Alla Mostra del Cinema di Venezia arriva “La ragazza con la Leica”. La storia di Gerda Taro, finalmente a fuoco

La regista Alina Marazzi racconta la donna dietro e davanti all’obiettivo: fotografa, ribelle e protagonista di una storia che dagli Anni Trenta continua a parlare al nostro presente

Tutti conoscono Robert Capa, fotoreporter che ha fatto la storia con una foto, divenuta simbolo del reportage di guerra. E poi c’è lei, Gerda Taro, conosciuta come la sua compagna, anche lei fotoreporter, in realtà la prima reporter della storia morta in guerra. Ma Gerda è molto di più. È lei che ha inventato Robert Capa, gli ha letteralmente trovato il nome d’arte e poi ne ha costruito l’immagine, la biografia, in primis non era americano bensì ungherese, ma chi avrebbe ingaggiato un europeo espatriato? Non solo Gerda fa un’operazione, diremmo oggi, di marketing, ma lo fa persino passare alla storia con una foto in cui lo ritrae con in mano una cinepresa e non una macchina fotografica. D’altra parte, lei è un’iconoclasta, un’anticonformista e una ribelle, ma è anche una donna e quindi rimane in secondo piano, proprio come una foto in bianco e nero in cui lo sfondo si sbiadisce. Finché non arriva qualcuno, guarda caso un’altra donna, e ripulisce la foto, la restaura, le restituisce vita, e così si scopre che lo sfondo non è uno sfondo, ma è un primo piano. Questa donna è una scrittrice, Helena Janeczek, che racconta Gerda ne La ragazza con la Leica, romanzo biografico con cui vince il Premio Strega nel 2018. Un libro che ridona vita, dignità, verità, tridimensionalità a Gerda. Ma non basta per una donna come Gerda Taro, così oggi, un’altra donna, una regista, Alina Marazzi, trasforma il libro in un film, in concorso nella sezione Orizzonti alla 83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica.

La ragazza con la Leica: come Alina Marazzi racconta Gerda Taro

E anche Marazzi, per raccontare Gerda Taro, usa tre dimensioni, tre racconti, tre voci che si intrecciano, sovrapponendo periodi, avvenimenti, luoghi, emozioni. Sono le voci delle tre persone che hanno amato Gerda Taro, in modo e tempi diversi. C’è Willy Chardack, il pretendente mai corrisposto, il confidente da cui tornare. E poi c’è Ruth Cerf, l’amica di sempre, che la segue tra lavoro e feste, tra balli sfrenati e azioni politiche, tra manifestazioni e passioni. Lei è l’unica donna che Gerda “sceglie e sceglierà sempre”. Poi c’è Georg Kuritzkes, suo compagno prima di Capa, che per scappare dal nazismo si rifugia in Italia, mentre Gerda va a Parigi. E qui incontra il suo grande amore, Robert Capa. Ma Capa non la “racconta”, Capa la vive e lei vive lui, lo decostruisce per ricostruirlo, mentre lui le dona l’arte, la fotografia. E così, insieme immortalano il mondo, le guerre, le persone, i luoghi, al punto che alcune foto perdono i contorni, insomma chi ha fotografato cosa? Ma forse non ha così importanza. L’importante è che queste foto sopravvivano per raccontare la storia da dentro, perché fotografare è, come sostiene Gerda “dire io esisto”, è “stare nella storia”. Una necessità che la Taro vive al punto di morire per raccontare una guerra e una guerra è una vita, pure se persa… e lei lo sa, lo sa da sempre, anche se non le piace il “per sempre”, le fa paura. Eppure, Gerda non sembra avere paura, lotta, combatte, si diverte, fa l’amore con chi vuole. E l’amore si “mette a fuoco” a Parigi, nel 1937, all’inizio del film, dove ritroviamo tutti, Gerda, Robert e gli amici sfuggiti, come lei, alla Germania nazista. È l’ultimo giorno prima di tornare sul fronte spagnolo. Tra continui “flashback”, riviviamo così la vita di Gerda, dall’impegno politico a Lipsia agli anni dell’esilio a Parigi, dall’amore per Capa alla passione per la fotografia, strumento di lotta e libertà.

Imperdibili le interpretazioni e la fotografia

E tutto questo rivive nel film, grazie a una fotografia (Manuel Alberto Claro) impeccabile che sottolinea l’eccelsa interpretazione degli attori, in primis Gerda, una straordinaria Emilia Schüle. E naturalmente c’è la regia (Alina Marazzi) che alterna fiction a materiale d’epoca, fotografie a ricostruzioni in un film originale e mai lineare, tra flashback e linee narrative che si incastrano per raccontare l’amore, la spensieratezza, la morte, gli ideali. Un film che inquadra la storia per attualizzarla, innescando tematiche onnipresenti come guerra, razzismo, totalitarismi, coming of age, arte, passione, amore, libertà, femminismo, politica, ideologie e soprattutto ideali. Un mondo di ieri che sembra non appartenerci, finché non apriamo i social network o scorriamo le notizie e realizziamo che nulla è cambiato. Tutto si ripete e ancora oggi, come negli Anni Trenta, la testimonianza visiva, una semplice foto può raccontare più di mille tweet.

Una dimensione corale

Così, Alina Marazzi costruisce un mosaico polifonico, restituendoci un ritratto di un’epoca quanto mai presente, di una donna in trasformazione, di un essere umano tra alti e bassi, tra gioia e dolore, senza però perdere l’ironia della brutale esistenza o la drammaticità che ogni lotta per la libertà porta con sé. Una dimensione corale che ci restituisce l’energia degli ideali e della resistenza, l’importanza della libertà, del femminismo, del coraggio ostinato della giovinezza, perché loro sono “giovani e belli come si addice agli eroi”. E infatti, ogni personaggio, ognuno a modo suo, diventa un eroe, donna o uomo che sia, portando avanti ciascuno la propria missione, che si tratti di raccontare il mondo o di salvare le foto che raccontano il mondo. Un mondo che ci viene restituito grazie a una ragazza, una ragazza con la Leica che ha immortalato altre ragazze che hanno combattuto, hanno sofferto, hanno vinto per tutti noi.

Barbara Frigerio

Guida ai film in concorso alla mostra del cinema di Venezia 2026

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Barbara Frigerio

Barbara Frigerio

Connettere tutte le forme d’arte è la sua ossessione. È un’autrice, story editor, script doctor, executive producer, critica e giornalista. Ha collaborato con il Mereghetti Dizionario dei Film e con numerose riviste tra cui Rolling Stone, Vogue, GQ, occupandosi di…

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