bioclimatica, trasformando la visita in un’esperienza immersiva di archeologia e tecnologia.

Il nuovo DNA ridisegna Ötzi…
Mentre le celebrazioni sul territorio consolidano il mito, la scienza di ultima generazione compie l’atto culturalmente più sovversivo: riscrivere l’iconografia classica di Ötzi. Per oltre tre decenni, la narrazione popolare e le ricostruzioni museali hanno creato l’immagine di un cacciatore alpino dai tratti marcatamente eurocentrici, la pelle chiara e una folta capigliatura brizzolata. Un’icona rassicurante, quasi identitaria, che faceva di Ötzi un perfetto esemplare di membro della comunità delle Alpi come la conosciamo oggi. Gli ultimi studi genomici condotti dal Max Planck Institute per l’Antropologia Evoluzionistica di Lipsia e da Eurac Research di Bolzano nel 2023 hanno letteralmente distrutto questa narrazione. Il sequenziamento del DNA ad alta copertura (privo delle contaminazioni da DNA moderno che avevano falsato le analisi del 2012) ha rivelato che Ötzi aveva una pelle decisamente scura, molto più di quanto ipotizzato in passato, e soffriva di una calvizie maschile avanzata. L’uomo del Tisa non era il fiero cacciatore biondo dalla pelle chiara che facevano di lui un vikingo delle nostre latitudini, ma un uomo calvo e dalla carnagione bruna.
… e la società in cui viveva
Ma ancora più stupefacente è la riscrittura antropologica. Ovvero, il suo patrimonio genetico dimostra che discendeva per oltre il 90% da agricoltori anatolici giunti in Europa in una migrazione isolata. Recenti conferme pubblicate su Nature Communications hanno accertato che questo profilo genetico non era un’eccezione, ma lo specchio fedele della popolazione locale delle Alpi centro-orientali nell’Età del Rame. Ötzi smette, così, di essere il simbolo di una presunta continuità autoctona per diventare il manifesto biologico delle migrazioni globali che hanno plasmato il continente europeo. Per i musei e gli artisti ora è tutto da rifare, ridisegnando da zero l’estetica di Ice Man.
Virus paleolitici e cultura “no waste”
Il genoma di Ötzi, oltre a rivelare la sua origine anatolica, ha riportato la presenza delle tracce più antiche mai registrate al mondo del papillomavirus (ceppo HPV16), aprendo nuovi scenari sullo studio epidemiologico dei virus e sulla loro evoluzione. Parallelamente, le indagini spettrometriche sui frammenti dei suoi indumenti hanno aggiunto tasselli di straordinaria precisione artigianale sulla vita nel Neolitico: la sua faretra era cucita in pelle di capriolo, i lacci delle calzature in cuoio bovino altamente resistente e il perizoma in pelle di pecora, a testimoniare quanto gli uomini in quel periodo sapessero gestire le diverse risorse animali impiegando tutta la bestia in un’ottica primitiva di “no waste”.
Dall’ultima cena di Ötzi arriva il lievito del Neolitico
Durante le analisi paleopatologiche sul microbioma della mummia e sul contenuto del suo stomaco – che ha restituito tracce di un ultimo pasto a base di stambecco, cervo e cereali, tra cui farro piccolo e grande, orzo e grano monococco, probabilmente consumati anche sotto forma di prodotti panificati – è emersa una pista di ricerca sui lieviti adattati agli ambienti freddi. Alcuni microrganismi individuati potrebbero infatti provenire dall’ambiente glaciale in cui la mummia è rimasta conservata per millenni, anziché essere necessariamente sopravvissuti sul suo corpo fin dall’epoca in cui visse. Nei laboratori di Eurac Research, gli scienziati hanno avviato esperimenti preliminari per studiare le caratteristiche di questi lieviti e il loro potenziale impiego nella panificazione. Le prime prove con farine contemporanee e pasta madre hanno esplorato la capacità dei microrganismi di contribuire ai processi fermentativi: il microbiologo Mohamed Sarhan, primo autore dello studio, ha parlato di una pagnotta fragrante, soffice e dal tipico gusto piacevolmente acidulo e rustico dei migliori pani artigianali a lievitazione naturale. Questa linea di ricerca di archeologia gastronomica potrebbe contribuire a comprendere meglio l’adattamento dei lieviti alle basse temperature e, in prospettiva, a valutare possibili applicazioni nella panificazione, anche in relazione alla fermentazione a freddo e alla riduzione dei consumi energetici. Tali ricadute industriali restano tuttavia da verificare attraverso ulteriori studi e sperimentazioni.
Alessandra Iannello
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