I venditori di souvenir tornano ad assediare Colosseo e Fori. A Roma vanificati anni di battaglie per il decoro urbano

La sentenza del CdS pubblicata lo scorso 28 luglio riporta con effetto immediato le imbarazzanti bancarelle dei cosiddetti “urtisti” negli spazi da cui faticosamente erano state spostate, dopo anni di delibere e scontri legali, nel 2019. Tutta la cronistoria di un autentico pasticcio

In gergo si chiamano urtisti, i venditori di souvenir che assediano lo spazio urbano in prossimità delle principali attrazioni turistiche della Capitale.

La storia degli “urtisti”, i venditori di souvenir del centro di Roma

Il nome nasce nella Roma dell’Ottocento, quando, all’aumentare dei flussi di visitatori in città, la categoria dei venditori ambulanti – allora muniti semplicemente di una cassetta in legno indossata a tracolla per esporre gli oggetti in vendita, tra chincaglierie e oggetti devozionali – iniziò a proliferare. All’epoca chiamati peromanti, i venditori di souvenir si organizzarono dunque in un assetto più formale, anche grazie a una serie di concessioni papali che ne consentivano e regolavano l’attività. La figura dell’urtista, termine inventato dal dialetto giudaico-romanesco per indicare l’uso di urtare i passanti con la cassetta per attirare la loro attenzione, entrava così nel folclore della città.

I venditori di souvenir tornano al Colosseo
I venditori di souvenir tornano al Colosseo

Le orribili bancarelle di souvenir tra Colosseo e Fori

Da allora, la situazione è molto cambiata. Negli Anni Ottanta, le vecchie licenze di vendita di souvenir a braccio si sono trasformate in improponibili bancarelle improntate sulla proposta di oggetti scadenti e di cattivo gusto, a prezzi tutt’altro che modici. Trappole per turisti, peraltro deturpanti del contesto storico, sottoposte solo a un irrisorio pagamento per l’occupazione di suolo pubblico, a fronte di guadagni non tracciabili nei casi più truffaldini.

La battaglia per il decoro urbano, dal 2014 al 2019. Tra leggi e tribunali

Nel 2014, l’allora Ministero per i Beni e le Attività Culturali e l’amministrazione capitolina decisero di sottoscrivere un accordo di collaborazione per limitare i danni, istituendo un Tavolo tecnico per il decoro. La Giunta capitolina approvò quindi una delibera che sanciva la delocalizzazione dei posteggi, vietando il commercio itinerante in tutte le strade “di pregio” elencate nel documento: dopo anni di contrasti, le bancarelle di souvenir erano costrette a spostarsi dalle postazioni occupate nelle vicinanze di Colosseo e dei principali monumenti della città, alla volta di aree definite dal Comune, comunque in posizione privilegiata per intercettare i flussi turistici.
Il fatto che nello stesso anno, proprio un museo civico – il Museo di Roma in Trastevere – organizzasse una mostra (Urtisti e ricordari a Roma. Passato e presente di uno storico mestiere) per mettere in evidenza, pur con intento documentario, “l’importanza strategica del settore dei venditori ambulanti e dei cosiddetti ricordari”, fu il primo campanello d’allarme di una battaglia che non avrebbe accennato a placarsi.

E infatti, già due anni più tardi, la Regione Lazio emanava una legge (17/2016) per tutelare la storicità degli urtisti, equiparando di fatto la loro attività a quella delle botteghe storiche già sottoposte a tutela.

Non è un caso, quindi, che la delibera comunale del 2014 sia stata applicata solo nel 2019, vincendo le rivendicazioni di una lobby evidentemente potente, con l’effettivo spostamento delle bancarelle.

I ricorsi della lobby degli urtisti

Ma la querelle è proseguita in tribunale. Il 16 ottobre del 2023, il Tar del Lazio accolse il ricorso degli ambulanti – categoria che oggi conta 115 operatori con regolare concessione – che lamentavano l’imposizione di nuove postazioni troppo decentrate (e insufficienti per numero) per svolgere con profitto l’attività, e annullò le delocalizzazioni deliberate dal Comune per assenza di confronto con gli operatori, obbligando l’amministrazione a ripetere il procedimento coinvolgendo gli urtisti. Pochi mesi più tardi, all’inizio del 2024, il primo Municipio confermò però le postazioni contestate, inserendole nel nuovo Piano del Commercio su strada in via di definizione. Faceva seguito un nuovo ricorso al Tar degli ambulanti, respinto. Alla fine del 2025, nel frattempo, il I Municipio ha varato il Piano del Commercio su area pubblica del Municipio Roma Centro, determinando la cessazione di tutte le concessioni su area pubblica al 31 dicembre 2025, con l’intenzione di indire nei mesi successivi i bandi di gara per definire le nuove concessioni.

I venditori di souvenir tornano al Colosseo
I venditori di souvenir tornano al Colosseo

La sentenza del Consiglio di Stato: i venditori di souvenir devono tornare al Colosseo

Eppure l’Odissea giudiziaria è andata avanti, sotto traccia, producendo l’ultimo, sorprendente effetto verificabile da chiunque si trovi in questi giorni a passeggiare tra il Colosseo e i Fori: gli ambulanti sono tornati ai posti di partenza, con il loro carico di paccottiglia, come se nessun dibattito sull’inadeguatezza di questa soluzione fosse stato digerito in questi anni. È il risultato della sentenza pronunciata dal Consiglio di Stato e pubblicata lo scorso 28 luglio, che arriva dopo una serie di ordinanze istruttorie emesse tra gennaio e marzo 2026. A Roma Capitale è stato chiesto nei mesi scorsi di fornire dati tecnici e dettagliati sulle concessioni e sulle distanze dai monumenti: i giudici, dopo aver valutato il materiale fornito, hanno quindi deciso di riformare la sentenza del Tar del 2024 e di annullare tutte le delocalizzazioni. Ordinando anche il ritorno immediato – seppur al momento temporaneo – degli urtisti nelle loro postazioni storiche, Colosseo compreso. Al Comune, spiega la disposizione del CdS, spetterà ora avviare un nuovo procedimento, confrontandosi con gli ambulanti, per individuare nuove postazioni, idonee e definitive. All’origine di questa sentenza c’è la stessa motivazione che nel 2023 aveva portato il Tar a contestare le delocalizzazioni: il mancato coinvolgimento degli operatori interessati nel procedimento per l’individuazione dei nuovi posteggi, in contravvenzione alla legge n. 241 del 1990. Quasi l’ammissione formale di una formula “ricattatoria” che pone l’amministrazione alla mercé degli storici venditori di souvenir, in barba alla tutela del patrimonio culturale pubblico. Del resto, la sentenza del Consiglio di Stato insiste su una retorica dura a morire, tornando a definire l’attività degli urtisti come “di acclarato valore storico”, dunque da tutelare. L’ennesima beffa per l’identità culturale e la memoria storica di Roma.

Livia Montagnoli

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