Un semplice gesto lega un sarcofago romano al più grande capolavoro di Picasso. Lo racconta una mostra a Milano
Alla Fondazione Luigi Rovati di Milano, fino al 4 ottobre, Salvatore Settis cura una mostra che ripercorre la fortuna di un gesto di disperazione, sopravvissuto attraverso secoli di storia dell’arte
Storia di un gesto, in corso alla Fondazione Luigi Rovati, a cura di Salvatore Settis, è una sorta di mostra-scrigno, che non si limita a esibire reperti rari ma partendo da questi costruisce argomenti visivi che il visitatore può seguire passo dopo passo, come in una dimostrazione. Il catalogo pubblicato dalle Edizioni Fondazione Luigi Rovati, facenti capo alla casa editrice Johan & Levi, si avvale di una costellazione di studi altamente specialistici, con testi, oltre a quello di Settis, di M. Bettini, L. Luschi, G. Ammannati, M. L. Catoni, G. Targia, A. Heil e R. Ohrt, A. Lucchini e F. Siena.

La storia del sarcofago di Meleagro
Il nucleo centrale della mostra è il fronte di un sarcofago romano databile 170-180 d.C. e raffigurante la Morte di Meleagro, proveniente dalla collezione Brenta-Torno e mai finora apparso in pubblico, qui ricomposto e messo in dialogo con i suoi originali rilievi laterali appartenenti al Museo Archeologico Nazionale di Firenze e con reperti che ne attestano la fortuna figurativa.
Il mito di Meleagro si conclude in una mistura di eroismo e scelleratezza: se da un lato egli libera la propria comunità dalle scorrerie omicide di un mostruoso cinghiale, dall’altro si macchia del delitto dei fratelli della madre Altea, con i quali era venuto a contesa proprio per il possesso delle spoglie dell’animale. Ed essa, alla quale le Moire, le divinità del fato, avevano concesso di avere nelle proprie mani il destino del figlio, la cui vita era legata alla durata di un tizzone da lei fino allora amorevolmente custodito, pur tra mille scrupoli e angosce decide di restare fedele ai vincoli fraterni e alle prescrizioni della legge: gettando il fatidico pezzo di legno tra le fiamme, decreta anche la morte di Meleagro. E questa è appunto la storia che, come in un film, si snoda lungo le pareti del sarcofago, in una sfilata che vede susseguirsi e talvolta ripetersi protagonisti e comprimari di questa vicenda. Ma è proprio una figura secondaria della storia che diventa la vera protagonista della mostra: una giovane donna che manifesta tutta la sua costernazione per la morte dell’eroe-omicida slanciando il busto in avanti e irrigidendo all’indietro le braccia. Di questa postura Settis sviluppa una lettura che è insieme archeologica e teorica: non si tratta solo di mostrare somiglianze formali, ma di seguire la sopravvivenza di una Pathosformel, per usare il termine coniato da Aby Warburg, i cui studi sono qui testimoniati con la riproduzione di tre pannelli del suo famoso atlante Mnemosyne.
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La fortuna di un gesto in mostra a Milano
In realtà, se la morte di Meleagro era uno dei temi più diffusi nell’ornamentazione scultorea dei sarcofagi romani, di questo gesto della disperazione conosciamo pochi esempi, e ci sono solo otto casi noti, altri sette sarcofagi che riguardano questa particolare “formula di pathos”, oltre a una piccola coppa d’argento proveniente da Pompei dove si piange la morte di Semele, da poco restaurata e anch’essa presente in mostra. In ogni caso, a un certo punto questa postura scompare dalla storia dell’arte, per riemergere, mille anni dopo, sul pulpito del Duomo di Siena di Nicola Pisano (Strage degli innocenti, 1265-1268). Prendendo atto che un’iscrizione incisa nel XIII Secolo e scoperta recentemente sul fronte del sarcofago comprova il suo riutilizzo sepolcrale in epoca medievale, e che la presenza di questo sarcofago è attestata a Firenze almeno sin dalla fine del Quattrocento, resta verosimile l’ipotesi che il gesto preso a modello da Nicola Pisano possa essere stato desunto proprio da esso. Gesto che successivamente ritroviamo negli affreschi di Giotto a Padova e ad Assisi; e quindi anche in una tavola di Domenico Veneziano e così via, fino a estendersi a una figura femminile in Guernica (1937). E comprendendo, oltre ad alcuni disegni preparatori di proprietà della Fondazione, una foto che ritrae il capolavoro picassiano nel 1953, durante la sua temporanea esposizione a Milano, a Palazzo Reale, in una Sala delle Cariatidi ancora sfregiata dai bombardamenti, il filo conduttore della mostra ci riporta alle tragedie del Novecento. Come sottolinea Settis, “Picasso, usando il gesto per un dolore collettivo, quello della guerra, lo intensifica e lo rilancia a un livello ancor più alto”.“Il gesto della disperazione”, dice Giovanna Forlanelli, presidente della Fondazione Luigi Rovati, “emerge così nella sua dimensione più profonda: non semplice motivo iconografico, ma forma attraverso cui la storia continua a rendersi visibile”.
Una storia dell’arte sincronica in mostra alla Fondazione Luigi Rovati
Ci troviamo dunque irretiti in una dialettica di sguardi e di riflessioni che il luogo in cui è collocato il sarcofago – scomposto nei suoi lati e allineato per essere fruito tutto insieme attraverso una visione frontale – rimette ancor più in un vortice di relazioni: nella stanza rettangolare in cui il sarcofago ha l’agio di distendere tutta la sua forza narrativa, possiamo ammirare, eseguita nel 2021 appositamente per la Fondazione Rovati, una delle più suggestive creazioni di Giulio Paolini, Era finora: alle estremità di ciascuna delle due pareti lunghe si trovano le due metà di un calco in gesso di una testa antica, ciascuna poggiata su una base e rivolte l’una verso l’altra. Gli sguardi delle teste, che vediamo di profilo e che aggettano, di fatto, come bassorilievi, seguono dei coni visivi tracciati sul muro; questi incrociano altre immagini nelle quali figure dell’oggi si sovrappongono e si alternano a motivi del passato, alludendo a una continuità del tempo e dell’arte, dove passato e presente si incontrano in un dialogo senza fine: è lo sguardo dell’artista che attraversa le epoche e si apre verso qualcosa ancora ignoto. Si genera in questo modo uno stato di sospensione e al tempo stesso di slancio sul futuro che coinvolge anche il reperto antico protagonista della mostra. La traiettoria visiva indicata da Giulio Paolini finisce così per incrociarsi idealmente anche con la visione, di fronte al sarcofago, probabilmente proprio lo stesso che vediamo esposto, che ne ebbe Nicola Pisano, il quale, “con sguardo d’artista”, come dice Settis, “riconosce le potenzialità espressive di quel gesto e lo rilancia sulla scena del mondo”. E anche noi, spectatores del tempo presente, ci troviamo chiamati a condividere la memoria di questi sguardi e a rilanciarli e commisurarli, per quanto possibile, sulla concitata scena del nostro mondo.
Alberto Mugnaini
Milano // fino al 4 ottobre
Storia di un gesto. Il mito di Meleagro dall’arte classica a Warburg, a Picasso
FONDAZIONE LUIGI ROVATI – Corso Venezia 52
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