Chi è Jane Schoenbrun, la regista del nuovo film horror queer Camp Miasma
Il nuovo film di Jane Schoenbrun, con Gillian Anderson e Hannah Einbinder, è un horror slasher e metatestuale da non perdere
Tra Spider-Man e L’Odissea, che si contendono il titolo di film dell’estate, arriva Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte a rubargli la scena. Il nuovo film di Jane Schoenbrun, con Gillian Anderson e Hannah Einbinder, è un horror queer, slasher e metatestuale ispirato alla sua transizione di genere di Schoenbrun per raccontare, attraverso l’horror, il piacere di sentirsi finalmente a proprio agio nel proprio corpo.
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Sin dagli Anni Sessanta e Settanta, il genere horror si è spesso servito di personaggi queer, o comunque con un’identità di genere ambigua, per raccontare i “cattivi”. Basta pensare a Psycho, Sleepaway Camp o Il silenzio degli innocenti. Con il passare degli anni, però, le persone queer si sono riappropriate del genere. Registi come Bruce LaBruce o Alice Maio Mackay hanno iniziato a utilizzare l’horror in un altro modo: non più per raccontare le persone queer come dei mostri, ma per permettere alle persone queer di riappropriarsi proprio di quelle storie e di quei mostri. Questi film, però, sono sempre rimasti in qualche modo ai margini, realizzati con piccoli budget o attraverso il crowdfunding, oppure visti in piccole proiezioni nei cinema d’essai e nei festival del cinema indipendente. Adesso, invece, grazie a Jane Schoenbrun, un cinema di questo tipo riesce finalmente a raggiungere un pubblico più grande, con un cast e una produzione più importanti, senza cambiare di una virgola il proprio modo di fare cinema.
Dalla gavetta al grande schermo e la scoperta della propria identità
Jane Schoenbrun nasce nel 1987 a New York in una famiglia ebrea. Nel 2009 si laurea in cinema alla Boston University e, durante gli anni di studio, lavora come assistente di produzione per i fratelli Safdie. Dal 2011 al 2019 scrive inoltre per Filmmaker. Nel 2018 esordisce alla regia con A Self-Induced Hallucination, un documentario sperimentale realizzato interamente attraverso footage trovato online e incentrato sulla mitologia di Slender Man. Il primo lungometraggio di finzione arriva poi nel 2021 con We’re All Going to the World’s Fair, che racconta Casey, un’adolescente solitaria che decide di partecipare a un inquietante gioco online. Costruito attraverso webcam, video su YouTube e creepypasta, il film parla di adolescenza, identità e della possibilità di diventare qualcun altro. È proprio durante la realizzazione di We’re All Going to the World’s Fair che Schoenbrun scopre di essere transgender: un percorso che entra inevitabilmente anche nel film e che, dopo la sua uscita, porta Schoenbrun a fare coming out. Nel 2024 arriva Ho visto la TV brillare, il film che porta il suo cinema a una maggiore risonanza mediatica. La storia è quella di due adolescenti ossessionati da una misteriosa serie televisiva, ma il film è soprattutto una rappresentazione dell’esperienza transgender e della sensazione di non riuscire a sentirsi davvero se stessi.
Make horror queer again: il caso “Camp Miasma”
Se i primi due film parlano del momento in cui si arriva al punto di essere pronti a iniziare un percorso di transizione e di coming out, questo terzo film parla invece della gioia di sentirsi finalmente a proprio agio con il proprio corpo e di diventare se stessi. Infatti è un film sul desiderio e sulla liberazione sessuale, sul godersi il sesso e sul sentirsi a proprio agio con i propri desideri e il proprio corpo. Schoenbrun ha raccontato di aver trattato la propria transizione di genere come una musa per il proprio cinema. Anche per questo Camp Miasma ribalta una delle regole più classiche del cinema horror, soprattutto dello slasher: chi fa sesso muore. In questo caso, invece, avviene quasi il contrario. Il film segue una giovane regista, interpretata da Hannah Einbinder, incaricata di rilanciare il franchise slasher di Camp Miasma. Quando incontra l’attrice che interpretava la final girl del film originale, interpretata da Gillian Anderson, le due vengono trascinate in una storia in cui desiderio, paura e delirio si confondono continuamente.
Jane Schoenbrun tra Lynch e la Pop culture
I film di Jane Schoenbrun sono assurdi e metatestuali. È come se avesse preso il cinema di David Lynch e David Cronenberg e lo avesse reso queer e pop, mescolandolo con tutti quei film e quei registi che hanno costruito il suo immaginario horror. Ci sono riferimenti a Venerdì 13, Sleepaway Camp, ma anche a Viale del tramonto e a tantissimi altri film. Richiedono attenzione per riuscire a coglierli fino in fondo, ma nonostante ciò riescono a risultare anche divertenti e leggeri, perché sono pieni di riferimenti alla cultura pop e di piccole chicche cinematografiche. Si percepisce tutto l’amore della regista per il cinema e per i media, e proprio questo rende il suo modo di fare film così genuino. Anche in Camp Miasma Schoenbrun gioca molto con il cibo, le caramelle e gli oggetti, trasformandoli in elementi ricorrenti che danno al film quel tocco personale e quasi infantile che contrasta con la componente horror. È proprio attraverso questi dettagli, insieme ai continui riferimenti al cinema, che Schoenbrun riesce a prendere un immaginario che conosciamo già e farlo diventare qualcosa di completamente suo.
Il coraggio di essere strani
Nonostante un cast più grande e una produzione più importante, Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte resta un film personale, strano, pop e profondamente queer. E forse è proprio questo il motivo per cui Jane Schoenbrun è da conoscere: perché in un mondo sempre più performativo, Schoenbrun riesce comunque a rimanere sé, con tutte le sue stranezze, e a raccontare le proprie storie senza doverle adattare a ciò che il pubblico e il mercato si aspettano.
Marianna Santonicola
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